domenica 8 novembre 2015

Media e Regime. Vatileaks 2: chi vuole bruciare i libri di Fittipaldi e Nuzzi?

Siamo tra quelli che pensano che il pontificato di Francesco stia segnando una svolta epocale nella direzione di una Chiesa riformata e svincolata dai vecchi schemi ideologici della contrapposizione comunismo e anticomunismo.
Quel mondo non c’è più, e Francesco ha deciso di portare il suo messaggio nelle periferie della povertà e della disperazione, puntando il dito contro la finanza di rapina, contro le guerre e il traffico d’armi, contro ogni forma di sfruttamento.
Nella sua enciclica non si è limitato a condanne generiche, ma ha affondato la critica indicando nella finanza che ha sottomesso la politica, uno dei veri mali del tempo presente, per non parlare dell’egoismo di chi non ha esitato a sfruttare l’ambiente e a privatizzare le risorse naturali pur di accumulare denaro e potere.
Non occorre essere papisti per condividere questa denuncia, senza bisogno per altro di concordare con Francesco su temi rilevanti quali quelli relativi ai diritti civili e alla bioetica.
Non vi è dubbio alcuno che, dentro e fuori la Chiesa, esistano logge e poteri che hanno deciso di colpirlo e di metterlo in condizioni di non nuocere.
Gli interessi e i gruppi oligarchici che si sentono lesi dalla sua azione reagiranno con inaudita perfidia e non escluderanno arma alcuna pur di fermarlo, prima che sia troppo tardi.
Proprio perché stiamo dalla sua parte, non possiamo condividere i toni e i modi scelti da alcuni dei suoi sostenitori nei confronti dei libri pubblicati da Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi. I due sono stati accusati di fare il gioco del nemico, di essere stati aiutati da mani e manine massoniche, qualcuno avrebbe persino voluto chiedere il sequestro preventivo del libro, quasi un rogo di antica memoria inquisitoria.
Il direttore di Radio Maria, emittente che non ama Francesco, ha amabilmente proposto di “impiccare” i due cronisti, forse disturbato dalle troppe notizie su affari immobiliari, case, proprietà non dichiarate, uso spregiudicato dei fondi.
Questa strada è sbagliata, nel metodo e nel merito.
Non ci interessa sapere quali siano state le loro fonti (comunque un giornalista fa bene a non rivelarle), ma non vi è dubbio alcuno, che le notizie pubblicate abbiano il carattere del pubblico interesse e della rilevanza sociale, unici requisiti che giustificano la pubblicazione di materiale così delicato.
Come si può negare, in questo caso, l’esistenza di tali requisiti?
Le valutazioni sull’opportunità, sui mandanti, sulle conseguenze sono di natura assolutamente diversa, e sono ovviamente legittime la critiche e le discussioni.
Non è invece legittimo mettere in discussione la liceità della pubblicazione dei due libri e delle relative inchieste.
Peraltro, dal momento che quei documenti già giravano, la non pubblicazione avrebbe comportato un rischio ancora più grave: il loro uso a fini di ricatto e di estorsione..
La pubblicazione ha messo fine al mercato nero della notizia.
Se quel materiale avesse continuato a girare clandestinamente e sottobanco sarebbe stato peggio per tutti, a cominciare da Francesco che ha fatto della trasparenza e della irritualità, il segno distintivo del suo pontificato e, anche per questo, non è amato dagli “incappucciati” di ogni natura e colore.
P.S. Per altro quando Nuzzi pubblicò “Vaticano spa” si sentirono le stesse parole, salvo poi confermare la sostanza del libro.
Il Fatto Quotidiano

Se gli scandali di questi giorni sembrano gettare cattiva luce sul Vaticano, non sono nulla in confronto alle storie dei secoli più bui del Papato

Le cronache di questi giorni parlano delle accuse al cardinal Bertone, ex segretario di Stato vaticano, di aver ristrutturato un attico con soldi destinati alla Fondazione Bambin Gesù per i bambini malati. E parlano anche dell’arresto di monsignor Angel Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, accusati di aver trafugato documenti riservati.
Se il Vaticano è di nuovo l’ambientazione di lotte di potere, scontri tra fazioni e vicende poco edificanti che coinvolgono suoi esponenti di primissimo piano, la situazione attuale impallidisce davanti alle storie che risalgono ai suoi tempi più bui.

L’eccezionale Benedetto IX

Come in tutte le istituzioni con una storia plurisecolare, anche la Chiesa cattolica è passata attraverso cambiamenti che l’hanno resa del tutto irriconoscibile al confronto con l’oggi. Questo è vero per tutti i gradi della gerarchia ecclesiastica, incluso il suo vertice: la successione dei 266 uomini che, da San Pietro a papa Francesco, hanno ricoperto la carica di pontefice.
Ci sono stati Papi guerrieri, come il celebre Giulio II; altri famosi per il loro nepotismo, come Alessandro VI Borgia; altri che non sono mai esistiti per un errore della numerazione, come Giovanni XX; ma ci fu un Papa che è diventato, suo malgrado, il simbolo di tutto quello che un pontefice non sarebbe mai dovuto essere.
È l’unico Papa ad esserlo stato più di una volta – tre, addirittura – l’unico ad aver venduto la carica, e, infine, uno dei più giovani della storia.
Il papato di Benedetto IX viene citato in tutte le opere storiche, divulgative e non, che si occupano dei successori di Pietro meno meritevoli. Ha ispirato perfino un romanzo recente dello scrittore italiano Renzo Rosso dal titolo, piuttosto inquietante, Il trono della bestia (Piemme, 2002).
Ripercorrendo la sua storia, sembra che almeno un po’ della cattiva stampa di cui gode sia meritata. Anche perché riuscì a mettere d’accordo tutti i suoi contemporanei, che ne fecero ritratti a dir poco critici sia che fossero ostili al papato per partito preso – per motivi religiosi o perché fedeli all’imperatore del Sacro Romano Impero, l’altra grande potenza dell’epoca – sia nel caso in cui non avessero particolari motivi per prendersela con lui. Papa Vittore III, quarant’anni dopo la fine del pontificato di Benedetto IX, definì il predecessore «ladro e assassino».

Teofilatto dei conti di Tuscolo

Perfino chiarire i limiti cronologici del suo papato è difficile: al secolo Teofilatto figlio di Alberico III, conte di Tuscolo, salì al soglio pontificio per volere di suo padre nel 1032, quando aveva con ogni probabilità poco più di vent’anni. Alcune fonti del tempo dicono che ne avesse addirittura dieci o dodici, un errore o una calunnia che ha avuto parecchia fortuna, fino al secondo volume della Storia d’Italia di Montanelli.
La sua famiglia aveva già espresso i due pontefici precedenti, che a quanto pare ricoprirono la loro carica con una certa dignità. Al terzo esponente dei Tuscolani andò molto peggio. Per dodici anni, il giovane cercò di barcamenarsi tra le varie fazioni che si dividevano il potere in Italia – e nella stessa Roma – scomunicando diversi suoi avversari politici. In quel periodo, i possedimenti nominalmente sotto il dominio del Papa erano in realtà un mosaico di piccoli poteri locali, tra cui spiccava quello dei Tuscolani.
Benedetto Ix
Nella città, le accuse di vendite di cariche, di immoralità, di cattiva gestione delle risorse si basavano su storie che fanno sembrare le inchieste di oggi uno scherzo di ragazzini. Nel 1044, anche Benedetto IX ebbe il suo assaggio del malcontento popolare. Una rivolta lo costrinse a lasciare la città, mentre scoppiavano violenti scontri tra i romani e i trasteverini, che stavano dalla parte dei conti di Tuscolo.
Apriamo una parentesi sulla vita privata del nostro papa. Il fatto che il pontefice fosse il sovrano di Roma e al tempo stesso il capo della cristianità faceva sì che parecchi inclinassero molto più decisamente verso il primo ruolo, e si dimenticassero o quasi dei doveri morali connessi al secondo.
Alcune cronache dicono che la rivolta del 1044 scoppiò a causa dello sdegno per un progetto di matrimonio di Benedetto IX
Ad esempio, il celibato dei sacerdoti era già dottrina ufficiale, ma tanto poco rispettato in quei secoli che papa Adriano II (867-872) era sposato quando salì al soglio pontificio – e moglie e figlia andarono ad abitare con lui nel palazzo del Laterano, la residenza storica dei papi.
Per non parlare di casi ancora più clamorosi, come quello di Giovanni XII, che secondo la leggenda morì, nel maggio del 964, tre giorni dopo essere stato sorpreso nel letto di una donna dal di lei marito – che reagì in modo molto poco pio alla scoperta.
Per quanto riguarda Benedetto IX, alcune cronache dicono che la rivolta del 1044 scoppiò a causa dello sdegno per un suo progetto di matrimonio: intendeva sposare una sua cugina. Altre dicono più genericamente che il pontefice era impegnato con costanza in ruberie e assassinii ai danni della gente di Roma. E. R. Chamberlin, autore di un fortunato libro divulgativo sui peggiori papi di sempre intitolato The Bad Popes, ha riassunto così la fama di cui godette Benedetto IX:
«Sembrava che Giovanni XII fosse tornato sul trono, con stupri e omicidi di nuovo all’ordine del giorno, la ricchezza rimasta del papato ancora sperperata in bordelli e banchetti, e nel mantenimento di milizie private».
Ad ogni modo, c’entri o meno il suo comportamento, nel 1044 Benedetto IX dovette lasciare Roma e rifugiarsi in una rocca di famiglia poco lontana. Al suo posto i romani scelsero Giovanni vescovo di Sabina – imparentato con una famiglia rivale dei tuscolani, i Crescenzi – che diventò papa con il nome di Silvestro III.

Molti papi

Ma l’assenza del nostro protagonista durò poco, perché i Tuscolani fecero sentire la loro influenza e Silvestro III fu scacciato a sua volta dopo appena 49 giorni. Benedetto IX riprese il papato e, a quanto pare, chi lo aveva sostituito poté tornare a fare il vescovo senza eccessive conseguenze. Il papa ritornato mantenne però la sua carica solo un mese e ventun giorni.
«Viveva più come Epicuro che come un pontefice»
Desiderio di Montecassino su Benedetto IX
Forse perché a Roma non godeva più di molto appoggio, forse davvero perché interessato a un tipo di vita incompatibile con la carica – il cronista Desiderio di Montecassino dice che «viveva più come Epicuro che come un pontefice» – decise poi di trovarsi un successore con un meccanismo usuale per l’epoca: vendendo l’onore del trono di Pietro.
Chi si comprò l’ambito titolo fu Giovanni Graziano, suo amico e confidente, diventato papa il 1° maggio 1045 con il nome di Gregorio VI. A questo punto, l’imperatore Enrico III intervenne nell’ingarbugliata situazione romana e decise, convocando un concilio a Sutri, di eliminare dai giochi sia il venditore che il compratore, mettendo al loro posto un altro papa ancora, Clemente II.
Purtroppo per Enrico, Clemente II morì improvvisamente alla fine del 1047. E chi tornò alla ribalta fu ancora Benedetto IX, contando sull’appoggio di alcuni signori dell’Italia centrale e diventando così l’unico pontefice della storia a ricoprire la carica per tre volte non consecutive. L’Annuario Pontificio, che riporta la lista ufficiale dei pontefici della Chiesa cattolica, registra Benedetto IX al 145°, 147° e 150° posto.
Record a parte, anche il suo terzo periodo in carica durò poco: meno di un anno, dopo di che l’imperatore intervenne di nuovo e riuscì a farlo deporre (e scomunicare).
E così Benedetto IX finì la sua carriera come un successore con lo stesso nome, quasi mille anni più tardi. Come papa Ratzinger - Benedetto XVI - lasciò Roma e se ne tornò tra i castelli dei dintorni. La leggenda vuole che Benedetto IX visse gli ultimi anni della sua vita in penitenza, riconoscendo finalmente le sue molte colpe. Ma abbiamo indizi che le cose siano andate diversamente, e che il ritiro dimesso e silenzioso di Joseph Ratzinger abbia davvero poco a che fare con la fine della vicenda umana di Teofilatto dei conti di Tuscolo, tre volte papa.
Fino alla sua morte alla fine del 1055, i documenti ufficiali in nostro possesso dimostrano che Benedetto IX, in tutte le occasioni possibili, continuò a firmarsi con il suo nome da pontefice - rifiutando, insomma, la legittimità della sua deposizione, e sostenendo fino alla fine che il legittimo successore di Pietro era, nonostante tutto, ancora lui.
linkiesta.it


Dal 6 novembre nelle sale americane, Spotlight racconta l’indagine del Boston Globe che nel 2002 scatenò lo scandalo dei preti pedofili

Il regista e sceneggiatore Thomas McCarthy riesce a mettere in scena il giornalismo d'inchiesta, con una forza, una verità e un ritmo che non si vedevano da All the President’s Men
 
Ogni tanto, purtroppo sempre più raramente, spunta fuori un film che ti riconcilia con l’idea stessa di cinema. Un’opera che ti ricorda come l’impegno civile possa sposarsi alla perfezione con l’intrattenimento, con un tipo di narrazione che segue il genere con tale lucidità da trascenderlo. Spotlight di Thomas McCarthy è uno di questi film, e senza mezzi termini è di gran lunga il migliore visto fino a oggi nel 2015.
poster
Il tema trattato è ovviamente importante. La vicenda racconta dell’indagine giornalistica del Boston Globe che nel 2002 portò alla scoperta dello scandalo riguardante la Chiesa e il suo tentativo di occultare la presenza di numerosi preti pedofili che operavano nella città. Se però Spotlight è un gran film non è tanto per ciò che racconta ma per il modo in cui lo fa. Prima di tutto va citata la sceneggiatura del film, scritta dallo stesso regista insieme a Josh Singer: un testo capace di mettere in scena con tale forza propositiva cosa significhi fare giornalismo d’inchiesta non si vedeva dai tempi di All the President’s Men (Tutti gli uomini del presidente, 1976) di Alan J. Pakula, e non è un’esagerazione. La precisione con cui verità, ritmo, momenti forti e pause più leggere vengono mescolate è un piccolo grande miracolo di scrittura cinematografica.
Su questo testo insieme potente e sottile si poggia la regia di McCarthy, stringata senza mai essere noiosa o stucchevole. La volontà di raccontare con la maggiore verità possibile i fatti avvenuti non frena mai l’idea di cinema del regista, anzi ne avvalora le qualità portanti, come appunto la lucidità. E così Spotlight diventa un film di impegno civile che si fa anche spettacolo di cinema, attento allo sviluppo narrativo della vicenda corale tanto quanto a quello personale delle figure messe in scena, ognuna con una personalità e un’umanità magnificamente definite. 
Con una simile partitura di base e un cineasta così lucido nella realizzazione, era praticamente impossibile che gli attori potessero fallire nelle loro parti. Ed ecco infatti che Michael Keaton, Mark Ruffalo, Stanley Tucci, John Slattery, e (finalmente!) Rachel McAdams danno il meglio delle loro capacità, regalandoci tutti prove esemplari. Su tutti merita però un applauso a parte un Liev Schreiber misurato e inarrestabile, straordinario nel comunicare la fermezza della sua “missione” ma anche la sensibilità dietro al giornalista.
Raccontare a parole la potenza espressiva di Spotlight non è facile, si rischia di scadere nella retorica oppure sminuirne la portata per evitare tale rischio. Andatelo quindi a vedere, lasciatevi trasportare dall’impeto civile che muove i personaggi, seguitene il percorso impervio e doloroso che li ha portati a testimoniare la verità, per quanto orribile. Spotlight racconta tutto questo attraverso la migliore arma che questo tipo di cinema possiede: la coerenza. Ammirevole. 

Potete trovare Spotlight nei cinema di New York da venerdì 6 novembre, mentre in Italia dal prossimo prossimo 18 febbraio.
http://www.lavocedinewyork.com