giovedì 12 novembre 2015

Chivasso se il prete è bello...

« Ecco… ricomincia l’eterna gara nella quale ognuno dei due vuole disperatamente arrivare primo. Però, se uno dei due s’attarda, l’altro aspetta. Per continuare assieme il lungo viaggio fino al traguardo della vita…”.
Fine del film e il film, riproposto in tutte le salse, vedeva il parroco di un piccolo paesino dell’Emilia Romagna (Brescello) in perenne lite con un sindaco, poi diventato onorevole.
E’ la saga di Don Camillo e Peppone. Di un  comunista e un parroco, che non gliene perdona una, soprattutto in politica.
Perchè ve ne parliamo? Perchè è intorno all’immagine di questo parroco del dopoguerra che Don Gianpiero di Castelrosso ha affidato la pagina interna destra di uno dei suoi ultimi foglietti della domenica. In quella precedente, il ricordo dell’anniversario della morte di Don Nicolino Averono, a due anni dalla scomparsa.
Una coincidenza? Un inutile prurito editoriale? E sarà anche una casualità, ma è una
casualità che casca proprio a ridosso delle polemiche sollevate da alcuni cittadini sulla gestione della parrocchia e della Fondazione messa in piedi dopo la morte del predecessore per gestire un sacco di euro.
Che di questo si tratti è certo anche dalla lettura di una lunghissima riflessione su che cosa debba essere o non essere il parroco.
Così, scrive Don Gianpiero, “Se il parroco è bello, perchè non si è sposato” e “Se parla con i ricchi è un capitalista”, “Se fa un predica corta non sa cosa dire” e “Se non organizza delle feste è un parrocchia morta”.
E via di questo passo fino alla richiesta, quasi una supplica, di un preghiera per lui, in coda alla reprimenda sulle critiche subite da tanti e l’aiuto ricevuto da pochi.
L’immagine che ne viene fuori, inutile negarlo, è di un uomo che non sa più che cosa fare per farsi accettare per quello che è.
Lui che tutto vorrebbe fare nella vita tranne il Don Camillo del Brescello, che invece assomiglia, anzi no, è proprio sputato, a quel Don Nicolino che un giorno si fece dare un assegno in bianco da un politico (di cui non rivelò mai il nome) per costruire la casa di riposo. A quel Don Nicolino che con gli altoparlanti sul campanile, tutte le domeniche, godeva nel sparare la santa messa al massimo dei decibel possibili. E ancora a quell’uomo che orgoglioso raccontava d’aver diretto e orchestrato dieci, cento campagne elettorali, facendo fare l’anticamera ai candidati di tutti gli schieramenti.
Ecco. Don Gianpiero, evidentemente non si sente di essere così. Vorrebbe fare il parroco, governare e accudire le anime, punto e basta. Altro che Fondazione, scuola, oratorio, casa di riposo, annessi e connessi.
Sembra quasi di sentirlo, come Don Camillo, a tu per tu con il Crocifisso. Inutile registrarlo: è proprio tutto un altro film.
12alle12.it

Montecassino, lo shopping londinese dell'abate sotto accusa: 1.748 euro in vestiti

Feste, viaggi emondanità. Da abate di Montecassino, sede lasciata nel 2013 per motivi di salute, Pietro Vittorelli faceva una vita da sogno. I conti e le cronache rosa lo raccontano. I soldi, destinati alla carità e trasferiti dalla Cei sul deposito della diocesi, venivano sistematicamente spostati sul deposito del sacerdote, che poi pagava viaggi a Rio, a Londra a Lisbona. 

Nell’elenco delle spese risultano conti da settemila euro per il soggiorno nella capitale britannica, dove una sola cena costava più di 700 euro. In un solomese del 2013 Vittorelli è riuscito a spendere 34mila euro. Gli altrimesi andavameglio: 4mila o 8mila. Ma anche l’abbigliamento era una voce pesante nel bilancio di Vittorelli, il conto pagato a Londra nel negozio da Ralph Lauren ammonta a 1.748 euro, quello all’Hotel Principe di Savoia diMilano circa 2mila. E non era un’eccezionema la regola del religioso.
Il Messaggero

Ebbe un figlio e negò la paternità: il Vaticano "espelle" don Spolaore

SANTA MARIA DI SALA. Con l’ufficialità di un decreto della Congregazione per il clero, Paolo Spoladore, 55 anni, ancora chiamato “Donpa” nel suo vasto giro, non è più don. La notizia è stata pubblicata sull’ultima Difesa del Popolo. È una lunga e spinosa vicenda che inizia nel 2010 quando il Donpa è un sacerdote sulla cresta dell’onda, le sue prediche a San Lazzaro sono affollate come un concerto, i brani musicali che scrive sono cantati nelle chiese di mezza Italia, incide dischi, scrive libri. Il fulmine si abbatte quando una padovana lo accusa di essere il padre del proprio figlio, all’epoca di otto anni.
Don Spoladore sceglie di reagire negando tutto e rifiuta di sottoporsi al test del Dna.
Il Tribunale non si ferma e un anno dopo riconosce ufficialmente che quell’uomo, quel sacerdote, è il padre del bambino. Gli impone anche di versare un assegno di mantenimento di 300 euro. Il coperchio è alzato. Salta fuori che Donpa ha anche una, peraltro seguitissima attività di “formazione“, con base a Santa Maria di Sala, ma di respiro nazionale.
I suoi corsi, a pagamento, sono affollati e gli fruttano un notevole reddito. I suoi “seguaci” fanno muro attorno a lui. E’ l’ottobre del 2012 quando la Diocesi si esprime con chiarezza: «La comunità prenda le distanze da don Paolo».
E adesso la sentenza, la riduzione allo stato laicale e lo dispensa, quindi, dal vincolo del celibato: «Tale decisione è definitiva e inappellabile e fa seguito al decreto di sospensione a divinis emesso dall’allora vescovo Mattiazzo il 24 giugno 2014. Si rende noto questo decreto ai presbiteri, ai religiosi, ai laici della diocesi perché tutti siano informati del grave provvedimento preso dopo un processo canonico che ha accertato l’incompatibilità (di Spoladore) con lo stato clericale».
Ma se è terminata l’attività clericale del “Donpa”, altrettanto non può dirsi per quella degli affari. Nei bilanci dell’Usiogope, la società che gestisce i suoi interessi, intestata alla segretaria Fabiola Berloso: nel 2014 ha fatturato un milione e 712 mila euro.
Nuova Venezia