giovedì 25 febbraio 2016

Altro che Jobs Act, per le imprese italiane contano di più gli sgravi

Altro che Jobs Act. Quello che conta per le imprese sono gli sgravi finanziati dal governo con 12 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Ciò che il regista della politica economica del governo, il sottosegretario Tommaso Nannicini è ancora da comprendere, per l’Istat è invece una certezza. Per la metà delle imprese manifatturiere italiane che hanno aumentato l’occupazione tra gennaio e novembre 2012 di 255 mila unità gli esoneri contributivi hanno svolto un ruolo fondamentale per la crescita dei posti di lavoro.
E’ un dato importante quello emerso da un’indagine qualitativa condotta su campioni rappresentativi nella manifattura e nei servizi contenuta nel Rapporto Istat sulla competitività reso pubblico ieri. Nei servizi la quota di imprese che hanno apprezzato gli sgravi è pari al 61% degli interpellati, mentre il «contratto a tutele crescenti» — il pilastro del Jobs Act — registra un gradimento molto inferiore: il 35% delle imprese manifatturiere, il 49,5% di quelle dei servizi. Dati che inseriscono qualche certezza nel confuso dibattito — soprattutto dal lato governativo — sugli effetti del Jobs Act sul mercato del lavoro.
Da questa «riforma» il governo intende allontanare il sospetto di essersi limitato a cambiare le norme del diritto del lavoro, precarizzando immancabilmente il lavoro dipendente eliminando l’articolo 18 ormai residuale. E, puntualmente, tutte le rilevazioni, anche quelle non condotte immediamente sul mercato del lavoro ma sulla produzione industriale e gli ordinativi per il 2015 confermano l’opposto. Non poteva esserci smentita più clamorosa: alle imprese interessa lo «sconto» sulle spese sui contributi dei nuovi assunti. Nel 2015 era stato fissato a 8.060 euro per tre anni. Nel 2016 il limite massimo di esonero è stato ridotto a 3.250 euro su base annua e durerà solo due. Questo vuole dire che l’andamento positivo di una piccola parte dell’occupazione a tempo indeterminato si ridurrà nel tempo, insieme agli sgravi finanziati dal governo con la legge di stabilità.
Un’altra realtà emerge dal rapporto Istat: le imprese hanno aumentato lo stock di occupazione nel 2015 perché è aumentata la domanda interna ed estera. Nei servizi prevalente un miglioramento della domanda interna. Dall’indagine risulta inoltre che ai fini di questo risultato sono stati determinanti le iniziative a livello aziendale, mentre l’impatto di quelle governative sull’assunzione del nuovo personale ha avuto un effetto molto più limitato. Questa è l’immagine complessiva che l’Istat tratteggia sul biennio appena trascorso: «Le imprese sembrano avere adottato strategie occupazionali improntate alla prudenza, in attesa del consolidarsi della fase ciclica, hanno incrementato il proprio input di lavoro attraverso un aumento delle ore lavorate per dipendente e un contestuale e progressivo riassorbimento della Cassa integrazione guadagni».
Questo significa che torna a lavoro solo chi aveva già un lavoro e non si produce nuova occupazione, salvo l’aumento dei dipendenti nei servizi. Ieri il Pd parlava di un’«economia in ripresa» e ha ignorato il cuore di una notizia che conferma l’esistenza di una «bolla occupazionale».
ilmanifesto.info

Vietato contestare il prof. Dimenticando che chi se la passa peggio sono quei ragazzi e quelle ragazze che frequentano l’università, si laureano quando ce la fanno e sono fortunati se trovano un lavoro precario

Un gruppo, nemmeno tanto numeroso, di un centro sociale bolognese contesta la lezione del professor Angelo Panebianco, intellettuale di idee conservatrici, firma all’occhiello del Corriere della Sera. Una protesta rumorosa perché i contestatori, come in un flash mob, fanno ascoltare le registrazioni dei rumori di guerra al professore, il quale è convinto che prima o poi le armi in Libia bisogna prenderle. E siccome al prof non piace essere interrotto, abbandona l’aula.
Niente di drammatico, dunque. E invece come una sola penna, il tribunale dei giornali insorge e condanna — senza appello — l’oltraggioso comportamento dei “pericolosi estremisti”. Moraleggiando sull’atto violento, sulla lesa maestà, sul diritto inalienabile del prof a tenere la lezione.
Ma chi esprime giudizi così tranchant su questa marginalissima vicenda, ha memoria corta.
Perché negli anni Settanta dello scorso secolo, gli interventi rumorosi alle lezioni dei “baroni” universitari erano prassi quotidiana, quasi un dovere politico. Certo, a volte si trattava di interventi molto forti — qualcuno ricorda quando ai professori Renzo De Felice e Rosario Romeo, alla facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, veniva impedito più volte di fare lezione. Succedeva anche a Economia e Commercio dove insegnava Amintore Fanfani, e a Scienze Politiche, con Aldo Moro.
Eppure a volte queste irruzioni erano anche occasione di discussione e di confronto, al quale i professori più aperti non si sottraevano.
Come Alberto Asor Rosa, con intelligente partecipazione, come Lucio Colletti, con distacco e ironia, come il professor Guido Calogero, che aveva un martelletto di legno con cui richiamava al silenzio gli studenti più turbolenti e che poi regalò proprio a loro per svolgere le assemblee con minor confusione.
Non si può negare che in quella lunga fase di rivolta studentesca post-sessantotto lo scontro fosse nell’ordine delle cose. E perfino una forte contestazione contro un “barone” poteva trasformarsi in una situazione spiacevole, in alcuni casi drammatica. Tuttavia proprio il paragone con quanto accadeva allora dovrebbe far riflettere sugli eccessi del passato e sulla grande differenza con l’episodio bolognese.
Forse la società di oggi, sotto certi aspetti, è meno disposta a tollerare la trasgressione, la critica all’ordine costituito. E di fatto la protesta verso professor Panebianco diventa un insopportabile sfregio alla democrazia. Ma se non si può neppure contestare una lezione all’università, la nostra democrazia se la passa davvero maluccio. Dimenticando che chi se la passa peggio sono quei ragazzi e quelle ragazze che frequentano l’università, si laureano quando ce la fanno e sono fortunati se trovano un lavoro precario.
Naturalmente se l’episodio dovesse ripetersi, sarebbe un accanimento, non accettabile, verso Panebianco. Tuttavia ci permettiamo di dare un suggerimento al professore: la prossima volta — se ci sarà — chieda ai contestatori cosa vogliono, e li ascolti. Forse sarà un vantaggio per tutti.
ilmanifesto.info

mercoledì 17 febbraio 2016

Nuovi direttori Rai tv: Fabiano a Rai 1, Dallatana a Rai 2 e Daria Bignardi a Rai 3

Direttore di Raiuno Andrea Fabiano, che sarebbe il piu' giovane direttore della storia all'ammiraglia, nato nel 1976, di Raidue Ilaria Dallatana, di Raitre Daria Bignardi, di Rai4 Angelo Teodoli, e di Rai Sport Gabriele Romagnoli. Questi, a quanto si apprende, i direttori proposti del direttore generale Campo Dall'Orto al Cda che si riunirà giovedì' 18 febbraio.
  Nelle intenzioni del direttore generale Campo Dall'Orto, le scelte delle nuove direzioni proposte ad Cda - a quanto si apprende - sono ''basate su competenza esperienza e merito, autonomia dai partiti, guidate dalla volontà di rinnovamento proprio attraverso la competenza e nel segno della valorizzazione delle risorse interne''. Si tratta anche della prima volta di una direzione di rete affidata a una donna nella storia della Rai (in realtà sono due Dellatana a Rai2 e Bignardi a Rai3), e del più giovane direttore di rete di Rai1 (Fabiano classe 1976).

Usigrai, ancora esterni, dg sfiducia dipendenti azienda  - "Nei fatti una sonora sfiducia e delegittimazione di tutti i dipendenti della Rai. Se fossero veri i nomi anticipati dalle agenzie che domani saranno proposti dal dg al consiglio di amministrazione, saremmo di fronte a un fatto grave". Così l'esecutivo Usigrai commenta il ventaglio di proposte avanzate da Antonio Campo Dall'Orto per rinnovare i vertici delle reti. "Salvo l'eccezione di Rai1, l'ennesima infornata di esterni. Evidentemente - avverte l'Usigrai - il dg ritiene che tra gli 11 mila dipendenti non ci sono professionisti in grado di assumere ruoli di rilievo. Si dà corpo così al pregiudizio che l'Usigrai ha denunciato da subito, nei confronti di tutti coloro che in questi anni hanno lavorato per il servizio pubblico, assicurando - vogliamo ricordarlo - il primato alla Rai in termini di ascolto e credibilità".
   
RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

giovedì 11 febbraio 2016

Unioni civili e libertà di coscienza. La partita a scacchi di Beppe Grillo. La libertà di coscienza non è mai una posizione sbagliata

È difficile restare indifferenti di fronte al post di Beppe Grillo. Sembrava tutto deciso e avviato sui binari - giusti - del sì al ddl Cirinnà sulle unioni civili. Poi il post, e lo sfogo degli elettori sul web: “suicidio”, “democristiani”, “vi siete venduti al Vaticano”. Si tratta davvero di un tradimento? No. Non c’è passaggio dal “sì” al “no” alla Cirinnà. Si lascia libertà di coscienza. La libertà – di pensiero, di parola, di coscienza – non è mai una posizione sbagliata.
Poi, certo, ci sono le considerazioni politiche. Se Alfano gioisce (“Ora può saltare la legge”), Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno sbagliato, dicono in molti. Può darsi. E se fosse invece una mossa azzeccata? Recuperare il malcontento e i voti moderati che guardano ai 5Stelle non è questione secondaria se si ha lo sguardo lungo e si pensa al governo – obiettivo realistico – del Paese.
Su questo punto crollano i sofismi degli avversari di Grillo, e le sottigliezze degli amici del Movimento (penso ad Andrea Scanzi: “perché su alcune scelte il Movimento contempla la votazione online e in altri casi no?”). Osservazione giusta nel merito. E tuttavia dividere gli elettori su questioni di coscienza – mentre le contraddizioni esplodono nel campo renziano – significa fare un regalo al premier. È una scelta “oggettivamente democristiana”, si dice. Che vuol dire?
La Democrazia Cristiana non era un blocco compatto. E poi: è democristiano il clientelismo e una certa propensione al “do ut des”. Vero. Ma al netto degli aspetti negativi, che appartengono alla storia, gli interpreti migliori della Dc – da De Gasperi a Moro – hanno guardato Oltretevere (e agli elettori moderati), con forte senso della realtà. E della Storia. Ne sapeva qualcosa Montanelli che si turava il naso, è vero, ma votava Democrazia Cristiana.
Il realismo politico di Grillo nel post del 6 febbraio (“In seguito alle tante richieste… su questo tema etico si lascia libertà di coscienza…”) è democristiano nel senso più alto del termine. C’è da augurarsi che non sia un fatto tattico, ma strategico, un confrontare – continuo – i progetti politici (i programmi e gli ideali) coi numeri, le cifre, e i voti necessari per realizzali.
Insomma. Molti sono preoccupati e la loro posizione è nobile: “il rischio è quello di affossare un ddl sacrosanto” – dicono – “e tagliarsi gli zebedei per far dispetto alla moglie.” Giusto. C’è tuttavia la preoccupazione politica (e per niente trascurabile) di perdere – irrigidendosi sulla Cirinnà – gli elettori moderati, fondamentali per conquistare Palazzo Chigi e dare una vera svolta al Paese. Il conflitto è tra i principi (i diritti civili) e il realismo politico che invita alla prudenza, all’accortezza, a non diventare strumento di giochi altrui. La politica è una partita a scacchi complessa. Bisogna perdere qualche pezzo (cedere su qualcosa) per dare scacco matto al re. Il sovrano sta giocando su troppi forni. Adesso ne ha perso uno. E’ più debole. Il Movimento è uscito dalla posizione scomoda di stampella del renzismo. Leggo che il post di Grillo “ha indebolito il Direttorio” (la Repubblica, 7 febbraio). Non è così. Grillo non ha detto “no” al disegno di legge Cirinnà. Ha sparigliato le carte. E posizionato il Movimento al centro del gioco, con le mani libere, in attesa delle mosse finali: elezioni amministrative e politiche, dove – sondaggi alla mano – è pronto a sfidare il Partito democratico nel ballottaggio. Nel merito del ddl i parlamentari sono liberi e faranno la scelta giusta.
La libertà di coscienza non è mai una posizione sbagliata. Ricordo che Mussolini, nel Congresso di Reggio Emilia, ne teorizzò la soppressione in nome della rigida disciplina di partito: “I deputati debbono ubbidire alla Direzione… l’autonomia del gruppo è altamente pericolosa.” Sappiamo come andò a finire. No, la libertà di coscienza non è uno sbaglio. Nel caso specifico non è nemmeno una posizionepolitica errata.
Micro Mega

La prova provata della scarsa attitudine al pensiero logico nel nostro paese

Tutto questo bailamme sulle adozioni per le coppie omosessuali (e non adozioni gay, perché le adozioni non non hanno un orientamento sessuale) è la prova provata della scarsa attitudine al pensiero logico nel nostro paese. Dunque l'adozione del figliastro NON è l'adozione in generale, ma un particolare istituto che garantisce a un bambino che è cresciuto con qualcuno di non vedere scomparire quel qualcuno dalla sua vita. Dire sì all'adozione del figliastro NON vuol dire automaticamente dire sì alle adozioni tout court.
Però c'è chi sostiene: se noi consentiamo al compagno del genitore biologico di adottare il figlio di quest'ultimo sosteniamo indirettamente la gravidanza surrogata, perché – sapendo che poi il genitore non biologico potrà adottarlo – molte più coppie gay saranno indotte a ricorrere alla surrogata. Insomma, il divieto dell'adozione del figliastro come deterrente alla gravidanza surrogata. Ossia: il diniego di diritti a bambini già esistenti per evitare che ne nascano altri con un metodo che non si ritiene accettabile. Una logica che viene semplicemente smentita dai fatti: già oggi che l'adozione del figliastro NON è consentita sono comunque diversi, piaccia o non piaccia, i bambini nati con la surrogata. Quali sono questi studi che dimostrerebbe che se si approvasse l'adozione del figliastro questi numeri aumenterebbero?
Ma il paradosso dei paradossi è che logica vorrebbe, invece, che proprio chi teme una escalation del ricorso alla surrogata dovrebbe sostenere con forza le adozioni tout court: il vero deterrente al ricorso alla surrogata sarebbe, infatti, proprio quello di consentire alle coppie gay di adottare un bambino. Esattamente come gli antiabortisti dovrebbero essere i primi a fare campagne sulla contraccezione che, come sanno anche i sassi, è l'unica vera ed efficace prevenzione dell'aborto. Questo se si vuole essere pragmatici e si hanno a cuore le vite concrete delle persone, e dei bambini. Ma pare non sia questo il caso.
MicroMega

lunedì 8 febbraio 2016

Fermate Grillo, di grazia! Consapevoli che il tempo delle gag è finito

Quando si era sparsa la notizia che Beppe Grillo, stufo di un decennio consacrato alla militanza, aveva deciso di tornare a calcare i palcoscenici da comico, un intelligente amico Cinquestelle mi aveva detto sottovoce: “che bella notizia!”. Nella consapevolezza che l’unico soggetto politico alternativo a Renzi e al partito della Nazione, oggi in campo, non può giocare la propria partita liberamente fino a quando non conquista la necessaria autonomia; una volta pagati i debiti politici e affettivi maturati nei confronti dei padri fondatori. Ovvero liberarsi dai condizionamenti di chi controlla – attraverso la proprietà del marchio, i canali di costruzione del pensiero collettivo e non solo – i meccanismi che determinano il pensiero pensabile. Con i rischi di conformistizzazione più volte rilevati; il controllo costante del vertice – e non di rado secondo criteri arbitrari – sulle espressioni collettive.
Finalmente sembrava che il lungo patriarcato fosse giunto al termine e la seconda generazione del Movimento potesse iniziare a muoversi con le proprie gambe. Poi c’è stata ieri l’inattesa irruzione del guru, sovvertendo le posizioni acquisite su un punto qualificante e sensibile quale lo stepchild (la possibilità di adottare il figlio del partner di uguale sesso). Scelta di civiltà, che si faceva forte del consenso altamente maggioritario degli iscritti e, sino a quel momento, ribadita dal gruppo parlamentare con un’affermazione perentoria: “non votiamo la legge Cirinnà se solo viene toccata  una virgola”. Il “liberi tutti” parlamentare di Grillo dice alcune cose su cui i quadri del Movimento dovrebbero riflettere, per poi invitare il padre padrone a prendersi una pausa di riflessione (e mollare la presa):
1. L’appello alla “libertà di coscienza”, nel suo gergo paleo-democristiano, è – in effetti – un tacito accantonamento di ogni disciplina di gruppo che rende ulteriormente esposti i parlamentari 5S alle manovre e alle pressioni (dei Bagnasco con o senza gonna) per far fallire nella sua interezza una legge da Paese evoluto. Difatti Angelino Alfano è immediatamente ringalluzzito, intravedendo spazi di manovra prima preclusi;
2. L’avversione implicita nei confronti dello stepchild rivela sia il calcolo – pura politica politicante – di catturare un elettorato bigotto e reazionario, in base ai confusi criteri di marketing elettorale omnibus, già lasciati trapelare altre volte (ad esempio sulla cittadinanza ai nati extracomunitari), quanto la vera cultura politica di Grillo; il quale – dietro il giochino “non esiste distinzione tra destra e sinistra” – conserva il bagaglio culturale da bar sport (machista, omofobo, xenofobo) e piccolo borghese (anti-operaio). Un mix retrò, che ai fedeli più fanatizzati sembra il massimo del post-moderno;
3. Giustificando con la propria marcia indietro quella di Renzi, si dà – inconsciamente? – una bella accelerata alla fondazione del Partito della Nazione, accreditando con la ritirata dei Cinquestelle l’idea che la governabilità non può fare a meno dei Verdini (e dei Cuffaro). Fermo restando che questo non sia un effetto voluto, anche se parrebbe che i Fondatori non vogliano vincere né a Roma e né a Milano. Magari giustificandosi con la barzelletta alla De Coubertin per cui “non conta vincere ma partecipare”: la palese smentita delle promesse fatta agli elettori chiedendo loro il voto;
4. La svalutazione di principi e valori, ridotti a formalismi presunti salvifici (tipo quello secondo cui il meglio piazzato a vincere a Roma non deve candidarsi per statuizioni astratte) di un catechismo annichilente, che si presume il massimo della nuova politica ed è solo la rivisitazione della regola gesuitica; secondo cui i seguaci di Ignazio de Loyola dovevano rinunciare a pensare per un’obbedienzaperinde ac cadaver. Quando la politica è adattabilità al contesto coniugata con l’intransigenza sui fini ultimi. Non il Talmud.
    Ripeto, mentre Renzi perde credibilità e mantiene la presa elettorale solo per carenza di alternative, occorrerebbe che l’unica opposizione si liberasse delle zavorre sviluppando appieno buona politica per l’alternativa al regime (a partire dal dialogo e dalla partnership con pezzi di società, anch’essi contrari al regime ma non disponibili a diluirsi nel Movimento). Consapevole che il tempo delle gag è finito.
    fonte: Micro Mega

    L’assassinio di Regeni e l’ipocrisia di Renzi



    di Paolo Flores d'Arcais

    La parola “orgoglio” associata a “Italia” è stata sproloquiata da Matteo Renzi in tutte le occasioni possibili e inimmaginabili: dall’Expò di Milano all’inaugurazione dello Skyway sul Monte Bianco, dalla vittoria di Paltrinieri nei 1500 stile libero nei mondiali di nuoto (“strepitoso Gregorio, orgoglio Italia” è il twitter palazzochigiesco) al premio Oscar di Sorrentino, dal “decreto banche” al volo in Perù, dal Golden Globe per Morricone agli Us Open tennistici di Pennetta e Vinci, dalla festa dell’Unità di Milano al Job act agli impianti elettrici in Cile alle dighe in Etiopia e a qualsivoglia opera di imprenditori italiani all’estero …

    Se di tutto questo orgoglio nazionale sventagliato e twitterato da Renzi urbi et orbi e coram populo come cosa propria c’è una sola oncia che non sia chiacchiera propagandistica per gonzi e giornalisti a bacio di pantofola, la cartina di tornasole sarà (è, ormai da giorni) l’orrenda fine di Giulio Regeni, torturato per giorni in modo efferato nell’Egitto di Al-Sisi e ucciso spezzandogli l’osso del collo.

    Vogliamo anzi esigiamo la verità, tutta la verità, e altro bla bla bla è stata la giaculatoria che sotto la regia di Renzi le autorità italiane stanno biascicando da giorni. Ma quella verità, al netto di qualche dettaglio (i nomi degli esecutori) è lapalissiana, la scrive il Corriere della Sera, la scrive la Stampa, la scrive la Repubblica, la sanno anche i bambini e la capiscono i sassi, gli scherani di Al Sisi in forma di polizia politica del regime dittatoriale egiziano sono gli autori dei mostruosi giorni di tortura lenta e inenarrabile per strappare al collaboratore del Manifesto i nomi dei suoi contatti nei sindacati indipendenti invisi ai militari al potere.

    Ora, un governo che possieda orgoglio nazionale, dopo aver mandato i suoi inquirenti in Egitto, al primo depistaggio di Al Sisi richiama l’ambasciatore, al secondo rompe le relazioni diplomatiche, altrimenti vuol dire che per orgoglio intende chinare il capo al giogo della presa per il culo, giogo che non può essere tollerato come gioco. E il primo di depistaggio c’è già stato, con la pantomima oscena dell’arresto di due criminali comuni (seguirà confessione) dopo aver inizialmente parlato di incidente d’auto, il secondo è in pieno corso col muro di gomma ormai in atto.

    Del resto Renzi il reato di tortura si è ben guardato dall’introdurlo nell’ordinamento italiano. Non gli faremo il torto di ricordare l’adagio “cane non morde cane” perché sappiamo che i morti per tortura di polizia in Egitto si contano a centinaia e forse migliaia, in Italia sulle dita di una mano.

    Dirà qualcuno: ma a rompere le relazioni diplomatiche si rovinano gli affari (opulenti, com’è noto: 30 mila pistole Beretta alle polizie di Al Sisi, tanto per cominciare). Allora si smetta di parlare di orgoglio nazionale, e meno che mai di diritti umani, e la politica renziana dichiari papale papale i suoi principi non negoziabili: in nome del profitto tutto è lecito a chiunque, e chi si mette in mezzo pace all’anima sua, se l’è cercata.

    da MicroMega