mercoledì 21 ottobre 2015

Pasolini la verità nascosta e alcuni indizi

Pasolini. Un indizio compare dall’ingrandiomento di una fotografia. Il film scomodo di Federico Bruno «Pasolini la verità nascosta», l’intervista con uno dei protagonisti di una stagione all’inferno
«‘na foto è come ‘na pizza/ ‘a sparmi, l’allunghi,‘a poi fa’ rotonna o tutta quadra/e ce metti l’ingredienti che voi te./ Si te posso da’ ‘n con­zijo te direi de falla quadra/all’angoli ce metti un po’ de robba che t’eri creso nun c’entrasse più./ Io sto a parla’ de quella pizza qua­dra cor fagotto ‘n basso,/ la madama colla cicca ‘n bocca che cerca quar­che cosa ner taschino e/,indietro,‘n zacco de pischelli a curiosa’./ Allunga ‘a pasta allora nell’angolo de destra,quello in arto,e me pijasse ‘n corpo/poi vede’ ‘na ‘ppa­ri­zione, come la Madonna der Divino Amore, solo che cià le vesti de un monello / co’ li capelli lun­ghi lun­ghi che sem­brano appi­ci­cati colla còlla/ e le basette che oggi nun se las­seno più cresce’ ./»
Que­sta bal­la­tetta plana nella cas­setta delle let­tere e mi impone la riso­lu­zione di una spe­cie di scia­rada. È ano­nima, ça va sans dire, ma è scritta in un roma­ne­sco ‘accul­tu­rato’, pro­prio non solo di chi è romano ma che pre­sup­pone, anche, una certa pro­prietà di lin­guag­gio. La prima per­sona che m’è venuta in mente è Renato Danesi pro­prio per la padro­nanza che ha della lin­gua ita­liana, ancor­ché modu­lata dalla cadenza roma­ne­sca, dal giu­sto uso della con­se­cu­tio tem­po­ris, da quelle pause bre­vis­sime che usa nel lin­guag­gio par­lato tipi­che di chi non vuole sba­gliare e di chi, men­tal­mente, sta assem­blando un periodo e voglia che sia con­se­guen­ziale e privo di ince­spi­ca­ture gram­ma­ti­cali e les­si­cali. Epperò è solo un’associazione di idee prive di sostrato docu­men­tale e anzi vorrà scu­sarci il Danesi per averlo sco­mo­dato senza costrutto.
Qual’è l’analogia tra una pizza e una foto? E per­ché entrambe pos­sono essere ‘spal­mate’? Alla fine l’analogia è chiara: ‘spal­mare’, nel caso di una foto­gra­fia, vuol dire ‘ingran­dire’. Gli ele­menti per cer­care la foto sono meno crip­tici. È una di quelle scat­tate il giorno dopo il delitto. Il corpo di Paso­lini giace in terra coperto da un len­zuolo sporco di san­gue in tutta la sua lun­ghezza e anco­rato alla terra da due mat­toni. In secondo piano, sulla destra, com­pa­iono due poli­ziotti in divisa e, avan­zato, uno in bor­ghese, giub­betto nero di pelle, cal­zoni a zampa di ele­fante, con una siga­retta al cen­tro della bocca intento a cer­care qual­cosa –vero­si­mil­mente un accen­dino– nella tasca sini­stra dei pan­ta­loni. Fa da fon­dale una teo­ria di pischelli (in età com­pare solo un uomo, sulla sini­stra, coi baffi) tenuti a bada dal filo spi­nato. Fatto l’ingrandimento, l’attenzione è mono­po­liz­zata dall’angolo destro supe­riore e –aveva ragione l’estensore della poe­siola– per poco non mi prende un colpo. L’ingrandimento fa emer­gere –è quello imme­dia­ta­mente a destra del poli­ziotto– una figura dalle carat­te­ri­sti­che soma­ti­che molto pros­sime a quelle di Mau­ri­zio Abba­tino. In rete cir­cola una sua foto di quell’epoca, quando aveva 21 anni. Al netto da even­tuali smen­tite –anzi, vor­remmo nei limiti dell’umano che l’interessato entrasse nella discus­sione– la domanda che nasce spon­ta­nea è che cosa ci facesse pro­prio in quel posto Mau­ri­zio Abba­tino. Saremmo mera­vi­gliati se Abba­tino si stesse recando a pescare cefali e si fosse fer­mato lì per caso, atti­rato dal chiac­chie­ric­cio indi­stinto della canea di pischelli atti­rati mor­bo­sa­mente dal mort’ammazzato. Se real­mente si trat­tasse di Abba­tino si apri­rebbe uno sce­na­rio com­ple­ta­mente nuovo nell’affaire Paso­lini, vor­rebbe dire che la Banda della Magliana, incon­tra­stata agen­zia del cri­mine, sarebbe stata l’affidabile longa manus del regime per togliere di mezzo lo sco­modo polemista.
Neo­fa­sci­smo, P2 e mafia pos­sono essere senza tema di smen­tita defi­nite la «poli­zia ausi­lia­ria del regime» (la defi­ni­zione è di Vin­cenzo Vin­ci­guerra). E la banda della Magliana ha avuto con que­sti poteri cri­mi­nali –e spesso occulti– più di un adden­tel­lato. Baste­rebbe ricor­dare la Orlandi, della cui spa­ri­zione fu sco­mo­data senza smen­tite pro­prio la banda. O l’omicidio Peco­relli. Ci sarebbe, nel caso, da far con­ci­liare la pre­senza dei sici­liani quella orrenda notte.
Pre­senza testi­mo­niata da soli due ele­menti: una Fiat 1300/1500 tar­gata ‘Ct ’ e il ter­mine ‘jar­rusu’ sen­tito pro­nun­ciare da Pelosi. Il discorso della targa può essere spie­gato in maniera molto sem­plice. È vero­si­mile cioè che fosse una targa far­locca, tipica dei ser­vizi deviati se nes­suno volle fare un’operazione sem­pli­cis­sima, quella di effet­tuare una visura al PRA. E delle due l’una: se la mac­china era rego­lare sicu­ra­mente era stata rubata a ridosso dell’operazione e una veri­fica lo avrebbe cer­ti­fi­cato: si sarebbe sco­perto che appar­te­neva ad un ignaro pro­prie­ta­rio. Vogliamo dire che non è certo una targa a deter­mi­nare l’appartenenza geo­gra­fica del pro­prie­ta­rio. E se una veri­fica non fu effet­tuata fu per­ché si trat­tava di una targa di ‘car­tone’. Quanto al ter­mine ‘jar­rusu’ (un ter­mine dispre­gia­tivo, desueto per­sino in Sici­lia, che indica un omo­ses­suale) si dimen­ti­cano sem­pre due cose affron­tando ab ini­tio la fac­cenda: 1° che Pelosi era, soprat­tutto in quel fran­gente, una tabula rasa e che avrebbe detto TUTTO ciò che gli fosse stato coman­dato di ‘ricor­dare’, 2° che Pelosi è per­sona intel­li­gente, furba, dalla memo­ria mne­mo­nica e visiva eccel­lenti e, sostan­zial­mente, ten­dente alla men­zo­gna. Spin­gen­doci oltre potremmo azzar­dare che fu pro­prio que­sto castel­letto l’ennesimo depi­stag­gio per sviare i sospetti, quali che fossero.
Ma c’è ancora una ridda di ele­menti che ci inso­spet­ti­sce. Ancora non è stato spie­gato per­ché nelle tasche di un boss asso­luto come Danilo Abbru­ciati ancora caldo (era in tra­sferta a Milano per ucci­dere Roberto Rosone,vice pre­si­dente del Banco Ambro­siano che aveva negato ulte­riori pre­stiti del Banco a società ricon­du­ci­bili a Fla­vio Carboni,e invece fu ucciso da una guar­dia giu­rata) venga rin­ve­nuta un’agendina tele­fo­nica con il numero pri­vato del Pro­cu­ra­tore Guido Gua­sco (Gua­sco aveva scar­tato alcune delle veri­fi­che sul caso Paso­lini –ispe­zione della scocca dell’AlfA, rilievi sulle tracce degli pneumatici-). Gli omi­cidi pre­le­va­rono dalle tasche di Paso­lini le chiavi del suo appar­ta­mento. O ne fecero rapi­da­mente un calco o le sosti­tui­rono con uno ‘gene­rico’. Fatto sta che il report della Poli­zia non sta­bi­li­sce che il mazzo di chiavi inven­ta­riato tra gli oggetti rin­ve­nuti nell’area siano cor­re­lati o cor­re­la­bili all’appartamento di via Eufrate. Le chiavi sareb­bero ser­vite agli omi­cidi per intro­dursi in casa sua in assenza di Gra­ziella Chiar­cossi e la madre Susanna in quei giorni a Casarsa per il fune­rale. I cri­mi­nali sot­tras­sero il capi­tolo «Lampi sull’Eni» con un lavo­retto che non era mai stato così age­vole. Nes­suna die­tro­lo­gia quindi die­tro l’invito alla Chier­cossi a riti­rare la denun­cia per furto: in assenza di effra­zione nes­suna denun­cia può essere accet­tata. Rimar­rebbe un tas­sello tutt’altro che insignificante.
Di Dell’Utri si può dire tutto ed il con­tra­rio di tutto ma non che sia uno stu­pido. Stu­pidi dovette pen­sare lui che fos­sero gli inter­lo­cu­tori quando annun­ciò di aver tro­vato il capi­tolo di «Petro­lio» –essen­ziale per capire la moti­va­zione dell’assassinio– pro­mes­so­gli da un fan­to­ma­tico cor­riere, e quando tornò sui suoi passi asse­rendo che lo stesso si era riman­giato la parola. Per para­fra­sare le parole di Paso­lini potremmo dire che Dell’Utri ‘sa’. Que­sti movi­menti sono pro­pri del ‘con­si­gliori’: io butto l’amo spe­rando che qual­cuno abboc­chi poi non c’è da mera­vi­gliarsi se, die­tro pres­sione o su con­si­glio moti­vato di qual­cuno, io quell’amo lo tolga dall’acqua. La verità è un eser­ci­zio com­pli­cato e si gua­da­gna per ‘tes­sere’, pro­prio come quelle di un mosaico. Ma l’arma più mici­diale del Potere è l’oblio. Tende a sviare, per rimandi, con equi­voci creati a bella posta, in un gioco di spec­chi a tratti ustori a tratti labi­rin­tici tali da far per­dere agli inqui­renti la strada mae­stra. Si avvi­cen­de­ranno le gene­ra­zioni e Paso­lini rimarrà, cri­stal­liz­zato, nei libri di testo. Già oggi, per le gio­vani gene­ra­zioni, il suo è un nome sbia­dito; solo un ven­tenne con un buon grado di accul­tu­ra­zione saprà par­lar­vene. Solo oggi noi sap­piamo che il DC 9 dell’ Ita­via fu abbat­tuto da un mis­sile. Fran­cese, ame­ri­cano? Quando la rispo­sta giu­sta verrà uffi­cia­liz­zata, l’Italia sarà alle prese con altre pro­ble­ma­ti­che e l’indignazione sarà stem­pe­rata da altre indi­gna­zioni. D’altronde,se fu com­mis­sio­nato l’omicidio di Rosone per un diniego oppo­sto ai poten­tati, è così pere­grino pen­sare che Paso­lini venisse tru­ci­dato per un segreto che avrebbe messo in ginoc­chio la Repub­blica? D’altronde, un tar­get si eli­mina in modo ‘silenzioso’,lontano da occhi indi­screti. Per Pier Paolo sarebbe bastato un cec­chino ma que­sto avrebbe inge­ne­rato imme­dia­ta­mente una ridda di con­get­ture. Molto meglio il mas­sa­cro per mano di omo­fobi che riscat­tas­sero così l’italica viri­lità. Noi con­ti­nuiamo la lotta.

Il film

E’ stra­bi­liante il diva­rio tra il potere delle major e la pro­du­zione indi­pen­dente e vogliamo rife­rirci pro­prio al livello qua­li­ta­tivo che non è sem­pre pro­por­zio­nale e pro­por­zio­nato alle forze eco­no­mi­che in campo, e che non sem­pre sono ‘pro­pul­sive’ del pro­dotto. Abel Fer­rara ha con­fe­zio­nato, ad esem­pio, un «Paso­lini» con accenti acco­rati dove è assente però un minimo di ricerca sto­rio­gra­fica con quel finale asso­lu­ta­mente pre­ve­di­bile e buono solo per la buona coscienza dei ben­pen­santi: Paso­lini vit­tima del suo ‘vizietto’. Vogliamo par­larvi di Paso­lini, la verità nasco­sta del regi­sta Fede­rico Bruno, fil­ma­ker con alle spalle diversi corto e lun­go­me­traggi, già assi­stente di Vit­to­rio Sto­raro, che ha ven­duto il suo appar­ta­mento per con­fe­zio­nare il suo lun­go­me­trag­gio: 350.000 euro rica­vati dalla ven­dita dell’immobile,350.000 euro il costo della pellicola.
Girato in un b&n d’antan, sugli sti­lemi pro­pri del cinema vérité, il film –della durata di poco supe­riore alle due ore che sci­vo­lano via con la leg­ge­rezza di un corto– ha alle spalle mesi di pre­pa­ra­zione e di ricerca inve­sti­ga­tiva. Bruno rico­strui­sce per intero,con l’ausilio del suo fale­gname di fidu­cia, tutta la mobi­lia di tutti gli interni delle case di Paso­lini: via Eufrate all’Eur, Chia nel viter­bese, etc. L’appartamento all’Eur, oggi pas­sato ad altri pro­prie­tari, è risul­tato tabù al punto di minac­ciare il regi­sta del ricorso alla Poli­zia; era stata rivolta una sem­plice domanda sulle reali pos­si­bi­lità di visio­nare le anti­che stanze. Gli eredi non hanno accor­dato per­messi di sorta tanto meno l’ingresso alla torre di Chia. L’epilogo descritto da Bruno è spe­cu­lare a quello del gior­na­li­smo d’assalto: fu un delitto su com­mis­sione dele­gato alla mano­va­lanza cri­mi­nale por­tata sul posto dal gio­vane Pelosi con­vinto di un sem­plice furto ai danni dello scrit­tore e, al limite, di una ‘liscia­tina’ ma ignaro del sabba di san­gue. Il film riper­corre gli ultimi 10 mesi di vita di Pier Paolo in modo caden­zato, per stanze. Gli incon­tri, il mon­tag­gio di Salò, le ami­ci­zie, le fre­quenti par­tenze, l’idea –ottima– dell’intervista con­ti­nua con­dotta da Gideon Bach­man come un leit-motiv, l’intervista rila­sciata a Furio Colombo, la quo­ti­dia­nità con i suoi angeli custodi –la cugina Gra­ziella e la madre Susanna– , i con­ti­nui dilemmi da cui era vis­suto, la ‘con­ta­mi­na­tio’ con ele­menti della mala usati come testi­moni del tempo e della ban­lieu da cui si potes­sero trarre nuovi spunti per una let­te­ra­tura tutta da scri­vere, una volta accan­to­nata la sua fun­zione di aedo delle bor­gate, dove si viveva ancora con regole ele­men­tari ma rispet­tate dai nativi. L’appunto che potremmo muo­vere a Bruno è que­sto: una volta abbrac­ciata la chiave espres­sio­ni­sta e abiu­rato alla cifra sim­bo­li­sta, avrebbe dovuto essere con­se­guente. Furio Colombo appare troppo grasso, Ninetto Davoli risulta cari­ca­tu­rale, Pelosi è un angelo dai capelli biondi, Anto­nio Pinna troppo let­te­ra­rio (nella realtà è un uomo di sta­tura infe­riore alla media e di cor­po­ra­tura robu­sta; si è ven­ti­lato che fosse lui alla guida dell’Alfa che sor­montò il corpo di Paso­lini, ucci­den­dolo; è lo stesso che com­parve in com­pa­gnia dello scrit­tore al Pin­cio per l’incontro con i gio­vani comu­ni­sti e che Bor­gna, pre­sente, si sarebbe chie­sto suc­ces­si­va­mente chi fosse, sub­do­rando che l’uomo potesse essere coin­volto nell’omicidio). Gigan­teg­gia però Alberto Testone, odon­to­tec­nico della Bor­gata Fidene, che imper­sona un Paso­lini cre­di­bile e con­vin­cente. Ne riper­corre le movenze, ne imita in modo natu­ra­li­stico la voce e la postura. Il film è, per molti versi, naȉf ed usiamo il ter­mine, in que­sto con­te­sto, nella sua acce­zione migliore e arti­sti­ca­mente più rile­vante. È la prima volta che l’Italia pro­duce un film su Paso­lini ed è scon­cer­tante che sia auto­pro­dotto. L’ANICA rifiutò di vederlo, come pure Bar­bera a Vene­zia e Mȕl­ler a Roma. Roberto Cic­cutto, allora all’Istituto Luce, tentò con Bruno una sorta di gioco delle tre carte pro­po­nen­do­gli di accan­to­nare il pro­getto e di lavo­rare ad un docu­men­ta­rio con il mate­riale pre­sente negli archivi del Luce; Bor­gna non lo volle nell’ambito della mostra sull’artista. Vin­cenzo Cerami e Dacia Maraini non pre­sen­zia­rono all’anteprima orga­niz­zata alla Casa della Cul­tura in largo Mastro­ianni. Pasolini,la verità nasco­sta dovrebbe non solo essere acqui­sito da un distri­bu­tore ma, anche, vei­co­lato nelle scuole, nelle Uni­ver­sità, negli Isti­tuti di Cul­tura stante la sua forza dirom­pente, la sua pla­sti­cità, la sua volontà di denun­cia, il suo con­ti­nuo rifug­gire da appros­si­ma­zioni hol­ly­woo­diane, la sua neces­sità di testimonianza.

Inter­vi­sta a Anto­nio Mancini

Anto­nio Man­cini è stato ele­mento di spicco della cosid­detta Banda della Magliana. Per­so­nag­gio ati­pico nel pano­rama della ban­lieu, Man­cini è stato da sem­pre un attento let­tore dell’opera let­te­ra­ria di Paso­lini e stu­dioso –nei limiti dell’affanno di una vita cri­mi­nale– del mar­xi­smo. Dopo gli anni del car­cere, esau­rita la forza pro­pul­siva di una ribel­lione quasi ter­zo­mon­di­sta, Man­cini vive ora nelle Mar­che in una casa che ha il sem­biante di un ambiente mona­stico e che ricorda molto da vicino la casa dove abi­tava da ado­le­scente nella bor­gata di San Basi­lio a Roma. Quasi una sorta di nemesi che gli impone una rifles­sione quo­ti­diana e senza infin­gi­menti. Nella sua breve biblio­teca spic­cano varie opere di Marx ed Engels, altre di Troc­kij, una Cro­naca della rivo­lu­zione russa di Sukha­nov. Non fa mistero della sua pre­di­le­zione per due miti con­tem­po­ra­nei, Che Gue­vara e Don Gallo. Da anni si dedica all’accompagno di disa­bili –che lui chiama i ‘dolenti’- e al soc­corso di anziani biso­gnosi e in dif­fi­coltà, met­ten­dosi al loro ser­vi­zio. Gira per le scuole per­ché i gio­vani non fac­ciano le stesse ‘fre­gnacce’. Non ha perso l’allure di una volta; è solare, comu­ni­ca­tivo e, a tratti,un po’ gua­scone. È pal­pa­bile la sua voglia di com­pe­ne­trarsi in una nor­ma­lità troppo a lungo fug­gita e oggi,forse,unica sal­vezza. Lavora alla rie­di­zione, per i tipi della Riz­zoli, della sto­ria della Banda inti­to­lata Con il san­gue negli occhi che uscirà in estate. Il libro si arric­chirà di un’appendice su fatti e misfatti di Mafia Capitale.
Hai sem­pre dichia­rato di essere comu­ni­sta. Come si con­ci­lia que­sto con la tua scelta di vita?
Per­ché ho capito che i pro­blemi nostri, i pro­blemi delle masse, nes­suno li risol­veva. E allora dove­vamo risol­ver­celi da soli. Chia­ra­mente non sto indi­cando la mia come una strada da seguire, voglio dire che avrei potuto tran­quil­la­mente imbrac­ciare il mitra e fare il bri­ga­ti­sta. C’era in me –ma anche in giro– una rab­bia e un mal­con­tento che dove­vano inca­na­larsi in una dire­zione quale che fosse. Noi vive­vamo in otto in una casa pic­cola, man­gia­vamo tutti i giorni mine­strone, mio padre era un brav’uomo, comu­ni­sta, che cer­cava di darci una vita migliore anche umi­lian­dosi. E ricordo come fosse adesso la ‘rivo­lu­zione delle case occu­pate’ a San Basilio,nel ’74, e l’uccisione di un ragaz­zetto inno­cente come noi, Fabri­zio Ceruso. Mi ricordo che nel ser­vi­zio d’ordine c’era Erri De Luca. Lui è rima­sto incaz­zato ma Liguori che fine ha fatto? Io vivevo in una favela, mio padre aspet­tava la rivoluzione.
Pos­siamo chia­marlo, tanto per inten­derci, destino: ci si trova in un posto piut­to­sto che in un altro. Potrei citare Pavese: «Ogni uomo ha un destino» o, per volare basso, fare rife­ri­mento a un film come «Sli­ding doors».
Esat­ta­mente, io lo chiamo viag­gio scia­ma­nico. In un altro con­te­sto sarei diven­tato un bri­ga­ti­sta rosso, sarei comun­que ‘esploso’. Sono stato in car­cere con più di un bri­ga­ti­sta, ragazzi in gamba, pre­pa­rati, spesso accul­tu­rati e –ciò che più mi col­piva– dei duri. Noi cri­mi­nali comuni capi­tava che ce le des­simo con le guar­die car­ce­ra­rie ma poi capi­vamo che era meglio lasciar stare loro no, loro cer­ca­vano sem­pre lo scon­tro. Conobbi da vicino Fer­rari, Naria tutta gente di cui avevo sen­tito par­lare quando, da libero, mi capi­tava in mano un ciclo­sti­lato inti­to­lato «Mai più senza fucile». Era que­sta l’atmosfera.
Le guar­die usa­vano dispa­rità di trat­ta­mento con le varie tipo­lo­gie di detenuti?
No, è un luogo comune pen­sarlo. Le guar­die o mena­vano a tutti, senza guar­dare in fac­cia nes­suno o si genu­flet­te­vano davanti a tutti. Ho usato il plu­rale ma la mia con­si­de­ra­zione riguarda quelle pagate. Ai bri­ga­ti­sti mena­vano di meno. Il discorso cam­bia nei car­ceri spe­ciali: lì, quando arrivi alla matri­cola, ti danno subito il ben­ve­nuto, indi­pen­den­te­mente da chi sei.
«Romanzo cri­mi­nale» è fedele?
Ci sono molte situa­zioni costruite, altre com­ple­ta­mente romanzate.
Vi è capi­tato di incon­travi ancora, dopo, con gli altri della Banda?
No, non ci siamo più visti. Se hai deciso di met­terti alle spalle il pas­sato, ti devi met­tere alle spalle tutto ciò che lo riguarda e lo racchiude.
Rimorso, pen­ti­mento, redenzione.
Io sono ateo e que­ste le con­si­dero cate­go­rie cat­to­li­che. Ero io che ucci­devo, io che facevo rapine, non incolpo nes­suno, me ne sono assunto la respon­sa­bi­lità. Mi domandi se rifa­rei le stesse cose? La rispo­sta è NO.
Un desi­de­rio, un rimpianto.
Un desiderio,impossibile: mi pia­ce­rebbe rico­min­ciare tutto da capo magari fer­man­domi alle rapine ai fur­goni blin­dati. Al limite. Il rim­pianto è aver visto morire gente come Eduardo Toscano, Nico­lino Selis, Rena­tino De Pedis, il «Guan­cia­lotto», «Er Catena», tutta gente con la quale ero cre­sciuto. La cosa peg­giore è che comin­ciammo a sbra­narci tra noi, una lotta fra­tri­cida. Oggi penso: per che cosa sono morti? Per il denaro, per un effi­mero potere, per­ché qual­cuno di noi voleva diven­tare come quelli che com­bat­te­vamo! Non ti fis­sare con Romanzo popo­lare, solo Paso­lini era riu­scito a descri­vere bene, in modo com­piuto, gli ambienti che ci ave­vano espresso. La banda è finita in una pozza di san­gue e di fango. E io penso a Car­mi­nati che, ricco com’è, a sessant’anni si mette a par­lare del mondo di sopra e del mondo di sotto.
E allora per­ché lo faceva?
Per il potere, sem­pre per il male­detto potere.
Com’è la libertà?
È bel­lis­sima, ma quando abbracci una scelta lo metti nel conto che, prima o poi, la puoi per­dere. Ho voluto che una mia nipote si chia­masse Cheyenne. Tu dirai «bello, magari un po’ orec­chiato» ma sai per­ché ho voluto che avesse quel nome? Per­ché viviamo tutti in una riserva.
Che rimane di quella stagione?
Ascolta quello che ti dico. Si spara di meno, molti meno morti sull’asfalto e sai per­ché? Per­ché il tempo della semina è ter­mi­nato, chi è rima­sto raccoglie.
Oggi Ber­lu­sconi è stato assolto.
Sai quante volte sono stato assolto io? eppure…anche Car­mi­nati fu assolto per l’omicidio Peco­relli! L’assoluzione non conta niente, i conti si fanno con la Sto­ria. Se fosse vivo De Pedis oggi sarebbe come minimo sot­to­se­gre­ta­rio e Ber­lu­sconi è solo un De Pedis in sedi­ce­simo. Io ho smesso di arros­sire quando ho sco­perto con chi avevo a che fare.
Per­ché ti sei pro­di­gato nell’assistenza ai disabili?
Un giorno ho visto un ragaz­zetto den­tro uno di quei pul­mini che por­tano in giro le per­sone con han­di­cap e ho avuto come una spe­cie di fol­go­ra­zione. Ho chie­sto a un mio amico com­mis­sa­rio se poteva inse­rirmi e mi ha accon­ten­tato, ha garan­tito per me. Dovevo in qual­che modo ridare indie­tro qual­cosa, sem­pre niente rispetto a quello che avevo preso. E poi mi hanno inse­gnato una verità incon­tro­ver­ti­bile: siamo noi i disabili.
Ti capita di uscire fuori del semi­nato qual­che volta?
Direi che, cam­biando vita,ho acqui­stato più con­trollo su me stesso. Eppure una volta ho visto un uomo che pic­chiava la sua donna e allora ho preso da casa una bot­ti­glia e mi sono avven­tato su di lui. «Per­ché le metti le mani addosso?» Lui ha avuto paura e se ne è andato,la donna mi ha rin­gra­ziato. È stato un bene per tutti e due, per me e per lui.
Ti mostro que­sta foto –gli mostro la foto con il corpo di Paso­lini coperto da un lenzuolo-, que­sto potrebbe essere Abbatino?
No, non credo, piut­to­sto que­sto bion­dino al cen­tro mi ricorda Johnny Lo Zin­garo e que­sto die­tro la sca­letta ha i tratti del mar­chet­taro: non mi convince.
Di quella notte che rifles­sioni puoi fare?
Su due piedi io non avrei lasciato vivo Pelosi troppo sco­modo lasciare in giro un testi­mone di 17 anni. E poi, se sono un pro­fes­sio­ni­sta e non mi fac­cio pren­dere dall’ansia io smonto la mac­china per pren­dere i soldi, che dovrebbe essere il motivo dell’imboscata. Ma fu que­sto il motivo?
Come quella pan­to­mima di Dell’Utri e del capi­tolo mancante.
Bravo, hai cen­trato il pro­blema. Prima dice che uno sco­no­sciuto gli ha pro­messo uno scritto di Paso­lini, poi si riman­gia la parola e dice che quello gli ha rifi­lato una sola. È evi­dente che ha lan­ciato dei mes­saggi, biso­gne­rebbe capire che cosa volesse dire con quei mes­saggi. E a chi par­lasse. Di Dell’Utri si può dire tutto ma non che fosse uno stupido.
inter­vi­sta di Aldo Colonna - Il Manifesto

Sui preti sposati al Sinodo serve profezia. Passaggio decisivo per la chiesa postconciliare

Alla medesima dottrina possono corrispondere discipline e traduzioni diverse. A questa consapevolezza ci ha condotto la grande stagione conciliare, che ci ha autorizzati a “tradurre la tradizione”. Il “principio pastorale” del Vaticano II è tutto qui: riconoscersi non solo abilitati, ma obbligati e necessitati a tradurre la tradizione. Tale consapevolezza sa che vi è una tradizione sana e una tradizione che merita invece di essere rivista e riconsiderata. 


E quella sul celibato obbligatorio dei preti è una tradizione che necessita urgentemente di essere rivista e riconsiderata.

Dal 2003 l'associazione dei sacerdoti lavoratori sposati propone la riammissione nel ministero attivo nelle parrocchie dei sacerdoti sposati e delle loro famiglie alla stregua dei sacerdoti anglicani e protestanti accolti dal Vaticano come sacerdoti con mogli e figli.


Le posizioni dei preti sposati gettano luce sul Sinodo

Questo Sinodo 2015 si sta rivelando l’occasione per riflettere non solo sul tema della famiglia, ma per dare una svolta a tanti aspetti oscuri della Sposa di Cristo. 
Da anni in Italia l'associazione dei sacerdoti sposati porta degli importanti contributi per il rinnovamento della Chiesa, la valorizzazione della donna e la riforma della teologia del sacerdozio.
Quella che molti considerano una scalata impossibile della donna all’interno della Chiesa, sta invece subendo una brusca accelerata, considerando i precedenti ecclesiastici: non è mai troppo tardi per tornare sui propri passi, soprattutto se è il Papa a stabilirlo.
In occasione del Sinodo sulla famiglia, papa Francesco ha ribadito tale concetto, affermando che “il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come battezzato tra i battezzati e dentro il Collegio episcopale come vescovo tra i vescovi, chiamato al contempo, come Successore dell’apostolo Pietro, a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutta la Chiesa”.
In più momenti Papa Francesco ha mostrato apertura nei confronti delle donne: nella notte del Giovedì Santo, infatti, Bergoglio ha lavato i piedi a due carcerate e, in merito all’aborto, l’ha definito come “cicatrice di una scelta dolorosa”, esprimendo solidarietà alle vittime di un tale dramma esistenziale e morale.
tratto da Secolo Trentino

Il giallo della malattia di Papa Francesco

Il Resto del Carlino: «Ha un piccolo tumore al cervello, ma non servirà un’operazione». Dura smentita del Vaticano: notizia infondata e irresponsabile. Ma il direttore conferma
Giallo nella notte sulla salute di Papa Francesco. Secondo il Resto del Carlinosette mesi fa al Pontefice sarebbe stata trovata una piccola macchia scura al cervello identificata come un tumore. La prima pagina del quotidiano bolognese con la notizia ha creato immediato scompiglio nelle rassegne stampa e nelle redazioni tanto che dal Vaticano a mezzanotte e mezza è arrivata una durissima smentita del portavoce della Santa Sede padre Lombardi: «Il Papa sta svolgendo come sempre la sua attività intensissima. La diffusione di notizie infondate è gravemente irresponsabile e non è degna di attenzione». È stato poi ricordato come Papa Francesco stia per ripartire per un nuovo viaggio che lo porterà in Africa.  

Immediata però è arrivata anche la replica del direttore del giornale Andrea Cangini: «La smentita è comprensibile ed era attesa, abbiamo a lungo tenuto ferma la notizia per fare tutte le verifiche del caso, non abbiamo il minimo dubbio sulla sua fondatezza». La cosa è destinata a fare rumore e a sollevare polemiche nei giorni già delicati del Sinodo sulla famiglia. 

Secondo quanto scrive il Resto del Carlino si sarebbe recato alcuni mesi fa alla clinica San Rossore di Barbaricina, nei pressi di Pisa, dove l’elicottero papale sarebbe stato visto atterrare. Sarebbe stato in quella occasione che il Papa è stato visitato dal professore giapponese Takanori Fukushima, esperto in tumori al cervello e aneurismi, riportando una prognosi in base alla quale non sarebbe necessario un intervento chirurgico. «Non dovrebbe essere necessario alcun tipo di intervento. Quel piccolo tumore - scrive il quotidiano, riportando le parole di un componente dello staff della clinica - si può curare». Accanto alla notizia pubblicata in prima pagina, un editoriale del direttore Cangini intitolato «Il dovere di scriverlo».  

Foto: la prima pagina di La Nazione, del gruppo Quotidiano Nazionale  
lastampa.it

QN: "Il Papa ha un tumore". Il Vaticano smentisce, ma il direttore del giornale risponde: "Notizia fondata"

ansa

Il quotidiano scrive che Bergoglio avrebbe "una piccola macchia scura al cervello", curabile. Il Vaticano replica e smentisce, ma il direttore del giornale risponde: "Notizia fondata"


La notizie per un periodo di tempo segnalata su decine di Pagine  web  su questa pagina poi non più trovata
http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_tumore_qn/notizie/1633212.shtml de Il Messaggero

Papa Francesco ha una "piccola macchia scura nel cervello", un piccolo "tumore curabile". L'indiscrezione è del Quotidiano Nazionale, in prima pagina.


ROMA - Papa Francesco avrebbe una "piccola macchia scura nel cervello", un piccolo "tumore curabile". Lo scrive il Quotidiano Nazionale, in prima pagina, parlando di una visita in incognito fatta da Jorge Mario Bergoglio qualche tempo fa in una piccola località della Toscana, con lo scopo di consultare un medico giapponese, specialista di fama mondiale in questo tipo di malattie. Il luminare lo avrebbe però rassicurato: non c'è alcun bisogno di un intervento.
La Sala Stampa della Santa Sede, già nella notte, ha smentito seccamente con il portavoce papale, padre Federico Lombardi: "Il Papa sta svolgendo come sempre la sua attività intensissima. La diffusione di notizie infondate è gravemente irresponsabile e non è degna di attenzione". La smentita ha però fatto subito controreplicare il direttore di Qn, Andrea Cangini: " La smentita è comprensibile ed era attesa. Abbiamo a lungo tenuto ferma la notizia per fare tutte le verifiche del caso. Non abbiamo il minimo dubbio sulla sua fondatezza. Ci siamo seriamente interrogati se pubblicarla o meno. Abbiamo ritenuto che quel che a nostro avviso vale per un capo di Stato o di governo valga anche per il Papa: l'enorme responsabilità pubblica di cui queste personalità sono gravate ci porta a credere che il diritto alla riservatezza sia meno importante del diritto dell'opinione pubblica ad essere informata".

 La visita di Jorge Bergoglio sarebbe avvenuta alcuni mesi fa nella clinica San Rossore di Barbaricina, nei pressi di Pisa, dove l'elicottero papale sarebbe stato visto atterrare. Il Pontefice, scrive Qn, è stato visitato dal professore Takanori Fukushima, esperto in tumori al cervello e aneurismi. Il referto finale avrebbe però eliminato ogni dubbio: "Non dovrebbe essere necessario alcun tipo di intervento. Quella macchia - scrive il quotidiano, riportando le parole di un componente dello staff della clinica -, quel piccolo tumore si può curare". Il giornale, accanto alla notizia pubblicata in prima pagina pubblica un editoriale firmato dal direttore Cangini con il titolo: 'Il dovere di scriverlo'. Fukushima è docente di Neurochirurgia al Duke University Medical Center e alla West Virginia University Medical Center.

La notizia di Qn arriva proprio alla vigilia di giorni delicatissimi in Vaticano. Sabato pomeriggio si chiude infatti il Sinodo per la famiglia, dal quale ci si attende importanti decisioni su temi di grande importanza per i fedeli, come la votazione dei Padri sinodali sulla comunione da dare ai divorziati rispostati, e sui quali il confronto nella Chiesa è molto serrato tra i conservatori e i riformisti.
fonte: Abruzzo.tv e la Repubblica