venerdì 20 novembre 2015

Manifestazione da convidere, i musulmani d’Italia vanno sostenuti

È apparso subito evidente, all’indomani della strage di Parigi, che si è di fronte a una minaccia mortale per le società europee, ma anche per il mondo arabo e musulmano. E bene hanno fatto le comunità islamiche italiane che hanno deciso di scendere in piazza in solidarietà con le vittime e contro il terrorismo di Daesh il pomeriggio di sabato 21 novembre a Roma (alle ore 15 in piazza Santi Apostoli).
Spetta, infatti, soprattutto ai musulmani riconoscere, isolare e denunciare qualsiasi forma di estremismo fondamentalista, pronto a dotarsi di armi micidiali.
E spetta a noi ora, cittadini italiani, associazioni laiche e religiose, donne e uomini di buona volontà, il compito non lieve e non facile di accogliere con serietà quest’invito per affermare i valori condivisi delle società democratiche.
Dunque, le musulmane e i musulmani d’Italia, in un simile momento storico sono nostri preziosi alleati, in una sfida contro il terrorismo che vinceremo se e solo se saremo capaci di rimanere uniti intorno al valore della intangibilità della vita umana. E se, e solo se, saremo mossi dalla netta condanna di qualsiasi forma di fondamentalismo.
Per questo i musulmani d’Italia e d’Europa vanno sostenuti e tutelati nei confronti di chi li associa a un Islam ridotto alla sua dimensione aggressiva e autoritaria e alla sua faccia intollerante e feroce. E con ciò si dimentica che la guerra in corso è, in primo luogo, una lotta all’ultimo sangue per l’egemonia all’interno del mondo musulmano, perfino al di là del conflitto tra sciiti e sunniti.
Come ha scritto Amos Oz, questa «prima che essere una guerra contro l’Europa e l’Occidente, è una guerra interna all’Islam, per il suo cuore. È un conflitto sul significato e l’identità dei musulmani». Se non si capisce questo, è inevitabile che le opinioni pubbliche occidentali — smarrite e insicure — creino nuovi mostri e coltivino nuovi incubi.
Si finisce così col guardare — cedendo a una equazione perversa — i flussi di profughi che arrivano sulle nostre coste come potenziali seminatori di terrore. E, invece, la gran parte di quanti giungono in Europa fugge da guerre e persecuzioni.
Fugge, quindi, da quello stesso terrore che ha colpito Parigi e da anni colpisce paesi come la Nigeria, la Siria, l’Iraq, il Mali e l’Afghanistan.
A loro dovremmo dare la possibilità di arrivare nel nostro continente con viaggi legali e sicuri. Ma mese dopo mese le nostre risposte si rivelano sempre più povere e inadeguate: il programma di ricollocamento stenta a partire, le barriere si moltiplicano e, nelle ore successive alla strage di Parigi, alcuni Stati hanno fatto marcia indietro sugli impegni presi per la gestione della crisi umanitaria in atto.
Garantire il diritto d’asilo e consentire ai profughi di essere accolti con dignità e inclusi nelle nostre società è un altro passo indispensabile nella difesa dei valori fondamentali in cui ci riconosciamo.
Lo si è visto in questi anni: quanto più escludiamo e segreghiamo e quanti più ghetti creiamo, tanta più miseria e tensione sociale finiamo col produrre.
Manca, all’Unione europea, un programma comune per l’immigrazione e per l’asilo; e, più in generale, manca una strategia condivisa in politica estera e di difesa. La necessità di pensare e attuare l’unità politica degli Stati membri, nonostante venga ribadita in tutte le sedi, passa obbligatoriamente attraverso una serie di scelte che gli stessi Stati dovrebbero fare. E anche in fretta.
L’incombenza della minaccia terroristica non fa altro che evidenziare fratture e contrapposizioni, le quali potrebbero rivelarsi fatali per l’obiettivo di un’Europa unita.
ilmanifesto.info

#ChiedoAsilo. «Mille asili in mille giorni» disse un tempo Renzi. Ma oggi nella legge di stabilità non c’è un euro

C’era una volta la promessa di Renzi sui «mille asili in mille giorni». Di giorni dal suo insediamento ne sono passati quasi 700, ma di nuovi asili non c’è alcuna traccia. Oggi novecentomila bambini tra i sei mesi e i due anni cercano asilo. E la legge di Stabilità non stanzia un euro per finanziare il disegno di legge Puglisi (Pd), inglobato nella cosiddetta «Buona scuola», che renderà i nidi e le scuole dell’infanzia un diritto universale e non più un servizio a domanda individuale. In compenso, alle scuole paritarie arriveranno altri 25 milioni di euro, portando così quasi a livello dello scorso anno (497 milioni totali rispetto su 500) il fondo riservato.
Lo prevede un emendamento alla legge di Stabilità che sarà approvata oggi in prima lettura dal Senato. Mentre il governo si appresta a sforare il Fiscal Compact sulle spese militari, finanzia le scuole private e quelle cattoliche, ma non gli asili o per il diritto allo studio degli universitari a cui ha destinato risorse irrisorie.
Un mondo precario
Questa è la fotografia dell’istruzione pubblica scattata dalla Funzione pubblica della Cgil (Fp) nella giornata mondiale dei diritti dell’infanzia prevista oggi. In questa occasione Fp-Cgil ha promosso una campagna sugli asili nido lanciando l’hashtag #ChiedoAsilo. Il sindacato ha elaborato una ricerca, condotta sui dati Istat sull’offerta comunale degli asili nido e altri servizi socio-educativi. Il sistema noto nel mondo per le sue eccellenze mostra un’altra faccia: precariato delle maestre, scarsa offerta pubblicata generata dai tagli, privati che alzano tariffe per famiglie alle prese con la crisi e redditi bassi. Questa è l’altra faccia dell’eccellenza italiana: un immenso bacino di bambini esclusi dal «diritto di asilo» e condannati a restarlo a lungo.
La mappa nazionale dei servizi presenta enormi sperequazioni regionali. Se, infatti, la copertura dei servizi per l’infanzia è al 24,8% in Emilia Romagna, in Campania è al 2%. La media nazionale sull’offerta di asilo nido e di micro nidi pubblici e privati per la prima infanzia oggi copre una fascia di bambini da zero a due anni pari al 17,9% (17,9 posti ogni 100 bambini): 289.851 bambine e bambini. Una percentuale lontanissima dalla media dei paesi scandinavi, quasi il 50%, e dalla (passata) strategia di Lisbona che prevedeva una copertura pari al 33% entro il 2010.
Per raggiungere lo standard europeo l’Italia dovrebbe creare 1700 nidi e scuole dell’infanzia in più, garantendo il diritto all’asilo a 100 mila bambini. In questo modo 33 bambini su 100 – la percentuale prevista – potrebbero accedere al servizio. Per rendere possibile questo sforzo, ha calcolato Fp Cgil, bisogna assumere 20 mila lavoratori.
Prospettiva impossibile finché resterà in vigore uno dei comandamenti dell’austerità: il blocco del turn-over (al 25%) e delle assunzioni nella pubblica amministrazione. Un muro che implementa il precariato in cui lavorano le maestre e gli insegnanti in Italia.
Se gli adulti sembrano equilibristi alla ricerca di una continuità di lavoro e della qualità del servizio, il mondo del precariato visto dai bambini è un arcano esercizio ragionieristico. La stima dei 900 mila «senza asilo» è ottenuta dal totale delle nascite avvenute dal 2010 fino ai primi due mesi del 2012. Nel 2010 sono nati 561.944 bambini, nel 2011 546.585. Nei primi due mesi del 2012 89.587. Il totale è di 1 milioni e 198.116 bambini ai quali vanno sottratti i 289.851 che sono riusciti a trovare un posto al nido. I “senza asilo” sono 908.535. Per loro non si prevede, a breve, un posto nelle strutture pubbliche. A meno che le rispettive famiglie non facciano uno sforzo, pagando.
Fatti, non annunci
È interessante anche l’analisi della Fp Cgil sui 289 mila bambini che hanno trovato un posto al nido. 146.647 sono iscritti agli asili comunali, 45 mila a quelli gestiti da terzi, 29 mila sono in asili nido privati con riserva di posti, mentre 13 mila bambine e bambini usufruiscono dei contributi erogati (compresi i voucher) alle famiglie per la frequenza degli asili. A questi vanno aggiunti ben 96 mila bambini che hanno trovato un posto nelle strutture private, a carico delle famiglie. Questi 289 mila bambini si trovano in 3.656 strutture pubbliche e 5.214 private, per un totale di 8.870. A questa cifra, sostiene il sindacato, si dovrebbero aggiungere le 7 mila strutture e i 20 mila posti in più. Per permettere al sistema di recuperare in equità a tutti i livelli e per tutte le età.
«Servono fatti, non annunci – sostiene Federico Bozzanca, segretario Fp Cgil – a partire da un finanziamento nella legge di Stabilità. I dati della ricerca dimostrano l’impatto del blocco del turn-over, l’allungamento dell’età pensionabile e dei tagli agli enti locali sulla vita dei bambini, delle famiglie e dei lavoratori. Il blocco e i tagli rischiano di metterei n crisi un servizio che è sempre stato un fiore all’occhiello a livello internazionale».
ilmanifesto.info

I jihadisti globetrotter e le falle dei servizi di intelligence

«Soltanto il 16 novembre, i servizi di un paese extraeuropeo ci hanno segnalato la presenza di Abdelhamid Abaaoud, che ci risulta protagonista di almeno quattro degli ultimi sei attentati sventati in Francia», ha detto il ministro dell’Interno francese, Bernard Cazeneuve. Si tratta di una frase che consente di riflettere su alcuni elementi: in primo luogo su Abbaoud, considerato la mente dietro gli attentati di Parigi, una sorta di globetrotter del jihadismo, dichiarato morto dopo l’assalto alla palazzina di Saint Denis. Si tratta di un personaggio controverso, uno che raccontava di muoversi con facilità tra le frontiere europee al magazine Dabiq, che avrebbe portato pure il fratello tredicenne in Siria.
Un profilo bizzarro, cui evidentemente tante delle sue avventure sono state concesse da compiacenze a livello di servizi di sicurezza, quando — forse — personaggi invasati con una buona rete di contatti come quella di Abaaoud convenivano all’Isis e non solo. Cazeneuve, ci dice anche che Abaaoud era conosciuto dalle polizie europee da tempo, così come il suo gruppetto (definito «la cellula di Verviers»). E che questa cellula sarebbe stata sgominata nel gennaio 2015.
E proprio ieri a conferma della necessità di uno sforzo dei servizi di intelligence, gli stati Ue si sono impegnati a condividere maggiormente le informazioni dei propri uffici chiedendo «alle autorità nazionali di inserire i dati di tutti i sospetti foreign fighters in Sis II», lo Schengen Information System, e di «definire un approccio comune nell’uso dei dati». Quanto sostenuto dal ministro francese, poi, ci dice che probabilmente Abaaoud era conosciuto anche dai servizi di qualche paese extraeuropeo che dunque aveva avuto modo di «attenzionare» il soggetto anche durante le sue peregrinazioni extra Francia e Belgio.
Ci dice poi che nei movimenti di questi reclutatori, c’è lo zampino proprio dei servizi di sicurezza, cui conveniva, nel momento del supporto dei ribelli moderati anti Assad, qualcuno in grado di tirare dentro persone con l’obiettivo di dare del filo da torcere all’esercito siriano, ad esempio. Ma come tutte le creature che finiscono per prendere spazio e infine autonomia (vedi il discorso di Hillary Clinton proprio sull’Isis), cambiati gli assetti internazionali con l’ingresso prepotente della Russia sul fronte militare, anche i reclutatori di foreign fighters hanno finito per cambiare atteggiamento, focalizzandosi su altri obiettivi, rivolgendosi ad azioni in Occidente. Non solo, perché la frase del ministro dell’interno francese ci racconta anche come le probabili misure di allargamento delle funzioni dell’intelligence (come avvenuto già in Italia in questi giorni) e di aumento dei controlli delle nostre comunicazioni e la possibilità di criptare i nostri messaggi qualora lo volessimo (un po’ come facevamo e facciamo con le lettere che racchiudiamo dentro una busta anche se non abbiamo nulla da nascondere) non saranno la soluzione che consentirà di «sconfiggere l’Isis», perché — innanzitutto — è stato dimostrato che queste persone dialogano tra loro in chiaro, perfino con il telefono cellulare.
Come ha dimostrato The Intercept, inoltre, quasi tutti i protagonisti degli ultimi attentati di cui abbiamo notizia, sono persone ampiamente conosciute dai servizi di intelligence, spesso a causa di denunce partite proprio da esponenti delle comunità islamiche di riferimento (a smentire chi parla di ambienti musulmani, in termini generali, caratterizzati dall’omertà).
Il caso della «mente degli attentati di parigi» è esemplificativo: Abaaoud, aka Abou Omar Al-Baljiki, avrebbe a che fare con molti attentati in Francia e Belgio. Il 28enne belga è entrato nell’inchiesta sull’attentato al museo ebraico di Bruxelles per i contatti avuti con l’autore, Mehdi Nemmouche. Il 19 aprile, il nome di Abaaoud appare in relazione a un tentato attacco contro una chiesa di Villejuif. Il padre, Omar Abaaoud, senza notizie sui suoi figli, aveva avvisato le autorità e si era costituito parte civile contro di lui.
Poi era arrivata la notizia della sua morte in Siria, poi era apparso in un video alla guida di un’auto che trascina corpi mutilati. E per quanto riguarda Parigi, secondo il quotidiano belga la Derniere Heure, Salah Abdeslam, il terrorista in fuga dopo gli attentati di Parigi e dichiarato anch’egli morto nella serata di ieri, fratello del kamikaze che si è fatto saltare in aria al Comptoire Voltaire, sarebbe stato in contatto proprio con Abaaoud. Tutti avrebbero trascorso l’infanzia a Molenbeek, nella periferia di Bruxelles. Abdelhamid e Salah sarebbero stati anche insieme in carcere in Belgio nel 2010 dopo una rapina.
ilmanifesto.info