martedì 22 dicembre 2015

Rivisitare a distanza di 30 anni l'inganno cui il popolo italiano fu sottoposto lascia stupefatti

Trent'anni fa, il 15 dicembre 1985, veniva firmata l'Intesa tra Governo italiano e Cei (Conferenza Episcopale Italiana), divenuta il giorno successivo il DPR 751/16.12.1985, applicativo dell'articolo 9 del Nuovo Concordato per l'insegnamento della religione cattolica (irc) nelle scuole pubbliche.
L'inserimento dell'irc nell'orario scolastico obbligatorio – nonostante la facoltatività della scelta prevista dal Nuovo Concordato (1984) – fu la conseguenza di quell'Intesa che pur non nominando esplicitamente il termine “obbligatorio” accanto al termine “orario giornaliero”, tendeva a vanificare di fatto l'eliminazione dell'obbligo di frequenza dell’irc previsto dal precedente Concordato (1929).
Rivisitare a distanza di 30 anni l'inganno cui il popolo italiano fu sottoposto lascia stupefatti.
L'Intesa parte come se nulla fosse cambiato: “...la Repubblica italiana … continua ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche...”. Soltanto al punto 2 si accenna al nuovo regime: il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell'irc – assicurato dallo Stato – non deve determinare alcuna forma di discriminazione, neppure in relazione ai criteri per la formazione delle classi, alla durata dell'orario giornaliero e alla collocazione di detto insegnamento nel quadro orario delle lezioni.
Le parole pesano come mattoni. Trattandosi di un'Intesa relativa all'insegnamento della religione cattolica la preoccupazione riguarda la tutela da ogni forma di discriminazione nei confronti di coloro che scelgono di frequentare l'irc: non devono essere isolati in classi apposite, non devono rimanere a scuola oltre l'orario, l'irc deve essere collocato nel quadro orario delle lezioni.
I trent'anni che ci separano da quel provvedimento hanno configurato, tra disorientamento, proteste, ricorsi, un’altra storia. I discriminati erano – sono – i non avvalenti. Proprio la collocazione dell'irc, divenuto facoltativo, all’interno dell’orario scolastico obbligatorio determinava un vuoto assoluto, una totale incuria per chi di quell’insegnamento-confessionale – non intendeva avvalersi.
La ministra Falcucci considerò risolutivo lo stratagemma dell’ora alternativa. I non avvalenti avrebbero potuto durante l’ora di r.c. dedicarsi ad attività culturali di studio con l’assistenza degli insegnanti. Ne nacquero diatribe a non finire: la Camera nel 1986 votò una mozione in cui si chiedeva un insegnamento “certo”, non casuale, come dire, di serie B a fronte dell’irc; dibattiti ci furono anche sulla natura, sui caratteri di questo insegnamento, ma di tutt’altro tenore fu la sentenza della Corte Costituzionale (sent.203/1989) su un ricorso presentato al Tar del Lazio dai non avvalenti e da associazioni laiche.
La Corte si pronunciò contro qualsiasi forma di imposizione affermando il valore della libertà di coscienza. I non avvalenti non dovevano sottostare ad alcun obbligo “alternativo” per il fatto di non avere scelto l’irc. Venne loro riconosciuto “lo stato di non obbligo”.
Quest’affermazione di principio necessitava di un forte sostegno nelle scuole e nella società. Il sostegno ci fu nei primi anni ’90, tanto che nel 1991 la Corte Costituzionale estese lo “stato di non obbligo” al punto da comprendere addirittura l’uscita dall’edificio scolastico dei non avvalenti durante l’irc, qualora l’avessero richiesto. Nel 1990 fu sollecitata dalla società civile, e ottenuta, una revisione dell’Intesa. Il DPR 202 del 1990 (ministro per la P.I. l’on. Sergio Mattarella) mise mano a vari aspetti della normativa di cui quelli ritenuti più importanti per gli effetti diretti sulla popolazione scolastica sono la concentrazione delle 60 ore di irc nella scuola dell’Infanzia in alcuni particolari momenti dell’anno, in modo da evitare la separazione settimanale di bambini e bambine del tutto ignari, e la sostituzione del voto del docente di r.c. allo scrutinio finale “se determinante ai fini di promozione o bocciatura dell’alunno/a” con un giudizio da iscrivere nel verbale.
Vi furono ricorsi da parte dei docenti di r.c., alcuni accolti, altri respinti, ma l’aspetto più grave è rappresentato dal fatto che a tutt’oggi in numerose scuole questo provvedimento non è conosciuto, e non mancano casi di alunni e alunne promossi grazie al voto del docente di r.c.…
L’allentamento della tensione che aveva animato le battaglie del primo decennio dall’entrata in vigore del Nuovo Concordato nella scuola portò a una sorta di indifferenza generalizzata, tranne pochi “ostinati”cui va il merito di aver tenuta accesa la fiamma dell’impegno.
Il termine “esonero” a tutt’ora in uso da parte di chi non si avvale, come se si trattasse di un insegnamento ancora obbligatorio, la dice lunga. La materia alternativa è vista come l’unica possibilità praticabile. Studio individuale (assistito o non assistito), uscita dall’edificio vengono raramente presi in considerazione, a meno che non si tratti (nel caso di non presenza a scuola) di un irc collocato alla prima o ultima ora di lezione. Si tratta di scelte “raffinate” che presuppongono una coscienza laica, che non cede al ricatto della valutazione dell’attività alternativa alla pari di r.c.
A questo proposito va ricordata la lunga vicenda (2006-2009) della contestazione dell’attribuzione del credito scolastico all’esame di Stato assegnata anche al docente di r.c. Si mossero una ventina di associazioni laiche e confessioni religiose diverse dalla cattolica. Il Tar del Lazio accolse i ricorsi mettendo in evidenza le discriminazioni ricadenti sulla diversa fattispecie dei non avvalenti. Ma il ricorso della ministra Gelmini al Consiglio di Stato provocò una storica sentenza (dec. 2749 del 7 maggio 2010): non ci sarebbe stata discriminazione se la scuola avesse avviato un’attività didattico formativa alternativa all’ irc.
Si apriva così un nuovo capitolo. La libertà di coscienza veniva calpestata a favore di una semplificazione inaccettabile, ma che fu accettata. La richiesta di un’attività alternativa sembrò una via accettabile, anzi, da sollecitare, visto che il MAE e il MIUR, sulla base della sentenza del Consiglio di Stato, dichiaravano di retribuire direttamente il docente di attività didattico-formativa (cfr. C.M. marzo 2011). L’attività alternativa cominciava a rappresentare una sorta di ancora di salvezza per i tanti precari delle graduatorie! La subalternità all’irc non viene normalmente percepita. Con buona pace della laicità della scuola.
Ma quale è la realtà nelle scuole? L’attività alternativa continua a non essere condizione generalizzata. Le disposizioni citate non sono neppure note a tutti i dirigenti. Alunni e alunne che non si avvalgono, soprattutto nella Scuola primaria, continuano a essere “spostati” di classe durante l’ora di r.c. L’Uaar recentemente evidenziava il basso numero di alunni che si avvalgono e proponeva l’accorpamento delle classi, riducendo il numero dei docenti di r.c. Ma anche gli alunni che non si avvalgono sono pochi in molte realtà…E anche i docenti di attività alternativa hanno un costo… Si tratta ovviamente di casi limite.
La confusione oggi è grande. Molti chiedono la trasformazione dell’ora di religione in ora di storia delle religioni, come se non esistesse un Concordato che impone l’irc… Ciononostante il numero di coloro che non si avvalgono è in continuo aumento. Di questo fenomeno va tenuto conto; lo stato di non obbligo per i non avvalenti va rivendicato, la sudditanza a un insegnamento confessionale non può essere mitigata da marchingegni alternativi.
È tempo che la battaglia contro l’Intesa applicativa dell’art.9 del Nuovo Concordato nella scuola pubblica venga ripresa, in nome della laicità della scuola e della Repubblica.
Non possiamo attendere l’auspicata abrogazione del Concordato; l’Intesa – come si è visto – può essere ridiscussa. E ciò è tanto più urgente in presenza del moltiplicarsi della presenza di alunni/e appartenenti ad altre confessioni religiose, in presenza del permanere costante di forme di discriminazione denunciate dai genitori, in presenza dei costi elevati che gli insegnanti di r.c. scelti dal Vicariato ma pagati dallo Stato, e i docenti di attività alternative, qualora si rispetti la sentenza del Consiglio di Stato, comportano.
L’Intesa del 16 dicembre 1985 parla di “orario scolastico” ma non di “orario scolastico obbligatorio”. Tutto ciò considerato, non si potrebbe proporre l’avvio di una trattativa tra i soggetti firmatari dell’Intesa per stabilire che “orario scolastico giornaliero” può anche comprendere una fascia facoltativa (era una vecchia proposta degli anni’90) per consentire – fuori dell’orario obbligatorio – a chi ne faccia richiesta, di frequentare l’irc, senza valutazioni discriminanti nei confronti di chi in base alla libertà di coscienza non ritiene di seguire un insegnamento confessionale? Sarebbe un passo grande verso l’affermazione della laicità della scuola pubblica.
Antonia Sani - MicroMega

Questo, nel paese di Renzi e Verdini, dei conflitti di interessi e del magna magna a spese dei contribuenti, dei furbetti di tutte le parrocchie, dei trasformismi delle prime e ultime ore, dei partiti che abiurano a tutta una tradizione di principi

Mi presento. Sono la tipica docente contrastiva. Una di quelle che – nel fantasioso linguaggio della Anp, Associazione Nazionale Dirigenti ed Alte Professionalità – come si evince da una slide di “formazione” del nuovo dirigente scolastico (quello a cui la legge 107/15 – la Buona Scuola – assegna il ruolo di reclutatore, valutatore ed elargitore del bonus che premia il merito, stravolgendo la ratio inclusiva e la vocazione democratica e quindi collegiale della scuola della Repubblica) crea potenzialmente problemi all’istituto e quindi deve/può essere allontanata.
Cosa vuol dire? Vuol dire che non sono docile, malleabile, indecisa, impaurita dalle gerarchie, schiacciata dal timore del potere. Perché sarebbe così che ci vorrebbero: servi, esecutori, incapaci di rivendicare la libertà di insegnamento e le proprie prerogative non solo professionali ma civili, yes wo/men di personaggi che sono per lo più stati cooptati dall’amministrazione (che li ha addestrati sul Toyota Management System, con l’avallo di Treelle e Fondazione Agnelli, per dirigere – pensate! – delle scuole) e li ha reclutati attraverso procedure concorsuali controverse, dai risvolti poco chiari, con prove a dir poco opinabili. Nonché costosi corsi di formazione, di cui la stessa Anp è organizzatrice, of course.
Sono una docente contrastiva per vocazione e temperamento. E lo sono non per partito preso, ma perché rispondo direttamente al mandato costituzionale che ho assunto nel momento in cui ho iniziato a lavorare nelle scuole: il rispetto di quei principi mi ha resa autorevole e dialettica con i miei studenti, preparata nelle mie discipline, intransigente verso un “nuovo che avanza” che di quei principi fa carne di porco. E con gli esecutori acritici – dirigenti, colleghi, genitori, studenti – di una norma, la 107/15, e di tutte le riforme approvate – Moratti, Gelmini – o rimandate al mittente – Profumo – che quei principi hanno violato ed infangato. Non verrò mai premiata, non sarò mai tra i “meritevoli”, dal momento che non blandisco, non progetto compulsivamente, non eseguo acriticamente. Vedo ancora la scuola non come un progettificio rutilante e multiforme, come una merce sul mercato da rendere appetibile con le lusinghe più varie, ma come un luogo di riflessione, relazione, studio, crescita umana, professionale ed etica (e non l’avviamento precoce al lavoro). Opero con coscienza: produco – come è mio dovere - generalmente cultura, cittadinanza critica, competenze trasversali utili a stare meglio nel mondo, rispetto e pratica della legalità. Ho scioperato e sciopererò in occasione dei test Invalsi, perché comprimere le capacità crtico analitiche degli studenti e - al tempo stesso - imporre una didattica ideologica e di regime è una direzione che rivendico poter rifiutare, contraria a tutte le mie convinzioni didattico pedagogiche e all'esercizio della libertà di insegnamento e del diritto all'apprendimento
Questo, nel paese di Renzi e Verdini, dei conflitti di interessi e del magna magna a spese dei contribuenti, dei furbetti di tutte le parrocchie, dei trasformismi delle prime e ultime ore, dei partiti che abiurano a tutta una tradizione di principi per cui i propri (improbabili) progenitori hanno sacrificato la vita stessa,  non è parametro positivo. Per giunta parlo; e – quel che è peggio – penso. Mi oppongo, addirittura studio la legge. Non sono disponibile a chinare la testa davanti ad un dirigente che mi dica: l’esperto sono io, si fa così. Perché riconosco a me stessa la capacità di andare a leggere ed interpretare le stesse norme che troppo spesso dirigenti superficiali enunciano e interpretano in modo arbitrario, indifferenti a ogni esigenza di chiarezza e trasparenza, pronti ad eseguire gli indirizzi e le indicazioni che l’amministrazione propaganda per norme tassative.
E pensare che di docenti contrastivi c’è davvero bisogno, anche se c’è qualcuno che si ostina a non capire, a non voler capire. Da qualche tempo – grazie a berlusconismo e renzismo – il nostro Paese ha infatti cessato (nella maggioranza dei suoi rinunciatari cittadini) di considerare l’interesse generale come un valore da difendere davvero. È per questo che molte tra le battaglie sulla scuola sono state portate avanti quasi esclusivamente da coloro che ne erano (o, meglio, sembravano essere) direttamente coinvolti: così fu per la riforma Moratti (percepita quasi esclusivamente come roba da scuola primaria) o per le varie tornate di rivendicazione dei precari. Quasi che la distruzione del tempo pieno o la rottura del modello pedagogico del team di insegnanti non fosse elemento che potesse/dovesse interessare i docenti degli altri ordini; o che stabilizzazione del rapporto di lavoro, continuità didattica, precarizzazione delle esistenze non avessero ricadute generali sul sistema e quindi, sebbene indirettamente, anche su chi non si trovava in quelle condizioni. È per questo motivo, forse, per una visione personalista ed individualista persino della mobilitazione, che concetti come l’attacco ai principi costituzionali della libertà dell’insegnamento e dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale non vengono percepiti come tragedie culturali, sociali e politiche tanto gravi da continuare a richiedere vigilanza, indignazione, mobilitazioni permanenti. Quei principi vengono drammaticamente scavalcati e dileggiati dalla legge 107, la cosiddetta Buona Scuola; ma docenti, personale  Ata, genitori e persino studenti non sembrano preoccuparsene in troppi casi, tanto che la primavera e lo sciopero del 5 maggio sembrano ora quasi un ricordo. Ma c’è una notizia che ci riporta alla dura realtà: nessuno è esente dalle conseguenze negative di questo pedestre abominio giuridico.
Come ci spiegano le solerti slides della associazione di dirigenti più potente del Paese, celebre per la sua immediata e zelante capacità di irreggimentazione rispetto alle più varie “riforme” che siano state proposte/imposte alla scuola italiana – in questo e in molto altro, insomma, per nulla “contrastiva” – la mobilità futura, la possibilità di chiedere trasferimento, sarà per i docenti, anche quelli di ruolo da decenni, anche quelli anziani, non più verso le singole scuole, ma solo verso gli ambiti territoriali. Il futuro che si prefigura è semplice ed omogeneo: tutti saranno “incaricati” sulla scuola del dirigente che li avrà pescati dall’ambito territoriale, per un periodo – rinnovabile – di tre anni. La chiosa contenuta nelle slides a questo proposito riporta alcune valutazioni, che molto fanno riflettere sul potenziale e già esistente clima in molte scuole. Un clima alimentato da una più o meno evidente irreversibile dimensione conflittuale, esasperata dai tentativi coercitivi e autoritari di molti dirigenti di piegare i collegi dei docenti (ormai limitati nelle loro prerogative e talvolta irresponsabilmente fiaccati nella loro capacità di resistenza) alla propria volontà, spesso con toni irridenti e proprietari, come si nota anche dal testo dell’Anp.
Si legge: “ma [i docenti] non avranno la certezza di una scuola, vita natural durante come adesso” (e qui come non notare l’ammiccamento al comune sentire e l’ aggressività verso gli insegnanti italiani – conservatori, privilegiati, fannulloni - inaugurata più di 10 anni fa da economisti-editorialisti che hanno legittimato ed alimentato i più triti luoghi comuni, accompagnando il definitivo affogamento nel neoliberismo della Scuola della Repubblica?).  E continuano le davvero illuminanti diapositive: “Vantaggi per la scuola: scelta dei docenti in funzione del Ptof; maggiore probabilità di “fare squadra”; non “avere le mani legate” rispetto a docenti contrastivi”. Oltre ai toni beceri, c’è da notare che in questa visione la scuola non coincide più con la sua teleologia costituzionale: favorire in tutti i modi il diritto all’apprendimento di tutti gli studenti, sulla base del principio di uguaglianza costituzionalmente sancito. I “vantaggi”, infatti, della precarizzazione, deprofessionalizzazione, messa all’asta dei docenti italiani, sono – ancora una volta – di natura esclusivamente economica e nel senso della limitazione di diritti e democrazia. Dove “fare squadra” deve essere inteso come accaparrarsi i docenti migliori sul mercato, qualora questa condizione possa essere oggettiva. E gli altri? E – soprattutto – le scuole e gli studenti che avranno gli altri, i non migliori? Squadre di serie A, di serie B, forse anche di Lega Pro, senza pensare che però gli studenti non sono – o non dovrebbero essere – di serie A o di serie B; senza pensare, ancora, che certamente non sono figli di serie A e B. E dove “non avere mani legate rispetto a docenti contrastivi” significa imporre alla scuola e alla società una classe docente perfettamente omogenea alla volontà del capo, in grado finalmente di sbarazzarsi di contestatori, infedeli alla linea, gufi, piantagrane. Tradotto in altri termini significa: affidare le nuove generazioni, figli e nipoti, non più al luogo della democrazia, della laicità, del pluralismo, dell’inclusione nell’interesse generale; ma alla fabbrica del Pensiero Unico.
Questo è un ringraziamento ai Partigiani della Scuola Pubblica, che hanno sollevato un caso sul quale è necessario riflettere e mobilitarsi. È però anche un appello ai docenti italiani; a studenti, genitori, cittadini: non vi sentite coinvolti? C’è in gioco la democrazia: c’è molto bisogno di contrastività.
Marina Boscaino
(18 dicembre 2015) in MicroMega