mercoledì 11 novembre 2015

Politica? Adesso? Par di vivere in un garbuglio autoritario dove la cancellazione delle regole è diventata la norma

di Corrado Stajano, da Il Corriere della Sera

La politica dovrebbe essere l’arte del necessario, non del possibile, com’è luogo comune dire. Una chimera, oggi più che mai. La mediazione, essa sì, è utile se esercitata pulitamente per metter d’accordo opinioni e bisogni differenti di una comunità. Adesso? Par di vivere in un garbuglio autoritario dove la cancellazione delle regole è diventata la norma.

L’ultimo episodio riguarda la bagarre sul sindaco Marino, probabilmente indifendibile, anche se bisognerebbe approfondire il disturbo che ha dato agli speculatori la sua politica urbanistica. Le modalità con cui è stato tolto di mezzo non fanno onore a una democrazia. Il notaio che ha raccolto le adesioni dei 26 consiglieri richiamati alle armi per evitare, con la loro firma, una libera discussione in aula rammenta una commedia con Peppino De Filippo più che il V° secolo di Pericle. Di che cosa si è avuto paura?

Si avverte un senso di disagio. In un solo giorno si aggrovigliano senza imbarazzo dichiarazioni e smentite. Via le tasse, ripristinate le tasse; i castelli non pagheranno l’Imu, la pagheranno. Il canone della Rai-Tv verrà inserito nella bolletta dell’energia elettrica? Lo dovrà pagare anche chi non possiede il televisore? Non è chiaro. Si aprono i tavoli.

Tutti parlano, parlano. Che bisogno ha avuto Raffaele Cantone, il presidente dell’Anticorruzione, una persona seria, di definire Milano «capitale morale del Paese, mentre Roma sta dimostrando di non avere gli anticorpi necessari»? Non si pretende che conosca il torbido passato prossimo milanese, Sindona, Calvi, l’assassinio di Giorgio Ambrosoli, Mani pulite, Don Verzé, Ligresti, ma ha dimenticato che il vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani è a San Vittore? Ha cancellato dalla mente il gran giro di mazzette sugli appalti scoperto pochi mesi prima dell’inaugurazione dell’Expo e le inchieste in corso su corruzione, peculato, truffa? Anche il presidente Giuseppe Sala non si accorse di nulla. Chissà che sia più vigile se sarà eletto sindaco di Milano come desidererebbe Renzi.

Poi ci sono i problemi più gravi di cui si preferisce parlar poco. Come quello che riguarda la soglia per l’uso dei contanti salita a 3000 euro. Le proteste motivate sono state e sono numerose. Si sono detti contrari, tra gli altri, il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti: «Favorisce l’evasione fiscale, la circolazione del “nero” e danneggia la lotta al riciclaggio frutto di reato». Anche il senatore a vita Mario Monti che da presidente del Consiglio portò la soglia del contante da 2500 a 1000 euro è dissenziente. Ed è in corso una campagna digitale — Riparte il futuro — promossa da Libera e dal Gruppo Abele che ha già superato le 35 mila adesioni.
Nessuna retromarcia, i 3000 euro non si toccano, guai ai gufi, ai rosiconi, ai moralisti: Renzi si è impuntato come un bambino cui viene tolta la nutella.

Ci fu in passato un suo predecessore che mostrava «stizza e insofferenza verso chi lo criticava o anche solo non condivideva le sue valutazioni e le sue decisioni e le voleva discutere». (Fonte ineccepibile, Renzo De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario, pag.284)

È d’obbligo il consenso, la fiducia nella crescita, l’ottimismo, sullo sfondo di campane a festa e di trombe squillanti. È tornata di moda la parola disfattismo, residuo di tempi tristi, viene considerato nemico chi vuole semplicemente dire la sua, discutere le inadeguatezze della politica governante, sottolinearne l’incompetenza, la presunzione, il dilettantismo giovanilistico, smascherare le bugie quotidiane.

Saltano fuori come misirizzi antichi progetti che si speravano sepolti. È rispuntata l’idea del Ponte sullo Stretto, per la letizia delle imprese d’appalto e di subappalto in mano alla mafia. L’opera stava molto a cuore a Berlusconi: fu la prima cosa che disse — promise — quando nel 2008 ridivenne presidente del Consiglio. Non c’è ora un ispettore fuori dai giochi del potere che vada in Sicilia a vedere come, tra crolli, frane e smottamenti, (non) funzionano strade e ferrovie che vanno messe in ordine prima di pensare al ponte faraonico di dubbia utilità?

Il ponte è un favore che Renzi deve rendere all’alleato Angelino Alfano, nativo della Trinacria, o a Denis Verdini, il plurinquisito alleato di riserva? Non teme i giudizi degli elettori o ex elettori del Pd? Crede davvero che distruggendo valori e principi della sinistra, o di quella che fu tale, di guadagnare consensi a destra? Non sembra, con qualche eccezione. Continua invece a perdere parlamentari del suo partito e ha sul collo i fiati dei Cinque Stelle.

Di nuovo protagonista il trasformismo, antica piaga. Padrino Agostino Depretis (1883), tutore Benedetto Croce che nella sua Storia d’Italia (1927) lo definì un semplice strumento di azione politica, nient’altro che un processo fisiologico, non certo patologico.
E oggi? Che cosa può succedere nel gran pastone dei trasformisti quotidiani?
Micromega

La politica sottomessa al Vaticano. «I compiti a casa», se danneggiano gli interessi della Chiesa e del Vaticano, non occorre farli. Si può anche marinare la scuola!

di Michele Martelli
Renzi come Marino, Firenze come Philadelphia? Papa Francesco in procinto di visitare Firenze, al premier, che a Firenze avrebbe voluto incontrarlo con la sua famiglia, fa sapere che è contrario, non ci sta. Primo, perché non è una visita di Stato. Poi, perché, evidentemente, non ama essere usato. Renzi come Marino, alla rincorsa del papa, alla ricerca della legittimazione papale? Più dignitoso e politicamente corretto il papa, si direbbe, che, almeno in questo caso, non vuole mischiare sacro e profano, privato e pubblico, Chiesa e Stato.

Certo, difficile ignorare i tanti, troppi privilegi lasciata alla Chiesa cattolica anche dal Nuovo Concordato del 1984 (dall’otto per mille all’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche), ma non si può negare che la Repubblica italiana sia uno Stato laico, cioè non confessionale, quindi autonomo dalla Chiesa (come sancito dal Protocollo addizionale, art. 1, dell’Accordo di cui sopra), di cui lo Stato, come per ogni altra associazione privata od organismo culturale intermedio della società civile, si impegna a riconoscere e salvaguardare le specifiche attività e finalità (religiose e di culto nella fattispecie).

Sorge spontanea una domanda. Poiché la Chiesa, per legge, non va confusa con lo Stato, e poiché, inoltre, il papa è anche il capo di uno Stato straniero, perché i nostri governanti e politici, quasi tutti, a tutti i livelli, alti, bassi e intermedi, hanno una tale smania di genuflettersi al papa e al clero cattolico? La spiegazione è forse più semplice di quello che sembra: lo Stato italiano è laico per definizione, ma i nostri governanti, in grande maggioranza, nella loro attività politico-amministrativa, laici non sono ancora, bensì complessati baciapile, affetti da clericalismo. Per struttura mentale, non solo per calcoli elettoralistici.

Qualcuno forse giustamente dirà: in Italia «la Chiesa, questa Chiesa dottrinale e dominata dalla Curia, non può essere ignorata», d’accordo con quanto scriveva Grillo nel 2006, che tuttavia incautamente elogiava allora le presunte virtù (manageriali e ambientaliste) del cardinal Bertone, oggi sotto accusa per l’attico faraonico ristrutturato «a sua insaputa» (come a suo tempo il ministro Scajola) con i soldi dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Ma tra ignorare e sottomettersi, ne corre!

A ben rifletterci, non è stato Bergoglio in volo da Philadephia, con la sua trinciante battuta («Non l’ho invitato io. È chiaro?»), o il vicario di Roma, il cardinal Vallini («A Roma serve una scossa, una nuova classe dirigente!») a dimissionare il sindaco Marino eletto dai romani (ma oramai inviso al Vaticano per lo sgarbo della trascrizione nel registro comunale di una decina di nozze gay celebrate all’estero). No, a dimissionarlo è stato il servilismo filoclericale, unito alla smania di potere, dei «26 pugnalatori» notarili e del loro «unico mandante». Cioè appunto Renzi, il prefetto dei prefetti, non eletto dai cittadini ma designato dall’alto, oggi trattato da Bergoglio come Marino: ah, la legge del contrappasso!

Sicuramente, le gerarchie cattolico-vaticane, se rispettose (ma non lo sono) delle norme neoconcordatarie, dovrebbero astenersi da ogni ingerenza. Ma ciò che mi sembra ancora più grave è il cedimento dei politici «signorsì» (molti, troppi, di ogni colore). Che cosa ha risposto Renzi al cardinal Vallini? «Pronto, sarà fatto!»: quasi fosse un suo dipendente! E quale il primo atto pubblico del prefetto Tronca da Renzi appena nominato commissario di Roma? Non l’incontro col governo, o magari, anche se non previsto dal protocollo, col presidente della Repubblica Mattarella, ma la visita in Vaticano e la genuflessione al papa. Quasi fosse un funzionario d’Oltretevere!

È una storia vecchia. Uno degli esempi più lampanti è il mancato pagamento miliardario dell’Ici-Imu da parte della Chiesa, imposto di recente anche da un pronunciamento della Corte di Cassazione (luglio 2015). Del resto, è scritto nero su bianco nel Nuovo Concordato (art. 7, c. 3): gli enti e le attività ecclesiastiche non aventi finalità di religione o di culto sono soggetti al regime tributario dello Stato italiano. Da Berlusconi a Prodi, da Monti a Renzi, la norma è rimasta lettera morta, nonostante le ripetute sollecitazioni dell’Ue. «I compiti a casa», se danneggiano gli interessi della Chiesa e del Vaticano, non occorre farli. Si può anche marinare la scuola!
micromega

La Chiesa di Francesco tra scandali e timide riforme

intervista a Emiliano Fittipaldi di Valerio Gigante - Micromega

Leggendo il libro di Emiliano Fittipaldi “Avarizia: Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco” (Feltrinelli, 2015, pp. 231) uno dei due saggi appena usciti sul Vaticano, i suoi interessi finanziari, i suoi scandali, i suoi sprechi, l’impressione che se ne coglie è che, regnante papa Francesco, nulla di significativo pare cambiato rispetto al clima che portò nel 2013 alle clamorose dimissioni di Benedetto XVI.

Ciò che emerge – nonostante i media laici e cattolici continuino a dipingere Francesco come la candida pecora circondata da un branco di lupi – è il dubbio che dietro l’elezione al soglio pontificio di Bergoglio si sia mossa una gigantesca operazione ideologica che attraverso il papa che assumeva il nome del poverello d’Assisi intendeva coprire la prosecuzione delle stesse dinamiche, degli stessi scandali, delle stesse lotte di potere, degli stessi giganteschi interessi economico-finanziari che avevano caratterizzato l’epoca di Benedetto XVI e quelle precedenti. Salvo che in questi ultimi due anni l’opinione pubblica è stata persuasa a colpi di servizi radiotelevisivi, editoriali, interviste, dirette fiume su ogni visita, discorso, celebrazione del papa che tutto stesse rapidamente cambiando. Anzi, che in gran parte lo fosse già.

Insomma, tutto quello che questo nuovo “Vatileaks” sta portando alla luce non riguarda pratiche del passato, ma comportamenti tuttora in atto. In molti – ovviamente – lo sapevano già, senza bisogno del benemerito libro di Fittipaldi, che si aggiunge a quello di Nuzzi. Ora però ci sono le carte. Ed esse, così come avvenne nel 2012-2013, mostrano nero su bianco ad una opinione pubblica la cui percezione era ormai stata orientata in senso decisamente diverso, che il Vaticano resta ciò che è sempre stato.

Per questo, il libro di Fittipaldi, che oltre ai documenti presenta una rilevantissima ed approfondita inchiesta, svolta peraltro su moltissimi fronti, è stato oggetto di durissime critiche, precedute dal vano tentativo di ridurre la questione alla semplice attività di due “corvi” dediti a torbidi complotti contro il papa.

Scorrendo le pagine del libro, si viene invece a scoprire che la Fondazione Bambin Gesù – che dovrebbe occuparsi di finanziare la ricerca sulle malattie infantili all’interno di una struttura ospedaliera peraltro pagata quasi interamente dallo Stato Italiano – stornava 200mila euro destinati alla ricerca per la ristrutturazione dell’appartamento di circa 300mq del card. Bertone in vaticano (il quale ha detto che il suo uomo al Bambin Gesù – Giuseppe Profiti – avrebbe fatto tutto ciò “a sua insaputa”); che ci sono ecclesiastici che vivono in case ben più grandi di quella di Bertone; che mons. Viganò – il moralizzatore che diede il via al primo Vatileaks – possiede un ingentissimo patrimonio ed è anche in causa con il fratello prete che lo accusa di avergli sottratto milioni di euro frutto di una eredità di famiglia; che il card. Pell, nominato da Francesco (sì, proprio da lui!) a capo di un nuovo potente superdicastero con il compito di risanare l’economia vaticana, è riuscito a spendere da luglio 2014 a gennaio 2015 ben 501 mila euro (per spese – scaricate sulle casse della Congregazione vaticana di cui è prefetto – come un sottolavello da 4600 euro, tappezzeria per 7292 euro, 47 mila euro per mobili e armadi, ma anche per vestiti di lusso acquistati da Gammarelli, sartoria storica che dal 1798 veste la curia vaticana); e ancora: che alla faccia della propaganda sulla sobrietà inaugurata dal papa tutti coloro che collaborano con il card. Pell al risanamento delle finanze vaticane viaggiano in business class anche per spostamenti brevi; che il Vaticano incassa 60 milioni di euro l’anno vendendo benzina e tabacchi in due punti vendita duty free cui possono accedere ben 41mila persone; che, mentre si diceva che papa Francesco aveva “ripulito” lo Ior, 100 tra imprenditori, professionisti, forse politici italiani hanno ancora conti nella “banca vaticana” (tra loro anche indagati dalla giustizia italiana per reati fiscali).

Tutto ciò, per giunta, all’insaputa dell’Uif – l’Ufficio Informazioni Finanziarie della Banca d’Italia, che attende da tempo una lista dei presunti evasori che hanno conti aperti allo Ior. Lista che non è mai giunta a destinazione.

C’è poi la questione del patrimonio immobiliare che il Vaticano possiede a Roma: un tesoro che vale circa 4 miliardi di euro. Alcuni di questi immobili sono affittati a vip e boiardi di Stato per cifre assolutamente fuori mercato (ma se il papa aveva chiesto agli istituti religiosi di aprire le porte a migranti e rifugiati, perché le “sue” case sono occupate da ricchi e potenti?); e ancora: le offerte che i fedeli regalano per la carità del papa ogni anno attraverso l’Obolo di San Pietro non vengono tutte spese per i più poveri, ma ammucchiate su conti e investimenti che hanno raggiunto i 400 milioni di euro.

Nella Chiesa cattolica, racconta il libro di Fittipaldi, anche per diventare santi e beati servono soldi. Centinaia di migliaia di euro, che servono soprattutto (ma non solo) per pagare il “postulatore”, cioè colui che viene incaricato di indagare sulla presunta santità del candidato e trovare le prove dei miracoli che egli avrebbe compiuto (ne serve almeno uno per diventare beato; almeno due per la santità). In media, la santità arriva così a costare tra i 400mila e i 500mila euro.
Di tutto questo, e delle ripercussioni che il suo libro inchiesta avrà sull’opinione pubblica e sulla Chiesa cattolica, ne abbiamo parlato con l’autore.

Il tuo libro è stato accolto in modo contrastante dai giornalisti che si occupano di informazione ecclesiastica. Molti ti hanno rimproverato di non fare un buon servizio alla causa di papa Francesco. Ma il ruolo di un giornalista, di chi fa una inchiesta, è quello di servire una "causa"?

Quello che hai rilevato non è avvenuto solo nel mondo dell’informazione vaticana, ma nel mondo giornalistico tout court. Basta pensare che Massimo Franco nel corso di una trasmissione televisiva mi ha incalzato chiedendomi se prima di pubblicare il mio libro non mi fossi posto il dubbio di essere stato strumentalizzato da qualcuno. È una domanda maligna, perché un giornalista in generale e uno di inchiesta in particolare ha il compito di trovare una notizia – se ne è capace –
verificarla, capire se sia di interesse pubblico, se sia deontologicamente corretto pubblicarla e poi, fatto questo, ha il diritto ma anche il dovere di pubblicare, altrimenti è sospettabile di essere un potenziale ricattatore, che tiene per sé informazioni rilevanti. Una domanda del genere di quella di Franco in Paesi come gli Stati Uniti non avrebbero mai potuto farla. Fatte le dovute differenze, sarebbe stato come chiedere ai giornalisti che svelarono il Watergate portando successivamente Nixon alle dimissioni se fossero stati strumentalizzati dalle loro fonti.
La domanda di fondo è invece secondo me questa, e cioè se noi giornalisti dobbiamo raccontare ciò che il potere politico, economico, ecclesiastico rappresenta di se stesso; oppure, come credo di aver fatto, raccontare quello che il potere non vuole che sia raccontato.

La figura, il carisma, i modi informali e lo stile sobrio del papa hanno, di fatto, contribuito ad occultare all’opinione pubblica ed all’informazione ciò che invece il tuo libro ha svelato. Dalle tue ricerche che immagine ti sei fatto del ruolo svolto dal papa in questi oltre due anni di pontificato?


Il mio libro racconta quello che non il papa, ma la propaganda vaticana era riuscita ad occultare, sostenendo che sotto Francesco la riforma della Chiesa fosse stata già in fase avanzata. In realtà io penso che Francesco stia veramente tentando di riformare la Chiesa. Lo sta facendo in maniera molto cauta, anche perché è papa da soli 2 anni e mezzo, e che abbia trovato delle resistenze straordinarie, come abbiamo visto anche durante il Sinodo sulla Famiglia. La Chiesa povera dei poveri che Francesco auspica e chiede ai suoi cardinali che sia realizzata è ancora molto lontana dal diventare realtà. Ovviamente un giornalista ha il compito, se riesce a scoprirlo, di raccontare questa verità, anche se molto scomoda perché imbarazza non soltanto il Vaticano, ma tutti quelli che nei mass media hanno voluto fare da semplici amplificatori della propaganda vaticana, senza approfondirla e svelarne le contraddizioni.

È però un fatto incontrovertibile che il card. Pell, sulla cui figura ti soffermi a lungo nel tuo libro, lo abbia voluto papa Francesco…

Rispondo con una battuta: il papa avrebbe bisogno di un buon direttore del personale… nel senso che è vero: i commissari della Commissione referente sull’Organizzazione della Struttura Economico-Amministrativa della Santa Sede (Cosea) sono stati scelti da lui; e anche Pell, il braccio destro economico della nuova gigantesca segreteria dell’economia è stato nominato da Bergoglio. Ma il papa viene da Buenos Aires, non può conoscere tutto e tutti. Si è, a mio giudizio, fidato di qualcuno in Curia che gli ha consigliato di scegliere Pell perché il cardinale australiano ha una fama di ottimo amministratore finanziario, che si è formata sin dai tempi in cui era arcivescovo. Si tratta però di una fama che nasconde più di una insidia, nel senso che Pell, per tutelare la sua diocesi dal punto di vista finanziario, ha attuato una politica molto aggressiva nei confronti delle vittime dei pedofili che chiedevano alla sua Chiesa, quella di Sydney, ingenti risarcimenti. Una relazione della commissione di inchiesta sulla pedofilia istituita dal governo di Canberra, di cui riferisco nel mio libro, definisce il comportamento di Pell addirittura non in linea con quello di un buon cristiano. Insomma, Pell era già chiacchierato al tempo della sua nomina. E chiamarlo in Vaticano è stata senza dubbio una scelta sbagliata.

C’è poi la questione degli immobili vaticani affittati a prezzi di favore a vip, raccomandati e potenti di vario tipo. Un’altra bella contraddizione per il papa che fa costruire le docce per i poveri dentro le mura vaticane e chiede a diocesi ed istituti religiosi di aprire le proprie case ai migranti ed ai rifugiati…

In questi anni ci si è concentrati solo sul povero Bertone, per la storia del suo appartamento che poi è risultato essere di dimensioni inferiori, seppure cospicue, rispetto a quello che è stato scritto sui giornali. Ma ci sono ecclesiastici che vivono in appartamenti molto più grandi di quello di Bertone. Sono circa 5000 gli appartamenti di Propaganda Fide, molti sfitti, che valgono una cifra che secondo me è sottostimata, ma che si aggirerebbe intorno ai 4miliardi di euro. Questa cifra permette però di fare una significativa considerazione. Alla luce di essa, infatti, la storica inchiesta dell’Europeo del 1977 che quantificava in un quarto circa degli immobili presenti a Roma quelli di proprietà riconducibili alla Chiesa cattolica risulterebbe decisamente esagerata, anche al netto di tutti gli immobili di proprietà della diocesi di Roma, delle varie Congregazioni ed istituti religiosi, delle arciconfraternite, ecc. Non si arriva comunque nemmeno vicini ad un quarto del valore totale del patrimonio immobiliare presente a Roma, stimato attorno ai 590 miliardi. Un aspetto che ridimensiona moltissimo quello che ha rappresentato uno dei cavalli di battaglia della propaganda anticlericale. Una ulteriore dimostrazione che il mio libro intende solo fare chiarezza e verità. Non è certo un libro pregiudizialmente anticlericale. Altrimenti questi dati nemmeno li avrei riportati.

Resta però il fatto che se il papa non sa chi abita negli immobili di proprietà del Vaticano sa però come e dove vivono i suoi cardinali…

Certo, lo sa e a lui piacerebbe che i cardinali si comportassero in maniera più sobria. Lo stesso card. Parolin, lo scrivo nel mio libro, era a Santa Marta ma la scorsa estate si è spostato nel Palazzo Apostolico. Più in generale, è tutta la gestione del patrimonio immobiliare che fa discutere. Ci sono affitti a prezzi molto bassi. La Cosea ha spiegato che per anni sono state accettate trattative al ribasso sugli affitti. Un andazzo che Filoni, il prefetto di Propaganda Fide, sta cercando di cambiare in modo che alla scadenza degli attuali contratti i prezzi di locazione possano essere adeguati alle tariffe di mercato. Questo per dire che Francesco e chi segue la sua linea cerca comunque di darsi da fare.

Arriviamo alla questione forse più scandalosa tra tutte quelle che racconti, quella dello Ior. Lì la propaganda che parlava di rivoluzione, trasparenza, pulizia era in atto da anni, dai tempi di Benedetto XVI. Tutti raccontavano di una dinamica inarrestabile di adeguamento agli standard internazionali. Invece…

Allo Ior è ancora in atto un enorme scontro di potere. E a governarlo sono stati messi personaggi controversi, come Joseph Zahra e Jean-Baptiste de Franssus. Soprattutto Zahra, finanziere maltese di un paese fino al 2010 considerato paradiso fiscale. A maggio Zahra aveva chiesto al papa il permesso di aprire per conto del vaticano una Sicav (una società d'investimento a capitale variabile) in Lussemburgo. Intendeva così gestire più liberamente i miliardi dello Ior. In un paese, per di più, che presentava indubbi vantaggi dal punto di vista fiscale. Il progetto era stato approvato dal Consiglio di sovrintendenza della banca, ma poi è stato bloccato dalla Commissione cardinalizia di vigilanza e dal papa in persona. Poi c’è Renè Brulhart, capo dell’Aif, che ha sottoscritto un accordo di gentleman agreement con la Banca d’Italia sulla trasparenza; nonostante ciò, si scopre che sono ancora aperti presso lo Ior un centinaio di conti intestati a laici che non dovrebbero averlo. E in ogni caso nessuno sa dove siano finiti i soldi dei vecchi clienti fuoriusciti negli ultimi anni. Migliaia di posizioni che restano misteriose; capitali che, contrariamente alla favoletta della trasparenza, non sappiamo dove siano andati. Si sospetta in parte in Germania, dove le autorità antiriciclaggio sono assai deboli rispetto a quelle di altri Paesi europei e della stessa Uif italiana. Se poi si aggiunge che lo Ior ha chiuso il 2014 realizzando utili per circa per circa 70 milioni, ma che i 4 fondi istituiti presso lo Ior che dovrebbero fare beneficienza non hanno praticamente mosso denaro, il quadro si fa ancora più desolante. Anche perché l’unico fondo che ha fatto un po’ di beneficienza è il “fondo missioni”, che negli ultimi due anni ha stanziato solo 17mila euro!

Questo scandalo esplode a pochi anni di distanza dal precedente. Oggi il re, cioè la Chiesa gerarchica (e forse anche il papa), è di nuovo nudo. E rivestirlo per l’ennesima volta non sarà facile. Cosa pensi succederà ora nella Chiesa?
Sono un sostenitore del papa, di cui ho grande fiducia. Ne vedo i limiti ma anche la grandezza. Spero quindi che il mio libro permetta a Francesco di avere le mani più libere. I fatti raccontati nel mio libro in tanti forse li intuivano, alcuni li sapevano, ma ora tutti hanno la possibilità di verificarli. Tanto più che ad una settimana dall’uscita delle anticipazioni sul mio libro non c’è stata una smentita, nemmeno su qualche aspetto secondario dell’inchiesta. Tutto ciò consentirà – almeno è ciò che auspico – al papa di agire in maniera più rapida ed incisiva. Anche perché ora c’è un’opinione pubblica che comincerà ad esigere reali cambiamenti. Assai più che in passato. E al Vaticano non basteranno più intenzioni, dichiarazioni, gesti simbolici come l’apertura delle docce per i barboni. Tutte cose assolutamente utili, ma che diventano propaganda se non sono accompagnate da reali scelte che la Chiesa è chiamata a fare a favore della trasparenza e in ultima analisi per chi ha veramente bisogno.

Credo insomma che a maggior ragione dopo il mio libro Francesco, assieme con alcuni uomini che sono al suo fianco, a partire dal segretario di stato Parolin, potrà avviare un’opera riformatrice ancora più decisa.

(10 novembre 2015)

La Procura di Roma avvia indagini a carico del Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca

La Procura di Roma avvia indagini a carico del Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che afferma "senza alcun margine di equivoco" la sua "totale estraneità a qualunque condotta meno che corretta", chiede di essere ascoltato dai magistrati e annuncia per domani una conferenza stampa per chiarire "ogni aspetto" della vicenda. La bufera sul Presidente della Regione Campania si abbatte in serata con la notizia che la Procura di Roma ha indagato per l'ipotesi di corruzione in atti giudiziari Anna Scognamiglio, uno dei giudici del Tribunale civile di Napoli che, lo scorso 22 luglio, confermando una precedente decisione del giudice monocratico, ha accolto il ricorso di De Luca, contro la sospensione dall'incarico di Governatore. Nella stessa inchiesta è indagato, per l'ipotesi di reato di induzione alla corruzione, il capo della segreteria di De Luca, Nello Mastursi, che ieri si è dimesso da tale incarico. De Luca interviene a tarda sera e, nel dichiarare la sua estraneità, dice che è sua intenzione "fare in modo che si accendano su questa vicenda i riflettori nazionali, trovandomi nella posizione di chi non sa di cosa si stia parlando". "Ho già dato incarico al mio avvocato - aggiunge - per chiedere di essere sentito dalla competente autorità giudiziaria. Per me, come per ogni persona perbene, ogni controllo di legalità è una garanzia, non un problema. E su questo, come sempre lancio io la sfida della correttezza e della trasparenza". L'iscrizione di De Luca nel registro degli indagati può essere stata fatta senza che il Governatore ne sia al momento a conoscenza. Nell'inchiesta sarebbero indagati anche il marito del giudice Scognamiglio, Guglielmo Manna, in relazione a una sua richiesta di passaggio da un'Asl ad un'altra e ad un suo presunto collegamento con la sentenza emessa dal collegio di cui faceva parte la moglie. Da quanto si è saputo a Napoli, tale passaggio non è mai avvenuto. L'inchiesta era stata avviata a Napoli sulla base di una segnalazione ed è stata successivamente trasferita dalla Procura partenopea a quella di Roma, che è competente a svolgere le indagini sui magistrati del Distretto della Corte di Appello di Napoli. La stessa Procura capitolina nei giorni scorsi ha delegato la Polizia a perquisire l'abitazione di Mastursi. La sentenza al centro dell'inchiesta romana è quella con la quale la prima sezione civile del Tribunale di Napoli ha confermato quanto già deciso il 2 luglio dal giudice monocratico Gabriele Cioffi, il quale aveva congelato la sospensione di De Luca dalla carica di Governatore che era stata disposta con un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in base alla legge Severino. La sospensione era relativa a una condanna a un anno di reclusione per abuso di ufficio inflitta a De Luca quando era sindaco di Salerno. Il collegio aveva accolto il ricorso presentato dai legali di De Luca e aveva inviato gli atti alla Corte Costituzionale sospendendo il procedimento sul merito fino a quando la Consulta non si sarà pronunciata sui presunti profili di incostituzionalità ravvisati nella legge Severino.
ansa