lunedì 23 maggio 2016

Riforme, gli slogan falsi di Renzi

Ha mantenuto la promessa di essere demagogico Matteo Renzi, che ieri a Bergamo ha aperto la campagna elettorale del Sì quando mancano quattordici giorni alle elezioni amministrative e quattro mesi almeno al referendum costituzionale.
La comunicazione è assai ben studiata, si vede la mano del consigliere americano. Il discorso del presidente del Consiglio rimanda ai volantini diffusi dal Pd nei banchetti che raccolgono le firme per il Sì, alle schede sulla riforma pubblicate ieri dall’Unità e al materiale di propaganda diffuso dal sito Bastaunsi. Nel complesso sono tre i punti di attacco.
La riforma semplifica. La formula viene tradotta in altri slogan. «Chi vince governa per cinque anni». Un merito, nel caso, che si dovrebbe attribuire alla legge elettorale. Che, però, malgrado il super premio di maggioranza non può escludere cambi di orientamento dei deputati nel corso della legislatura (quel trasformismo che oggi consente al governo Renzi di andare avanti) e dunque non può impedire crisi di governo. «Basta ping pong delle leggi». Non è così perché i senatori-consiglieri regionali continueranno a votare le leggi (anche quelle costituzionali) e almeno quattro dei sei nuovi e diversi procedimenti legislativi prevedono un passaggio al senato.
La riforma favorisce la partecipazione. È vero il contrario, a partire dal fatto che i cittadini non voteranno più i senatori, saranno scelti dai consigli regionali. Nel materiale di propaganda del Pd si spiega che la nuova costituzione darà «più spazio ai cittadini» perché il parlamento sarà «obbligato» a discutere le leggi di iniziativa popolare. Nella riforma c’è scritto solo che le firme necessarie per presentare queste proposte aumentano (da 50 a 150mila). E c’è un rinvio a una futuribile modifica dei regolamenti perché si prevedano «le forme e i limiti» della discussione parlamentare. Mentre i referendum propositivi e di indirizzo vengono solo nominati, toccherà eventualmente a una prossima riforma della Costituzione (non a questa) introdurli davvero. Quanto al già previsto referendum abrogativo, è vero che il quorum viene abbassato (e non eliminato) ma solo di fronte a un aumento delle firme raccolte.
La riforma fa risparmiare. Si insiste sul fatto che i prossimi cento senatori non avranno l’indennità da parlamentari (ma il rimborso delle spese e lo stipendio da consiglieri regionali). Non si dice più che il risparmio sarà di un miliardo, da quando la ragioneria dello stato ha conteggiato non più di 49 milioni di economie negli stipendi. Non cambia nulla nella spese per il personale del senato, che nella riforma si è garantito un passaggio nel ruolo unico della camera. Renzi dice che con la riforma «non sarà più possibile dare i rimborsi ai consiglieri regionali» ma nel testo della nuova costituzione non c’è (ne potrebbe esserci) nulla in proposito. C’è solo l’equiparazione degli emolumenti dei consiglieri allo stipendio del sindaco del capoluogo (il più alto).
Renzi, volendo sorprendere, a Bergamo ha detto che «anche Berlinguer parlava di monocameralismo». Il riferimento del segretario Pd è a un documento del Pci del 1981 in cui si scriveva che «il bicameralismo appare come un appesantimento dei lavori parlamentari… la soluzione più razionale è l’unicità dell’assemblea parlamentare». È un documento di politica economica che esalta anche la funzione del Cnel (adesso eliminato), potevano essere trovati riferimenti migliori. Per esempio un seminario dei gruppi parlamentari comunisti di quello stesso anno, introdotto da Ingrao e concluso proprio da Berlinguer. Che nel Pci ci fosse quella linea di pensiero è un fatto noto. Diventerà una proposta di legge costituzionale quattro anni più tardi (dopo la morte di Berlinguer) nel 1985. Presentata dai deputati di sinistra indipendente, primo firmatario Gianni Ferrara, secondo Stefano Rodotà (poi i deputati Bassanini e Levi Baldini, cioè Natalia Ginzburg). La differenza fondamentale rispetto a oggi è che allora la legge elettorale era proporzionale, l’unica camera elettiva sarebbe stata davvero rappresentativa. Oggi la legge elettorale è ultra maggioritaria. Per conservarla si è tenuto in piedi un senato dimezzato e una forma confusa di bicameralismo.
Malgrado quell’iniziativa di trent’anni fa, Ferrara è stato inserito ieri in una lista di «storici avversari di qualsiasi tentativo di cambiare la Costituzione» pubblicata ieri dall’Unità (con lui i colleghi costituzionalisti Pace, Villone e Zagrebelsky). Autore della lista, compresa in un’elegia della riforma Renzi-Boschi, il professore di diritto pubblico comparato a Firenze Carlo Fusaro (un possibile presidente del comitato scientifico del Sì). Fusaro di certo non è un conservatore. È già stato favorevole a una riforma costituzionale, quella di Bossi e Berlusconi del 2005. Anche allora fece campagna per il Sì al referendum, la fece invano perché vinse il No. E la sua fu una scelta coerente: il professore infatti era stato tra i sei consiglieri scelti dal ministro delle riforme Bossi e dal suo capo di gabinetto Speroni. La devolution fu immaginata con il contributo di quei saggi, guidati dal piemontese Brigandì, avvocato di Bossi e già «procuratore generale della Padania». Fusaro oggi è un convinto centralista: «Più potere legislativo allo stato».
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mercoledì 18 maggio 2016

«Lgbt umiliati e uccisi» Diritti negati. 104 aggressioni e quattro morti in un anno. Ma legge contro l’omofobia è ferma al Senato da tre anni

E’ un reato che non esiste, eppure non c’è praticamente giorno che non venga commesso. Quando va bene volano insulti, più o meno volgari, rivolti alla vittima in strada ma anche nelle aule scolastiche, nelle palestre, nei posti di lavoro, allo stadio e in tutti quei luoghi dove il branco si sente forte e impunito. Quando va male a volare sono invece calci e pugni, a volte in maniera addirittura mortale. Secondo un dossier messo a punto dall’Arcigay sono almeno quattro le persone negli ultimi dodici mesi uccise o spinte al suicidio per il loro orientamento sessuale. Perché nell’Italia che a fatica e dopo trent’anni riesce ad approvare una legge sulle unioni civili una persona può anche morire perché omosessuale o transessuale. E se non muore, viene comunque aggredita, offesa, umiliata.
Nell’ultimo anno, da maggio dell’anno scorso a oggi sempre secondo l’Arcigay – che ieri ha presentato i risultati dello studio in occasione della giornata internazionale contro l’omofobia – nel nostro paese si contano 104 episodi di omotransfobia, un conto fatto principalmente sulla base degli articoli di giornale e che quindi si può considerare come la punta di un iceberg. «Di omofobia e transfobia in Italia si muore ancora», conferma il segretario nazionale di Arcigay Gabriele Piazzoni. «Non solo: le persone lgbt sono socialmente fragili, esposte a pericoli peculiari della loro condizione: bersagli privilegiati di rapine, pestaggi, stupri. E quando sono costrette a nascondere il proprio orientamento sessuale diventano bersagli di ricatti ed estorsioni».
«E’ inaccettabile che l’orientamento sessuale diventi il pretesto per offese e aggressioni», ha detto ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella celebrando così la giornata contro l’omofobia e la transfobia. «Sulla capacità di respingere ogni forma di intolleranza si misura la maturità della nostra società», ha proseguito il capo dello Stato. Parole sacrosante, che il Quirinale dovrebbe però rivolgere soprattutto al parlamento dove la legge sull’omofobia è è ferma al Senato dal 2013 dopo essere stata approvata dalla Camera. E dove giace in commissione Giustizia sepolta da migliaia di emendamenti. Ieri i senatori Pd Sergio Lo Giudice e Giuseppe Lumia hanno chiesto alla presidenza della commissione di riprendere al più presto la discussione sul testo di legge. Che molti senatori vorrebbero modificare almeno in un punto, là dove è previsto che non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, le opinioni espresse all’interno di organizzazioni politiche, sindacali, culturali, sanitarie o religiose.
Difficilmente il ddl vedrà la luce in questa legislatura. Sia perché, al di là delle tante dichiarazioni di circostanza di ieri, in questi mesi la maggioranza dei parlamentari si è guardata bene dal mettere mano alla legge. Sia perché in caso di modifiche, il testo dovrebbe tornare alla Camera per una terza lettura. Nel frattempo in Italia si potrà tranquillamente continuare a discriminare le persone lgbt, contando anche su fatto che solo una piccola parte delle violenze commesse verrà denunciata. Stando infatti a un altro rapporto, presentato questa volta dal Gay Center, tra i giovani con meno di 25 anni vittime di omofobia solo 1 su 20 pensa di poter denunciare una violenza subita, percentuale che sale a 1 su 10 per le persone con più di 30 anni.
«Inoltre – spiega il portavoce di Gay Center Fabrizio Marrazzo – la parola “omofobia” non compare quasi mai nelle denunce, perché il reato non è previsto dalla legge e quindi in sede di denuncia viene solitamente scritto altro». Nei suoi dieci anni di attività Gay Help Line, la linea verde antiomofobia, ha raccolto le richieste di aiuto di 200 mila persone e di queste almeno il 30/40% ha denunciato episodi di violenze fisiche o verbali subite. Chi chiede aiuto, prosegue Marrazzo, lo fa per varie ragioni: per chiedere un aiuto sostegno psicologico, legale o medico. Oppure consigli su come fare coming out, come comunicare alla famiglia e agli amici le proprie scelte sessuali, ma anche per chiedere informazioni sulle malattie sessualmente trasmissibili. Infine per chiedere assistenza legale per i casi di violenza e discriminazione.
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Il presidente della Cei Angelo Bagnasco attacca di nuovo la legge sulle unioni civili «equiparate al matrimonio». E si inventa la minaccia di un provvedimento a favore dell’utero in affitto

Disoccupazione, aumento della povertà, calo della natalità: sono questi i «problemi veri del Paese», sui quali «la gente vuole vedere il Parlamento impegnato» senza soste. Non si capisce, quindi, perché invece perda tempo sulle unioni civili.
Il cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, è intervenuto ieri mattina, nella seconda giornata dell’assemblea generale della Cei – dopo che lunedì papa Francesco l’aveva aperta con un discorso contro le «ambizioni di carriera e di potere» e le tentazioni dei beni economici da parte delle istituzioni ecclesiastiche – e ha affondato la legge sulle unioni civili approvata giovedì scorso.
«Non si comprende come così vasta enfasi ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a esigenze, già per altro previste dall’ordinamento giuridico, ma a schemi ideologici», ha detto Bagnasco nella sua relazione, entrando poi nel merito. «La recente approvazione della legge sulle unioni civili – ha precisato il presidente della Cei – sancisce di fatto una equiparazione al matrimonio e alla famiglia, anche se si afferma che sono cose diverse: in realtà, le differenze sono solo dei piccoli espedienti nominalistici, o degli artifici giuridici facilmente aggirabili, in attesa del colpo finale, così già si dice pubblicamente, compresa anche la pratica dell’utero in affitto, che sfrutta il corpo femminile profittando di condizioni di povertà». Per rafforzare il suo pensiero, ha citato la dichiarazione congiunta sottoscritta a febbraio a L’Avana da papa Francesco e da Kirill, patriarca ortodosso di Mosca: «La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e una donna. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione». E ha anche richiamato le parole del papa sulla «teoria del gender», «uno sbaglio della mente umana».
Una posizione netta e già nota quella del cardinal Bagnasco, il quale alla vigilia del Family day di gennaio aveva salutato la manifestazione al Circo Massimo contro l’allora ddl Cirinnà come un’iniziativa «condivisibile» e dalle finalità «assolutamente necessarie». Che però coincide più con quella degli integralisti cattolici alla Adinolfi e Gandolfini – promotori appunto del Family day – o degli atei devoti alla Quagliariello e Ferrara, che con quella dell’intero episcopato italiano, non più allineato come una falange macedone con le posizioni della presidenza della Cei, come sembrava accadere ai tempi di Camillo Ruini. Al punto che persino Avvenire, all’indomani dell’approvazione delle unioni civili, aveva preso le distanze dalla proposta di referendum abrogativo lanciato dai crociati del centro destra. «Non appaiono utilmente creative la prospettiva, evocata da alcuni, di una battaglia referendaria per abolire totalmente la nuova legge né quella di fare appello all’obiezione di coscienza di quanti saranno chiamati a registrare le unioni civili previste e regolate dalla legge», scriveva venerdì scorso sul quotidiano della Cei Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione giuristi cattolici italiani.
La relazione di Bagnasco – pronunciata nella Giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, in cui in decine di parrocchie cattoliche e comunità protestanti si celebrano veglie di preghiera in ricordo delle vittime delle discriminazioni – ha affrontato anche altri temi sociali e di politica internazionale, come le violenze contro i cristiani in Medio Oriente e un forte richiamo all’Europa perché accolga i migranti.
Per quanto riguarda l’Italia, i problemi si chiamano soprattutto disoccupazione e povertà, che non accennano a diminuire. Poi la diffusione incontrollata del gioco d’azzardo – soprattutto per la «devastante» diffusione delle slot machine negli esercizi commerciali – e il calo della natalità, che richiede misure energiche a favore della famiglia: si vedono «segnali positivi di sostegno e promozione della famiglia» che però «hanno bisogno di essere incentivati» e «diventare strutturali», ha detto in proposito Bagnasco, chiedendo «una manovra fiscale coraggiosa che dia finalmente equità alle famiglie con figli a carico».
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venerdì 13 maggio 2016

M5S Pizzarotti sospeso, è guerra di accuse nel movimento

Guerra di accuse nel Movimento cinque stelle. Il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, raggiunto da un avviso di garanzia per due nomine al Teatro Regio di Parma, è stato sospeso dal movimento. La notizia, comparsa sul blog di Beppe Grillo ha suscitato polemiche e il malumori nella base. "Io - è stata la replica del sindaco - continuo a rappresentare il vero spirito del Movimento cinque stelle".
La notizia della sospensione - "La trasparenza - si legge sul blog di Grillo - è il primo dovere degli amministratori e dei portavoce del MoVimento 5 Stelle". "Nell'impossibilità di una valutazione approfondita ed oggettiva dei documenti e per tutelare il nome e l'onorabilità del MoVimento 5 Stelle si è proceduto alla sospensione. Non si attendono le sentenze per dare un giudizio politico", prosegue il post. "Solo ieri si è avuto notizia a mezzo stampa dell'avviso di garanzia ricevuto, ma il sindaco ne era al corrente da mesi. Nonostante la richiesta, inoltrata da ieri e a più riprese, di avere copia dell'avviso di garanzia e di tutti i documenti connessi alla vicenda per chiudere l'istruttoria avviata in ossequio al principio di trasparenza e già utilizzato in casi simili o analoghi, non è giunto alcun documento", si legge nel post. "Preso atto della totale mancanza di trasparenza in corso da mesi, nell'impossibilità di una valutazione approfondita ed oggettiva dei documenti e per tutelare il nome e l'onorabilità del MoVimento 5 Stelle si è proceduto alla sospensione. Non si attendono le sentenze per dare un giudizio politico", conclude la nota sul blog delle Stelle. In pratica, al sindaco di Parma viene contestato di non aver inviato "alcun documento" relativo al suo avviso di garanzia. Gli viene rimproverato di non aver comunicato nulla in merito pur avendo consapevolezza dell'avviso da mesi. C'è stata - è l'accusa - una "totale mancanza di trasparenza".
Dura replica di Federico Pizzarotti allo staff del blog di Beppe Grillo dopo la notifica, via blog, della sospensione dal M5S. Il sindaco di Parma replica sul mancato invio di documentazione relativa all'avviso di garanzia: "Ad una mail anonima non fornisco nessun documento", scrive. "Inoltre, voi da mesi non rispondete alle mail su cui chiediamo chiarimenti" sul consiglio comunale della città. "Per altri chiarimenti fatemi chiamare dal responsabile dei Comuni Luigi di Maio", conclude Pizzarotti. "Mesi che Parma chiede chiarimenti, privati e anche pubblici. Totalmente ignorati. Parlate addirittura di trasparenza. E questa sarebbe trasparenza?", scrive Pizzarotti,pubblicando il carteggio con lo "Staff di Beppe Grillo" che gli chiede "copia dell'avviso di garanzia ricevuto e di tutti i documenti connessi". Allo 'Staff' Pizzarotti risponde: "Sono un sindaco eletto e pubblico ufficiale, e ad una mail anonima non fornisco nessun documento. Soprattutto per un'indagine in corso che coinvolge me, altri membri del cda, e una fondazione. Innanzitutto, citatemi quali sarebbero i regolamenti a cui fate riferimento, in cui vengono espressi tempi, modi e situazioni. Voi da mesi non rispondete alle diverse email su cui chiediamo chiarimenti in merito alla situazione del nostro consiglio comunale, forse dovreste preoccuparvi anche di quello. Per altri approfondimenti fatemi chiamare dal responsabile dei Comuni Luigi Di Maio".
Il sindaco in una conferenza stampa ha anche chiamato in causa il 'caso Nogarin' - "Di Maio per almeno un anno non ha fissato un incontro che avevamo richiesto. Qualche responsabilità ce l'ha". A Fico "ho mandato decine di messaggi", ha aggiunto. "Alla fine il comportamento è stato molto diverso rispetto a Nogarin". Lo ha detto il sindaco di Parma Federico Pizzarotti in merito alla sua sospensione dal M5S. "Il confronto è stato sempre negato. Pretenderei che chi si dice pronto a governare deve essere disposto a metterci la faccia. Come facciamo sempre, ogni giorno, noi", ha aggiunto.
Militanti divisi sul blog - La notizia della sospensione del sindaco di Parma Federico Pizzarotti dal M5S crea scompiglio tra i militanti cinquestelle. Sono già numerosi i commenti sul blog di Beppe Grillo: in tanti si complimentano per la "scelta di trasparenza", ma non manca chi difende il primo cittadino affermando che "la sospensione del sindaco Pizzarotti è un atto eccessivo, ingiustificato". Alcuni interventi chiamano in causa anche il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, chiedendo che ora venga sospeso anche lui: "Ora tocca al sindaco di Livorno essere sospeso e all' assessore. Prima di tutto la coerenza".
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La compressione dei salari ha il solo esito di accentuare la recessione. Gli effetti perversi della moderazione salariale

Le politiche di moderazione salariale dovrebbero generare crescita sia perché migliorano la competitività di prezzo delle nostre imprese esportatrici, sia perché, contenendo l’inflazione, accrescono i consumi e la domanda interna. L’evidenza empirica smentisce entrambi gli effetti, mostrando come la compressione dei salari abbia il solo esito di accentuare la recessione. Gli effetti perversi della moderazione salariale. 

di Guglielmo Forges Davanzati 

La ripresa della crescita economica in Italia viene fatta dipendere, nella visione dominante[1], dal combinato della liberalizzazione del mercato dei beni e dei servizi e da misure di deregolamentazione del mercato del lavoro, secondo gli effetti descritti nella seguente tabella.


   (fonte: Tronti, 2009)[2] 

Si tratta di uno schema che presenta non pochi punti di criticità, sia sul piano teorico, sia sul piano fattuale. Ciò che qui interessa rilevare è se la moderazione salariale può essere una strategia efficace ai fini della crescita delle esportazioni e se lo sia ai fini dell’aumento della domanda interna (per effetto del presunto aumento dei salari reali conseguente alla riduzione del tasso di inflazione). Tecnicamente, la risposta alla prima domanda rinvia alla stima dell’elasticità delle nostre esportazioni al prezzo, ovvero della possibilità, per i consumatori esteri, di sostituire facilmente i prodotti italiani con prodotti di altri Paesi. A riguardo non vi è uno studio che possa considerarsi conclusivo, soprattutto in considerazione del fatto che l’elasticità delle esportazioni al prezzo varia significativamente fra settori produttivi. 

Una ricerca relativamente recente di Banca d’Italia[3] attesta che i consumi dei beni esportati da imprese italiane non risentono in modo significativo del loro prezzo e che l’elasticità delle nostre esportazioni è inferiore a quella dei principali Paesi dell’eurozona. Questo risultato non è sorprendente se si considera la specializzazione produttiva dell’economia italiana e la composizione del suo tessuto produttivo. 

ISTAT certifica che la struttura produttiva italiana è prevalentemente composta da imprese di piccole dimensioni, con bassa propensione all’innovazione e poco presenti sui mercati internazionali. Le imprese più esposte alla concorrenza internazionale sono localizzate al Nord. La nostra specializzazione produttiva è in settori ‘maturi’: agroalimentare e Made in Italy, con un comparto dei macchinari sempre più esiguo. La rilevazione di Banca d’Italia appare così pienamente coerente con questo scenario: i fattori che contano ai fini della crescita delle esportazioni non attengono alla competitività di prezzo (https://keynesblog.com/2015/04/08/le-svalutazioni-servono-a-poco-o-nulla/).

Le imprese italiane esportano puntando sulla qualità dei prodotti e, nel caso del beni di lusso, semmai su prezzi elevati, dal momento che, per l’operare del c.d. effetto Veblen (per il quale la domanda aumenta all’aumentare del prezzo), un bene di lusso viene acquistato in quantità maggiori se il suo prezzo è elevato. In più, e soprattutto per quanto attiene ai beni di lusso, le nostre esportazioni dipendono essenzialmente dalla dinamica della distribuzione del reddito su scala globale: tanto più essa è diseguale, tanto maggiore è la domanda di beni di lusso rivolta alle imprese italiane. 

D’altra parte, in considerazione del fatto che l’economia italiana è dualistica, misure di incentivazione delle esportazioni (p.e. le svalutazioni competitive pre-euro) non hanno altro esito se non accentuare le divergenze regionali. E vi è da aggiungere che il tasso di cambio, in linea generale e ancor più nel caso italiano, risente profondamente dei movimenti speculativi di capitale[4], così che la sua svalutazione potrebbe non avere alcun effetto sulla bilancia dei pagamenti e potrebbe semmai avere effetti di segno negativo sulla propensione – già bassa – delle nostre imprese a innovare[5]

Il Rapporto ISTAT 2015 sul sistema produttivo italiano certifica che, negli ultimi anni, i principali aumenti di esportazioni si sono avuti verso la Germania (http://www.istat.it/it/files/2015/05/CAP-3-Rapporto-Annuale-2015-2.pdf) e che le imprese esportatrici sono quasi tutte localizzate al Nord. Si tratta di imprese alle quali ancora interessa la ricerca di base e applicata e ciò potrebbe dar conto del progetto di accentramento delle risorse per la ricerca in pochi poli localizzati nel Nord del Paese e del conseguente sottofinanziamento delle Università del Mezzogiorno[6]. Peraltro, già a regime, la spesa per ricerca e sviluppo è notevolmente superiore al Nord rispetto al Sud. 

In più, per le imprese che operano sul mercato interno la moderazione salariale è semmai controproducente. Va premesso, a riguardo, che la riduzione dei salari monetari tende a non associarsi a un aumento dei salari reali netti (e dunque del reddito disponibile) soprattutto a ragione del fatto che l’imposizione fiscale grava prevalentemente sul lavoro dipendente[7]. Vi è di più. Se anche la riduzione dei salari monetari dovesse implicare un aumento dei salari reali, l’elevata incertezza (indotta soprattutto dalle condizioni di lavoro precario) induce risparmi precauzionali limitando il potere d’acquisto. La conseguente riduzione dei consumi genera i seguenti effetti. 

a) Dal lato della domanda, la caduta dei consumi, a parità di investimenti pubblici e privati, riduce la domanda aggregata e il tasso di crescita, con un effetto amplificato dal fatto che, di norma, le famiglie con più basso reddito esprimono una propensione al consumo maggiore di quelle con redditi più elevati. A ciò si aggiunge che la compressione dei consumi tende a disincentivare gli investimenti privati, con effetti, anche in questo caso, di segno negativo sulla domanda aggregata. 

b) Dal lato dell’offerta, la riduzione dei salari monetari pone le imprese nella condizione di competere comprimendo i costi e, per questa via, disincentiva l’introduzione di innovazioni, con effetti di segno negativo sul tasso di crescita della produttività. I seguenti ulteriori meccanismi amplificano questa dinamica. 

In primo luogo, la riduzione della domanda interna riduce i mercati di sbocco a danno innanzitutto delle imprese che operano sul mercato interno, con conseguente compressione degli investimenti e del tasso di crescita della produttività del lavoro[8]

In secondo luogo, e a questo associato, la riduzione dei profitti monetari riduce le fonti di autofinanziamento delle imprese e ne accresce il grado di dipendenza dal settore bancario. La compressione dei margini di profitto, a seguire, in quanto accresce il rischio di insolvenza, induce le banche a ridurre l’offerta di credito (o ad aumentare i tassi di interesse sui prestiti) generando, anche per questa via, riduzione degli investimenti e della produttività. Non è un caso che le passività finanziarie sono di gran lunga maggiori nel Mezzogiorno. E non è un caso che i divari regionali continuano inesorabilmente ad aumentare. 

NOTE

[1] Si rinvia, in particolare, a O. Blanchard. e F. Giavazzi, (2003). Macroeconomic effects of regulation and deregulation in goods and labour markets, “Quarterly Journal of Economics”, 118, 3. 

[2] L. Tronti (2009). La crisi di produttività dell’economia italiana: scambio politico ed estensione del mercato, “Economia e Lavoro”, XLIII, pp.139-157. 

[3] Si veda https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2015-0280/QEF_280.pdf?language_id=1 

[4] Determinandosi secondo modalità proprie di un “concorso di bellezza”, secondo la definizione datane da Joseph Halevi: http://www.palermo-grad.com/non-esistono-mezzogiornificazioni.html 

[5] A. Graziani (2000), Lo sviluppo dell’economia italiana dalla ricostruzione alla moneta unica, Bollati Boringhieri, Torino. 

[6] V. G. Forges Davanzati, La distruzione dell’Università e le ragioni di chi si oppone, Micromega on-line, 26 gennaio 2016. 

[7] OCSE certifica che la tassazione sul lavoro dipendente, in Italia, è fra le più alte in Europa e nel confronto con i principali Paesi industrializzati: v. http://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=AWCOMP. 

[8] A.K. Dutt (2012). Distributional dynamics in Post-Keynesian growth models, “Journal of PostKeynesian Economics”, 34(3), Spring: 431-51

(11 maggio 2016 in MicroMega)

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Una controriforma che consegna definitivamente la scuola pubblica italiana al mercato e all’interesse privato

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C'è qualcuno che potrebbe pensare che la resistenza contro i test Invalsi sia un semplice atto di testimonianza, quasi un rituale che a maggio viene celebrato da pochi vetero-conservatori che non intendono soggiacere a nuovi modelli, più funzionali e all'avanguardia, di valutazione e di approccio didattico: secondo alcuni per mantenere i propri proverbiali privilegi (sic!), secondo altri per mero conservatorismo ottuso. I motivi del no, sempre spiegati e supportati da ampia letteratura scientifica, non sono mai stati presi in considerazione; del resto, avendoli elaborati dei docenti (cioè gli addetti ai lavori) e non qualche funzionario del FMI,  del futuro TTIP o di Confindustria, perché si dovrebbe prestare loro attenzione?
Ancora, potrebbe esserci qualcuno che ritiene l'avversione per gli Invalsi un pretesto per fomentare un atteggiamento di resistenza “a prescindere”. Del resto il premier sta facendo da tempo un’operazione culturale del genere, riferendola al voto per il referendum costituzionale, strumentalizzando in maniera elementare - ma evidentemente apprezzabile per molte persone dal paradigma minimale - il senso del dire no e del dire sì (l'uno negativo, a prescindere; l'altro viceversa). Speriamo che le urne sappiano ribadire che c’è chi sa dire no, quando le ragioni del no sono sacrosante.
Come c'è chi continua a dire no all’Invalsi. E lo fa non per il semplice gusto di essere contro, ma – come si diceva – per via di una convinzione saldamente poggiata su consapevolezze e analisi che vanno ben al di là dell’improvvisazione e della strumentalizzazione pretestuosa per orientare all’immobilismo.
Il 12 maggio – giorno della somministrazione delle prove nella scuola secondaria di II grado – Cobas, Unicobas e Gilda – insieme a Usb, Usi e Sgb – hanno proclamato uno sciopero generale della scuola, che – partendo dalla protesta contro i test Invalsi – si estende all’accordo sulla mobilità, al blocco del contratto e degli scatti di anzianità, al precariato (con l’inizio delle procedure concorsuali partite da pochi giorni), alla decimazione del Fondo di Istituto, ai co.co.co destinati alle segreterie delle scuole, al taglio di 2000 posti Ata. E all’applicazione della legge 107, che tanto disagio sta portando all’interno delle scuole, che stanno sperimentando veri e propri bricolage della resistenza: scuola gerarchizzata con il dirigente “uomo solo al comando”, reclutatore, valutatore di un sedicente ed improbabile quanto improponibile “merito”, decisore unico, contornato da una schiera di acquiescenti tuttofare; organico potenziato con perdita di titolarità e demansionamento dei docenti; alternanza scuola-lavoro con gli orrori dello sfruttamento del lavoro e sottrazione del tempo-scuola nei licei, dove le attività sono generalmente incongruenti e inutili rispetto agli indirizzi di studio; e molto altro ancora.
La protesta si inserisce in un clima di mobilitazione che – partendo dal successo dello sciopero Invalsi che ha coinvolto la scuola primaria il 4 e il 5 – ha avuto risultati notevoli, in particolare in alcune regioni d’Italia.
Per quanto riguarda la scuola primaria, peraltro, lo sciopero degli insegnanti è stato spesso accompagnato dalla consapevolezza dei genitori, come nel caso dell’IC Ferraironi di Roma (ex. Iqbal Masih), dove anche quest’anno gli ispettori dell’Invalsi venuti a controllare la "somministrazione" dei test hanno trovato le classi deserte. I genitori dei bambini di II e V elementare hanno boicottato le prove, mantenendo i loro figli a casa, o facendoli entrare solo dopo l'orario di svolgimento delle prove. Per consentire a tutti di boicottare i test, anche a chi non sapeva dove lasciare i figli, alcuni genitori si sono organizzati per custodire nel casale vicino alla scuola i bambini fino all'orario di conclusione delle prove. Il boicottaggio/sciopero di genitori ed insegnanti è stato un successo: il test è stato svolto solo in 2 delle 10 classi coinvolte. Si tratta di un esempio, non di un caso isolato. “Gli ispettori INVALSI per noi sono gli ispettori del tempo perso. Il tempo che, secondo loro, i nostri figli dovrebbero perdere a rispondere a test insulsi, che non riescono in alcun modo a valutare la qualità della scuola e dell'insegnamento”, sostiene Mauro Giordani, docente e padre di una bambina che frequenta quella scuola. “Il tempo che, secondo loro, i nostri figli dovrebbero perdere nell'esercitarsi a rispondere velocemente ai quiz, nell'imparare a capire ‘cosa vuole il test’, apprendendo a livellare verso il basso le loro conoscenze (e con esse l'istruzione pubblica). Il tempo che dovrebbero perdere a imparare fin da piccoli la competizione”.
Ogni anno la protesta contro gli Invalsi assume insomma i caratteri concreti della scissione che si è ormai da un ventennio determinata all’interno della scuola: quella tra gli “usi ad obbedir tacendo” (la maggior parte, coloro che acconsentono pur comprendendo l’irricevibilità dell’imposizione, incapaci di contrastare o interessati ancor più  a non avere rogne con il dirigente di turno); e coloro che pervicacemente insistono, regalando al Paese non solo una giornata di lavoro e di salario, ma – soprattutto – uno dei rari momenti di libera espressione dell’opinione personale e della competenza professionale concessa dalla legge 107 e dalla autocelebrativa scuola dell’uomo solo al comando che essa configura.
Scioperare il 12 maggio, dunque, si configura quest’anno ancor di più come un gesto di assunzione di responsabilità deontologica, etica e civile da parte di chi non intende più sopportare e subire le infinite imposizioni cui i docenti italiani sono stati sottoposti – in questo caso, addirittura, a quella di una “pedagogia di Stato” e dell’invalsizzazione degli apprendimenti – nel corso degli ultimi decenni e ancor di più da quando il governo di Renzi – mai eletto in Parlamento e mai direttamente sottopostosi a un giudizio elettorale - si è autoincoronato.
Non siete stanchi anche voi di far parte di organi collegiali che (anche per nostra responsabilità) sono diventati organismi immobili ed eterodiretti, proni al volere di pochi o di uno solo, e non strumenti attivi della democrazia scolastica? Non vi sentite un po’ responsabili di come nelle scuole italiane sono stati definiti, votati e approvati Ptof e comitati di valutazione? Non siete imbarazzati per aver ascoltato tante volte (e magari anche pensato qualche volta) che ormai “la 107 è legge e non c’è più nulla da fare”? Non vi sentite un po’ colpevole di come e di quanto ciascuno di noi – chi più o chi meno – ha trascurato il proprio singolo ruolo di garante della scuola della Repubblica, assecondando invece una deriva di disinteresse ed inerzia? Non pensate che aver avallato con il silenzio il comportamento antisindacale che tanti dirigenti hanno assunto – sostituzione degli scioperanti, illegittimi ordini di servizio, cambiamento dell’orario di servizio in occasione delle prove, ad esempio – è un vulnus non solo all’esercizio dei diritti del lavoratore, ma alla democrazia scolastica e alla democrazia tout court?
Non è troppo tardi per provare ad invertire la rotta: giovedì prossimo, sciopero generale della scuola, contro Invalsi e legge 107, con manifestazioni territoriali. L’11 maggio i sindacati FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola e SNALS Confsal – che hanno indetto uno sciopero per il 20, illustreranno in una conferenza stampa motivazioni e obiettivi dello sciopero stesso.
La scuola può e deve recuperare la consapevolezza della propria forza. Siamo – tra genitori, studenti e lavoratori – molti milioni di persone coinvolti in uno dei pochi potenziali presìdi di democrazia ancora parzialmente in piedi. Riappropriamoci della nostra sovranità, ricordiamoci che siamo in grado di incidere pesantemente sui destini del Paese per la nostra consistenza numerica e per la funzione che il nostro mandato configura. Facciamolo accompagnando la mobilitazione con una firma – da domani, se non l’avete già fatto – per i referendum sociali (che contengono anche il tema delle trivelle, degli inceneritori e dell’acqua pubblica). Le informazioni sono contenute sul sito www.referendumsociali.info: contro School Bonus, Comitato di Valutazione, obbligatorietà delle ore di alternanza nel triennio delle superiori, chiamata diretta dei docenti da parte del dirigente scolastico. Per lo smontaggio nelle sue espressioni più pericolose di una legge odiosa, la 107, che ancora consideriamo inemendabile, attraverso una raccolta firme, che – se raggiungesse la quota 500mila – ci porterebbe al referendum nel 2017.
La mobilitazione è pazienza e generosità. Proviamo a regalare a noi stessi e a questo Paese la speranza di un futuro non odiosamente contaminato dalla arbitrarietà arrogante di un governo autonominato e antidemocratico: scioperare, firmare per i referendum sociali, votare NO alla “riforma” costituzionale. Tre espressioni di quella partecipazione che – assieme a principi fondanti della Repubblica – vorrebbero rottamare.
Marina Boscaino - MicroMega