lunedì 27 giugno 2016

Effetto Brexit sulla Borse: a Milano raffica di sospensioni. Banche inglesi e sterlina ko

Peggiora ancora la Borsa di Milano con l'Ftse Mib giù del 4,15%. Mps sospesa cede il 12,7% teorico, Mediobanca va giù del 12,5%, Intesa dell'11,8%, Azimut sospesa perde il 10,1%, Yoox lascia il 10,3%. Dopo un'ora di contrattazioni Wall Street accentua le perdite, col Dow Jones che scivola di oltre 250 punti perdendo l'1,51%. Profondo rosso per il Nasdaq che cede il 2,06% e l'indice S&P500 che scivola dell'1,72%. Piazza Affari ha già superato il minimo che questa mattina l'aveva portata ai livelli di luglio 2013.
Si preannuncia una nuova giornata di passione per i listini di Borsa europei dopo il crollo di venerdì scorso a seguito del referendum sulla Brexit. Tra le piazze principali Milano (Ftse Mib -2,38%) continua ad essere la peggiore insieme a Francoforte (-2,13%), Parigi (-2%) e Londra (-2,12%), mentre Madrid (-1,3%) appare più cauta. Sotto pressione Atene (-2,62%) e Stoccolma (-6,3%), chiusa venerdì scorso insieme a Helsinki (-5,79%). Un po' ovunque soffrono i titoli bancari, a partire dalle inglesi Barclays (-15,17%), Lloyds (-9,67%) e Prudential (-8,26%). A Milano, è ancora congelata Intesa, Mps cede l'11,91%, Mediobanca il 9%, Unicredit l'8%, mentre Bpm e Banco lasciano sul campo rispettivamente il 6,95% ed il 6,88%.
ansa

DIRITTI CIVILI - Un milione e mezzo di bambini italiani vive in povertà assoluta


Un milione e mezzo di bambini italiani vive in povertà assoluta: questa notizia tremenda passa quasi inosservata per il clamore suscitato dalle uscite su altri temi di esponenti cattolici: dal Papa, che chiede di garantire l’obiezione di coscienza per chi deve celebrare le unioni civili, a Monsignor Galantino, che invita ad accogliere “tutti gli immigrati” (spingendo a un distinguo perfino il cattolicissimo Alfano) fino al capo del Family Day, Gandolfini, che torna ad annunciare un referendum abrogativo e “per vendetta” crea anche comitati per il no nel referendum costituzionale di ottobre. Come per Snoopy, per Gandolfini “l’importante è partecipare”. 

Al Papa rispondono indirettamente i giudici di diverse parti d’Italia, riconoscendo le stepchild adoption effettuate all’estero. 
A Galantino risponde direttamente e con il consueto garbo Matteo Salvini (“Ha rotto le scatole”). Ma vien fatto di chiedere perché il Vaticano, per accogliere gli immigrati non ci mette del suo (oltre 4 miliardi di proprietà solo a Roma). 

L’avvocato Giulia Bongiorno chiede che per il femminicidio sia previsto in ogni caso il “fine pena mai”. In 4 anni si sono verificati in Italia 500 uccisioni di donne. Dopo anni di giustizia “al maschile” (esemplare, il delitto d’onore) sono necessarie leggi “spudoratamente al femminile”

La Francia vara una legge contro la prostituzione (non è “una professione”, è tratta degli esseri umani e sfruttamento sessuale). Puniti i clienti. Un problema che il Vaticano e i nostri politici clericali – troppo presi a parlare dello “utero in affitto” come reato universale - non si pongono affatto. 

Mario Caballero (sembra un personaggio di Totò) cerca clienti per la sua agenzia di madri surrogate negli USA: Operiamo in Carolina del Nord – spiega - “perché la California è invasa dai cinesi che stanno facendo lievitare i prezzi. Prendono anche tre surrogate contemporaneamente per avere quattro o cinque figli alla volta. Li vogliono tutti rigorosamente maschi”. Siamo rigorosi prima di dire di sì: “A un uomo che aveva 93 anni abbiamo detto di no”. Non è che ‘sto Caballero è un emissario della Lorenzin? 

“L’avevo detto io” (la frase più sfiziosa del mondo): eutanasia per gli Alzheimer (l’avevo proposta nel 2012, nel mio libro “Liberi di morire”, per chi la chiede “ora per allora”). Oggi mi danno ragione studiosi tedeschi ed olandesi. Nemo propheta in patria. 

Ultim’ora: un punto a favore di Bergoglio, che chiede di allontanare i vescovi che proteggono i preti pedofili. Per favore, Santità, fra qualche tempo ci fa conoscere i risultati del suo appello? 
 
IN ITALIA
 
Povertà infantile

Mettendo insieme i dati ISTAT e qualche inchiesta, la realtà italiana che viene fuori è così sintetizzabile.
1.    1,1 milioni di bambini vivono in povertà assoluta; diventano 2 milioni se esaminiamo la povertà relativa (un bambino su 5)
2.    la quota crescente di bambini poveri si accompagna alla diminuzione delle nascite. Nel 2015 sono state 488 mila, 15 mila in meno del 2014
3.    I parametri che si usano per definire la deprivazione sono di tipo materiale (carenza di vestiti, giochi e cibo) e immateriale (possibilità di festeggiare il compleanno o fare almeno una settimana di vacanza l’anno) ma conteggiano, ad esempio, anche lo spazio per poter studiare in casa
4.    Il futuro appare incerto e si fanno meno figli anche per concentrare benessere, cure e risorse su uno solo
5.    L’indice di povertà relativa che tra il 1997 e il 2011 per i minori aveva oscillato su valori attorno all’11-12%, nel 2012 ha superato il 15% e ha raggiunto il 19% nel 2014
6.    I bambini del Sud e quelli che vivono con un capofamiglia che ha frequentato appena le elementari presentano un rischio 4 volte superiore a quello dei residenti al Nord e dei figli di diplomati
7.    Solo il 13% dei bambini tra 0 e 2 anni riesce ad andare al nido e usufruisce di servizi integrativi. I divari tra le regioni sono impressionanti: tra Emilia e Campania/Calabria/Puglia ci sono anche 25 punti di distanza
8.    La nostra spesa sociale è concentrata nella tutela della vecchiaia (nel 2014 equivaleva al 14% del Pil!) e spesso mancano le risorse per altri interventi più lungimiranti
9.    La sinistra che oggi monopolizza il potere è “anzianista” e filosindacale e il renzismo non ha saputo/voluto cambiare marcia.

In generale – ci spiega studio della Fondazione Visentini – l’Italia non figura fra i paesi a più altro rischio  perché la soglia della povertà è fissata a 9.500 euro l’anno, contro livelli più altri negli altri paesi (in Germania, 12.000).

Contrasto alla denatalità 

Il think tank “Volta” (Giuliano da Empoli) ha presentato una serie di progetti per abbattere “il muro della gravidanza”, con maggiore possibilità di scelta per la donna sui periodi in cui assentarsi dal lavoro e coinvolgimento dei mariti/padri.

Unioni civili e stepchild adoption 

Il premier Renzi ha affidato il tema delle adozioni al ministro per le riforme Boschi anziché al ministro Costa, che ha la delega per la famiglia. Polemiche del centro destra. A Costa - che aveva criticato le numerose sentenze che hanno riconosciuto le adozioni da pare di coppie gay - replica Palamara, membro togato del CSM: i magistrati devono poter interpretare le leggi, anche quelle relative alle adozioni. A Milano il candidato del centro destra Parisi annuncia che celebrerà le unioni civili, mentre l’ex sindaco Albertini sostiene che i sindaci non possono rifiutarsi di applicare le leggi. Interviene con decisione il ministro della Giustizia Orlando: la legge dice che il giudice “deve apprezzare il caso concreto”, e non si può non tenerne conto visto che in Italia ci sono migliaia di minori che nessuno adotta. Monica Cirinnà spiega con chiarezza un comma della “sua” legge che richiama la legge sulle adozioni del 1983: questa prevede che l’adozione sia possibile “quando vi sia la constatata impossibilità di un affidamento preadottivo”. E questa “impossibilità” è sempre stata identificata nella circostanza che per il minore non si trovino aspiranti all’affidamento. Sentenza del Tribunale dei Minori di Bologna: per il riconoscimento in Italia delle adozioni ottenute all’estero da coppie omosessuali basta l’anagrafe. Due sentenza a Torino riconoscono il diritto di altrettante coppie di donne sposate all’estero di riconoscere il figlio della compagna. Sono le prime sentenze dopo l’approvazione della legge Cirinnà e si richiamano alla vecchia legge sulle adozioni. La cosiddetta “adozione cogenitoriale” è riconosciuta in tutti i paesi europei che prevedono le unioni gay, eccetto l’Italia, la Repubblica ceca, l’Estonia, la Croazia, la Grecia e Cipro.

Gandolfini come Snoopy: per il referendum di ottobre, l’importante è partecipare

Il presidente del Family Day, il medico ultracattolico Gandolfini, avvia la raccolta firme per un referendum abrogativo della legge Cirinnà. La richiesta è di abrogare solo la prima parte della legge, che aprirebbe la strada alle adozioni da parte di coppie gay.

Gandolfini ha costituito anche il comitato delle famiglie per il no al referendum costituzionale di ottobre. Motivo: fermare la deriva autoritaria di Palazzo Chigi. Gandolfini aveva annunciato la sua vendetta subito dopo la approvazione della legge Cirinnà: “Il popolo che ha detto no senza se e senza ma ai matrimoni gay presenterà il suo conto. Oggi si consuma uno strappo che avrà le sue conseguenze evidenti fra sei mesi”. Cosa c’entrino le unioni civili (per lui sono “matrimoni gay”, come per i clericali la maternità surrogata è “utero in affitto”) con la riforma del Parlamento o l’abolizione delle province Gandolfini non lo dice: per lui, come per Snoopy, “l’importante è partecipare”. 

Ma le reazioni non sono incoraggianti. Da un lato il Governatore della Banca d’Italia Visco assicura che le banche porranno grande attenzione ai temi della inclusione e della diversità. In particolare, daranno piena attuazione a quanto previsto sul piano economico dalla legge sulle unioni civili. Dall’altro la CEI, per una volta, è prudente e rifiuta di mettere il cappello sulle iniziative di Gandolfini, mentre i suoi comitati per il no al referendum costituzionale di ottobre si rivelano un flop.

L’ingerenza del Papa e del Vaticano

Dopo aver detto più volte che la Chiesa non deve ingerirsi nelle cose dello Stato, il Papa afferma, a proposito delle unioni civili, che l’obiezione di coscienza deve essere garantita perché è un diritto, e questo vale anche per il funzionario pubblico, che é “una persona umana”. Torna poi a chiedere ai preti semplicità e povertà, ma si guarda bene dal tagliare i privilegi e lo sfarzo dei Cardinali (vedi l’attico di Bertone e la sua ristrutturazione, pagata con i soldi dei piccoli malati del Bambini Gesù).  Intanto escono i dati sulle proprietà immobiliari della Chiesa nella sola Roma: oltre 4 miliardi. Agli alti prelati che vanno in pensione attici panoramici a 1.000 euro al mese.

E Bergoglio sfida anche la Francia, in una intervista al quotidiano cattolico “La Croix”: “Lo stato deve essere laico, gli stati confessionali finiscono male, ma la Francia è troppo laica”.
Sulla stessa linea del Papa, ma più virulento (da ex cappellano militare con pensione dello Stato italiano) il Cardinale Bagnasco, che dà per scontato “il colpo finale” dell’utero in affitto. Riemerge anche Ruini, che parla confusamente di “derive”. Ma perfino il ministro Alfano prende le distanze: “Il pensiero di Bagnasco non corrisponde alla legge sulle unioni civili”. E Mattarella richiama “il pieno rispetto dei diritti fondamentali di ognuno, non solo come singolo ma anche nelle formazioni sociali (ndr: sinonimo di unioni civili) in cui si realizza la sua personalità”.

Amnistia e indulto. Carceri in vendita?

Luigi Manconi – senatore PD e presidente della Associazione “A Buon Diritto” - ha proposto, “in omaggio a Pannella”, di ridurre il quorum necessario per approvarle dai due terzi alla maggioranza assoluta.  I due provvedimenti non sono “figli di un Dio minore” – ha dichiarato - ma previsti dalla Costituzione. Riguardano gli autori di reati minori e servono a ridurre l’affollamento carcerario. Non hanno effetti negativi, come dimostra il fatto che dopo l’indulto del 2006 la recidiva fu del 34,1%, mentre è del 68% per i detenuti che scontano la pena fino al termine della stessa.
Fa discutere la proposta del ministro Orlando di vendere alla Cassa Depositi e Prestiti le principali carceri poste nei centri urbani (San Vittore, Regina Coeli e Poggioreale) e costruirne di nuove in periferia. Fra i contrari, Manconi e Sala, fra i favorevoli, Parisi. Per Marco Cappato c’è il rischio che tutto si riduca ad una speculazione edilizia.

Aborto e obiezione

L’Ospedale San Camillo ha deciso di assumere due ginecologi che si dichiarano non obiettori. Secondo Margherita de Bac – che sul “Corriere della Sera” segue costantemente questa tematica – il provvedimento potrebbe suscitare reazioni negative, visto che il ministro della Sanità Lorenzin ha detto in Parlamento che queste sono forme “discriminatorie” di assunzione del personale medico. Eppure il problema esiste ed è grave, come dimostra il fatto che nel Lazio la percentuale di ginecologi obiettori è di 8 su 10 (a livello nazionale, 7 su 10), cui si aggiungono 7 anestesisti su 10 e la metà del personale non medico. La riprova giunge dal Consiglio d’Europa che – accogliendo un ricorso della CGIL Nuovi Diritti – ancora una volta ha accusato l’Italia di rendere difficile l’aborto. La questione viene riassunta in modo antitetico dal ministro Lorenzin (il numero degli aborti scende e quindi i medici non obiettori bastano) e dalla dottoressa Agatone, presidente della Associazioni ginecologi non obiettori (il cado degli aborti è solo apparente: l’insufficienza di medici abortisti fa di nuovi aumentare il ricorso all’aborto clandestino).

Femminicidio

Dopo la vicenda della ragazza romana uccisa e bruciata dal fidanzato, l’avvocato Giulia Bongiorno chiede che per il femminicidio sia previsto in ogni caso il “fine pena mai”. In 4 anni si sono verificati in Italia 500 uccisioni di donne. Dopo anni di giustizia “al maschile” (esemplare, il delitto d’onore) sono necessarie leggi “spudoratamente al femminile”

Immigrati

II segretario della CEI Galantino critica il governo per la mancanza di una politica organica sugli immigrati ed invita ad “accoglierli tutti”. Definisce Salvini (che aveva detto “il signor Galantino ha rotto le scatole”) “un piazzista da quattro soldi”. In questo clima arroventato il presidente dell’INPS dà ragione a Galantino sottolineando il fatto che i contributi previdenziali versati dagli immigrati (che quasi mai arriveranno a recuperarli con la pensione) valgono quasi un punto di PIL, mentre i 2,4 milioni di lavoratori stranieri producono l’8,8% della ricchezza nazionale. In un paese in cui presto un italiano su 4 sarà over 65, senza apporto degli immigrati si rischia il collasso del sistema previdenziale. Ma l’appello del Papa (ogni parrocchia accolga una famiglia) è caduto praticamente nel vuoto: ad oggi si conta un immigrato ogni 4 parrocchie. Perché nessuno dice a Bergoglio di farsi obbedire dai parroci o di aprire le migliaia di edifici semivuoti della Chiesa?
 
NEL MONDO
 
Francia, contrasto alla prostituzione

Dopo molti altri paesi europei, la Francia ha approvato una legge che contrasta la prostituzione con una contravvenzione di 1.500 euro a carico del cliente (3.750 più l’obbligo di un corso di educazione sessuale in caso di recidiva). Le motivazioni della legge: 1) una società civile non può tollerare la vendita dei corpi umani; 2) l’idea dei “bisogni sessuali incontenibili” dei maschi appartiene a una concezione arcaica e degradante della sessualità che favorisce lo stupro; 3) la prostituzione non può in alcun modo essere considerata un’attività professionale, a motivo dello stato di costrizione che per lo più è all’origine dell’ingresso in essa, e si configura invece come tratta degli esseri umani e sfruttamento sessuale.

Maternità surrogata: l’America cerca clienti in Italia

A Roma, in un albergo a 5 stelle, Mario Caballero, direttore e fondatore dell’agenzia Extraordinary Conceptions, incontra le coppie che vogliono ricorrere all’utero in affitto, una pratica vietata dalla legge 40.
Caballero assicura che non ci saranno problemi legali e cita maldestramente il caso di Nichi Vendola: i vostri figli avranno il passaporto americano e voi sarete segnati come loro genitori.
Operiamo in Carolina del Nord – spiega - “perché la California è invasa dai cinesi che stanno facendo lievitare i prezzi. Prendono anche tre surrogate contemporaneamente per avere quattro o cinque figli alla volta. Li vogliono tutti rigorosamente maschi». Siamo rigorosi prima di dire di sì: “a un uomo che aveva 93 anni abbiamo detto di no”.
E le madri surrogate? “Per tutta la gravidanza le madri vengono seguite da una psicologa “perché devono capire che questo è un business , non devono essere emotive devono pensare al business”. Costo dell’operazione: tra i 130 mila e i 160 mila dollari, da pagare in quattro rate, al netto dei regali previsti, ma non obbligatori, per le madri surrogate.

Demenza ed eutanasia

“BioEdge” sintetizza lo studio di un gruppo di studiosi olandesi e tedeschi apparso sul “Journal of medical ethics”: l’opinione prevalente è che la volontà espressa quando si é lucidi di ottenere l’eutanasia qualora si cada in condizioni di demenza deve essere rispettata.
Una piccola gratificazione personale perché – almeno in Italia – credo di essere stato il primo a sostenere nel 2012, nel mio libro “Liberi di morire”, la possibilità di chiedere l’eutanasia, ora per allora, in caso di Alzheimer o altre forme di demenza.

MicroMega

Spagna: vince la conservazione, nessuna spallata da Podemos


Fortemente condizionate dalla Brexit e dalla paura del cambiamento, dalle urne iberiche esce un netto successo della destra di Rajoy. Il Psoe giunge secondo, a conferma della vittoria dell’establishment. Podemos al 21% paga l’accordo elettorale con la sinistra radicale di IU. Ma la partita è ancora aperta e la forza di Iglesias, dall’opposizione, potrà dire la sua.

di Steven Forti e Giacomo Russo Spena

Gli exit poll avevano illuso. I dati reali ci conducono ad un’altra dura verità. La faccia di Pablo Iglesias, alle ore 23, la dice lunga. Funerea. Nessuna spallata. Nessun sorpasso di Podemos ai danni dei socialisti del PSOE. Anzi, il voto spagnolo ci evidenzia come il sistema abbia tenuto. La governabilità è ancora complicata in Spagna, nessun partito ha raggiunto la maggioranza assoluta, ma si preannuncia una grande coalizione PP-PSOE o un governo in minoranza dei popolari con l’astensione dei socialisti. Se ormai si può affermare in maniera conclamata che lo storico bipartitismo iberico, che si è alternato al potere dalla caduta di Franco in poi, è definitivamente tramontato grazie alla presenza di Podemos – stabile sopra al 20 per cento – e in parte di Ciudadanos, anche se in calo, dall’altro la “vecchia politica” non viene scardinata dalle forze del cambiamento. Le elezioni di ieri segnano il successo dell’establishment. Questo il primo dato da analizzare delle elezioni iberiche.

La storia non si è ripetuta. La Spagna del 2016 non è la Grecia del 2015. Unidos Podemos non è riuscito nell’impresa di superare i socialisti e di trasformarsi nel secondo partito nelle Cortes di Madrid. Il PSOE non è il PASOK, ma un partito più strutturato che, per quanto stia vivendo una profonda crisi, regge e perde soltanto 120 mila voti. E il PP non è Nea Democratia. Mariano Rajoy vince con un ampio margine, migliorando i risultati di dicembre. Non è “El triunfo de Rajoy”, come titola il quotidiano di destra La Razón, ma poco ci manca. A sorpresa, siamo forse di fronte al suo capolavoro. Il premier spagnolo era considerato un cadavere politico – con il PP travolto da vari scandali di corruzione – e invece rimane in sella, potendo anche sperare di presiedere il nuovo governo. E soprattutto – come già sottolineato – il bipartitismo non crolla, ma si rafforza: dal 50% dei voti di dicembre passa a quasi il 56%. Gli elettori si rifugiano nei partiti tradizionali in un momento di tensioni e grandi incertezze segnate dal referendum sulla Brexit. 

Secondo elemento da tenere in considerazione: la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha fortemente condizionato il voto iberico. Sarebbe curioso sapere come sarebbe finita la competizione elettorale spagnola se si fosse votato prima del voto a Londra. Ci rimarrà il dubbio. Di certo, dopo la Brexit a Madrid è montato il timore per la "terra incognita", quindi la maggior parte degli spagnoli si è riparato dietro il vecchio establishment. Nessun cambiamento, nessun “salto nel buio”. Troppa paura. Si tenga presente poi che l’elettorato spagnolo è fortemente europeista. Il voto conservatore è apparso l’unico rimedio, anche per porre fine all’ingovernabilità che ha accompagnato la Spagna negli ultimi 6 mesi. “Meglio l’usato garantito” avranno pensato molti spagnoli mettendo nelle urne la croce sul simbolo del PP. Il “voto utile” di centro-destra, chiesto ripetutamente da Rajoy in campagna elettorale, va tutto al PP a discapito di Ciudadanos.

Ma guardiamo più dettagliatamente i dati. Il PP si conferma primo partito con il 33% dei voti e 137 deputati. Vince in 40 delle 50 province spagnole. Rispetto a sei mesi fa guadagna 700 mila voti (sfiorando quota 8 milioni), il 4,3% e 14 deputati. Non è poco, affatto. Soprattutto per un partito colpito ripetutamente da casi di corruzione e da scandali come il recente “Fernández Díaz Gate”, cha ha visto coinvolto l’attuale ministro degli Interni. 

I socialisti, dal canto loro, tirano un sospiro di sollievo: si mantengono come seconda forza nel Parlamento. Perdono comunque 5 deputati (da 90 a 85) e 120 mila voti rispetto a dicembre, ma, tenendo conto dell’aumento dell’astensione (dal 26,8 al 30,1%), passano dal 22 al 22,6%. Per Pedro Sánchez è una boccata d’ossigeno. Ora bisognerà capire se lo obbligheranno alle dimissioni o se lo lasceranno traghettare il partito in un momento complicato. Alla sua principale avversaria dentro il PSOE, Susana Díaz, presidente dell’Andalusia, non è andata meglio: nella sua regione è stata superata dai popolari, dopo anni di egemonia socialista. Non è nella condizione di forza per chiedere la testa di Sánchez. Di certo, si aprirà un serrato dibattito interno perché non si capisce ancora quale posizioni avrà il PSOE nei confronti del PP: appoggio esterno, opposizione o larghe intese?
 
Per Ciudadanos si tratta invece di una cocente sconfitta. Il partito guidato da Albert Rivera perde 400 mila voti e ben 8 deputati (da 40 a 32), penalizzato anche dal sistema elettorale spagnolo. Diventa una forza non ancora residuale (ha comunque ottenuto più di 3 milioni di voti), ma che potrebbe diventarlo, come è successo nel recente passato per Unión Progreso y Democracia (UPyD) o negli anni Ottanta per il Centro Democrático y Social (CDS) di Adolfo Suárez. E soprattutto non è più indispensabile per un accordo di governo. Il finto cambiamento, la Podemos di destra, sembra già essere così una meteora del panorama spagnolo e molti voti sono andati persi a favore del PP che ha aumentato i consensi anche in Catalogna.

Torniamo alla sinistra e alla mancata spallata. Per Unidos Podemos non è una sconfitta, ma la delusione è grande. “Il risultato non è buono” ha commentato Iglesias. “Ci aspettavamo dei risultati differenti. È il momento di riflettere. La 'confluencia' si è comunque rivelata la strada corretta”. L’accordo con Izquierda Unida (IU) ha portato una perdita di circa un milione di voti e lo stesso numero di deputati (71) che le due formazioni avevano ottenuto separatamente a dicembre. E l’alleanza ora è sul banco degli imputati. Dal 20,6% ottenuto da Podemos sei mesi fa e dal 3,7% di IU si è passati al 21,1%, pari a oltre 5 milioni di voti. Non è poco, questo è certo, ma è molto meno di quel che ci si aspettava e che avevano rilevato i sondaggi e gli exit poll. Il sorpasso ai socialisti è rimasto un miraggio: ci sono quasi 400 mila voti di differenza. Ad esempio, a Madrid città Unidos Podemos prende meno voti che Podemos da solo a dicembre. Qualcosa non è andato per il meglio. La formazione di Iglesias migliora solo nei Paesi Baschi dove diventa primo partito sia in seggi che in voti, superando il Partido Nacionalista Vasco (PNV) – 5 seggi –, un dato da tenere presente in vista delle elezioni regionali del prossimo autunno. Si mantiene poi come secondo partito a Madrid e in Navarra, ma con un calo dei voti complessivi. Alle Canarie retrocede dalla seconda alla terza posizione. 

A mente fredda all’interno di Podemos si aprirà un forte dibattito interno proprio sulla scelta dell’alleanza con Izquierda Unida, soprattutto dopo il precedente scontro tra il leader Pablo Iglesias e il vice Íñigo Errejón. Il primo, da vero stratega e tattico della politica, aveva voluto fortemente questa 'bicicletta' con la sinistra radicale pensando che quei 3 o 4 punti percentuali di IU fossero stati sufficienti per scalzare il PSOE. Ma in politica 1 + 1 non fa sempre 2. Anzi, quasi mai. Errejón, il volto “populista” di Podemos, e studioso del post marxista Ernesto Laclau era contrario al ticket con l’Izquierda Unida ripulita e ringiovanita di Alberto Garzón. Le sommatorie, ancora una volta, non sembrano aver funzionato perché di sommatoria si trattava, non di un processo di confluenza – nato dal basso – come quello costruito dalla sindaca Ada Colau a Barcellona. 

Ci vorrà tempo per capire e sarebbe sbagliato dare sentenze definitive, andrà analizzato anche l’aumento del tasso di astensionismo, però Podemos ha chiaramente cambiato linea politica rispetto al passato. Se prima IU veniva considerata parte del problema, non la soluzione, perché appartenente alla “vecchia politica” incapace di rappresentare e incanalare la rabbia dei giovani e delle piazze indignate, adesso è diventata improvvisamente un alleato elettorale. Un riposizionamento che forse non tutti gli spagnoli hanno compreso. Soprattutto chi aveva sostenuto Iglesias perché “nuovo” e capace di rompere con le culture novecentesche. Altro fattore: Podemos, in quanto voto di rottura contro un sistema, era percepito come molto eterogeneo, in grado di pescare consensi a destra come a sinistra. L’essersi caratterizzato come forza di sinistra ha fatto perdere sicuramente il voto dei moderati. Dall’altra, molti attivisti di IU non hanno visto di buon occhio l’alleanza con Podemos (considerata troppo poco di sinistra) e soprattutto le costanti apertura al PSOE nell’idea di un governo delle sinistre, simile a quello portoghese in carica. In ogni caso, como segnala Fray Poll su Ctxt, “al di là del risultato avverso, è evidente che, in relazione al sistema elettorale, l’alleanza ha funzionato e che è stata una strategia razionale. Un’altra cosa sono le possibili conseguenze per quanto riguarda la fedeltà degli elettori e la loro mobilità”.

Anche le alleanze legate a Podemos che si sono presentate in diverse regioni non hanno fatto l’exploit che ci si aspettava. In Catalogna, dove gli indipendentisti catalani di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) e Convergència Democràtica de Catalunya (CDC) tengono con, rispettivamente, 9 e 8 deputati, En Comú Podem – formato da Barcelona en Comú, Podemos, ICV-EUiA ed Equo – si conferma primo partito, con 12 deputati, ma perde circa 100 mila voti. A Valencia, la coalizione “A la Valenciana”, formata da Compromís, Podemos e IU, si mantiene come secondo partito (9 deputati), ma aumenta la distanza con il PP (13 deputati). Anche nelle Baleari gli equilibri non cambiano: Units Podem Més, che riunisce Podemos, IU e i nazionalisti di sinistra di Més, non ha migliorato i risultati di dicembre (2 deputati), mentre in Galizia, En Marea – formata da Podemos, IU, i nazionalisti di sinistra di Anova e le liste municipaliste che governano a La Coruña e Santiago de Compostela – viene superata dai socialisti, diventando terzo partito, e perde un deputato (da 6 a 5). 

E adesso che succederà? I risultati di ieri ancora una volta non garantiscono la governabilità del Paese iberico, ma nessuno vuole andare a nuove elezioni a dicembre prossimo. Si tratterebbe delle terze elezioni in un anno, un’assurdità. Le prossime saranno settimane chiave, dunque, per capire che governo avrà la Spagna. Il 19 luglio si formerà il nuovo Parlamento. I partiti non aspetteranno fino ad allora – come era successo a dicembre – per cercare di mettersi d’accordo, anche perché le pressioni dei mercati e delle istituzioni europee peseranno. Si tenga presente che a inizio luglio la Commissione Europea deciderà se multare la Spagna con 2 miliardi di euro per il deficit di bilancio del 2015. Si potrebbe avere un nuovo governo prima della pausa di agosto. È l’opzione che caldeggiano Rajoy e il PP.

Sono sfumate due ipotesi valide fino a ieri pomeriggio: quella di un governo di centro (PSOE e Ciudadanos) e quella di un governo delle sinistre (PSOE e Unidos Podemos). In realtà, quest’ultima opzione sarebbe teoricamente possibile visto che PSOE e Unidos Podemos sommano 156 seggi. Avrebbero però bisogno dei voti degli indipendentisti catalani e dei nazionalisti baschi (22 deputati in totale) per superare quota 176, che è la maggioranza assoluta nelle Cortes di Madrid. Ma il referendum catalano è inaccettabile per i socialisti che tra l’altro non ne vogliono proprio sapere di avere Iglesias al governo.

Rimangono varie declinazioni di un governo di grande coalizione o di “concentrazione”. Potrebbe trattarsi di un governo in minoranza del PP grazie ad un astensione dei socialisti o di un governo alla tedesca, con popolari e socialisti al governo. Rimane da capire se i popolari vorranno anche Ciudadanos in un eventuale governo di larghe intese o se preferiranno lasciarlo all’opposizione per eliminare l’unico possibile avversario che hanno nel centro-destra. La grande questione è poi capire se i socialisti chiederanno la testa di Rajoy: lo hanno ripetuto continuamente, ma il leader del PP ora può trattare da una posizione di forza. Sullo sfondo rimane ancora la possibilità di un governo Monti alla spagnola. E qui Podemos, forse, potrà dire ancora la sua. La storia infatti non appare per niente finita. Íñigo Errejón nel discorso di ieri – fatto davanti a migliaia di persone convocate nella piazza del Museo Reina Sofia di Madrid – ha tenuto a specificare che il cammino è ancora lungo: “La nostra posizione è determinante e sarà decisiva per il cambiamento, ma in alcune occasioni questo non si produce nei tempi e nei modi che si vorrebbe”.

E’ tutto in divenire. Intanto il PP non ha ottenuto la maggioranza assoluta e Podemos consolida il suo blocco. E, soprattutto, va ribadito che la Brexit ha condizionato il voto, al di là delle strategie e delle alleanze con Izquierda Unida. In tal senso, fuori luogo appaiono le dichiarazioni di Manlio Di Stefano, deputato grillino e responsabile esteri, che rivendica la scelta del M5S di non scendere a patti e compromessi con altri partiti: “Per quale motivo – ha detto - un elettore dovrebbe affidarsi ad un partito nuovo, che si propone come rivoluzionario e alternativo, ma si presenta in coalizione con l’estrema sinistra di Izquierda Unida? Se devo votare una finta novità per essere poi tradito come i greci con Tsipras, allora preferisco votare direttamente per i vecchi partiti almeno so cosa mi aspetta. La storia non lascia scampo in questi casi”. Fermo restando le differenze tra Podemos e M5S, lo stesso M5S alle scorse Europee doveva dare una spallata al PD. Così non è stato. Poi è successo che il M5S di Grillo ha avuto la capacità di rilanciarsi alle recenti amministrative e ora in chiave nazionale. La partita per il cambiamento è ancora aperta e Podemos, dall’opposizione, potrà dire la sua. Chi non vorrebbe perdere ottenendo il 21 per cento dei consensi e 5 milioni di voti? 

MicroMega

domenica 26 giugno 2016

La paura del «Renxit» e l’incognita di ottobre

Sfiammare il referendum costituzionale, disinnescare quell’effetto domino che potrebbe essersi innescato in tutta Europa con il voto per la Brexit, e cioè la contestazione popolare – e democratica – dei governi del rigore. Matteo Renzi si trova a un bivio: dopo aver chiamato il plebiscito su di lui e messo la sua testa (politicamente parlando) sul voto di ottobre, tutto e tutti consigliano di abbassare i toni, per evitare di fare la fine del primo ministro inglese Cameron. Ieri sul Corriere della Sera il presidente emerito Giorgio Napolitano era esplicito: «Occorrerà restituire al confronto sulla riforma costituzionale la sua oggettività e, dal punto di vista degli sviluppi politici futuri, la sua neutralità».

Ma come? Ieri pomeriggio Matteo Renzi è volato a Parigi per una cena informale con il presidente Hollande, di fatto è un prevertice in vista della riunione della « cellula di crisi» domani a Berlino, con Merkel più i due grandi paesi fondatori rimasti, ai quali si aggiungerà Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo. Il fronte esterno della crisi del Brexit è delicatissimo. Ma per l’Italia si intreccia a un fronte interno non meno delicato. Quello che ormai i media chiamano «Renxit».

Le vicende del Regno unito, tanto più che sono arrivate all’indomani della disfatta del Pd alle amministrative, hanno acceso l’allarme rosso a Palazzo Chigi. Il rischio di perdere la prossima consultazione popolare cresce. I nemici lo promettono, gli amici lo mettono sull’avviso. «Penso che Renzi ormai abbia capito che il referendum non passa. L’era di Renzi è finita, ci stiamo preparando al dopo, ce la giocheremo con i 5 stelle», ha detti ieri il leghista Salvini a Parma annunciando per metà settembre una Pontida tutta per il no «perché è un referendum che cancella ogni tipo di autonomia locale». Resta di verificare se i 5 stelle abbiano la stessa determinazione, che al momento però non è pervenuta.
Dal fronte opposto, e cioè dallo stesso fronte del premier, ieri Gianni Cuperlo ha riunito la sua corrente Sinistradem a Bologna, e lì ha chiesto una modifica dell’Italicum che «renderebbe molto più semplice gestire il passaggio ad oggi piuttosto complicato del referendum».

Ma se per ora Renzi non vuole sentire ragioni sulla modifica dell’Italicum, presto dovrà decidere i tempi con cui il governo dovrà deliberare il referendum. E che al momento non abbia le idee chiare lo dimostrano le sue stesse dichiarazioni da un giorno all’altro. Ieri in un retroscena del Corriere firmato da Maria Teresa Meli, la cronista più esplicita sugli interna corporis di Palazzo Chigi, il premier dichiarava ai fedelissimi: «Lo convocherò quando più ci conviene». Peccato che il giorno prima alla Stampa aveva dichiarato, senza ricevere obiezione, l’esatto contrario smentendo l’ipotesi di un rinvio della consultazione: «Il referendum avrà la tempistica prevista dalla Cassazione. Punto e basta. Di che parliamo?», aveva detto.

Ma le cose non stanno precisamente così, basta leggere l’articolo 15 della legge 352 del 1970, come spiega il giudice presso la Corte di Cassazione Domenico Gallo: «Se entro il 15 luglio, questo è il termine, andassero a buon fine le raccolte delle firme popolari, la Cassazione avrebbe un mese di tempo per verificarne la validità, quindi dovrebbe decidere entro il 14 agosto. A quel punto il governo ha sessanta giorni per deliberare il referendum, che poi sarà indetto dal presidente della repubblica. Referendum che si deve svolgere in una domenica compresa fra il cinquantesimo e il settantesimo giorno dal momento dell’indizione. Se invece entro il 15 luglio né la raccolta di firme del Pd né quella dei cittadini che invece si oppongono alla riforma dovessero raggiungere quota 500mila, resterebbe valida la richiesta di referendum dei parlamentari. In questo caso i sessanta giorni utili al governo per deliberare partono lo stesso 15 luglio». Dunque se il governo volesse temporeggiare, potrebbe spingere il referendum fino ai primi di dicembre, almeno in via teorica. Comunque sia, Renzi mente alla Stampa, o per lo meno non la dice tutta, altro che «punto e basta»: la Cassazione ha un ruolo nella individuazione della data, ma alla fine deciderà il governo se convocare presto o tardi le urne. Tanto più che il 4 ottobre la Consulta si riunirà per affrontare il vaglio dell’Italicum sul premio di maggioranza, sulle liste bloccate e sulla stessa procedura di approvazione della legge. La Corte potrebbe esprimersi il giorno stesso o aggiornarsi. E anche questo conterà nella scelta del giorno del voto.
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Fanno il referendum ma non ascoltano i cittadini

C’è un paradosso nei regimi democratici contemporanei: massimizzano le opportunità per i cittadini comuni di decidere direttamente e minimizzano l’ascolto. Mai le democrazie si sono mostrate tanto disponibili a dar voce al popolo sovrano, sgombrando il campo delle mediazioni proprie della rappresentanza e dei partiti, tramite referendum, investiture dirette, primarie, consultazioni on line e non, ivi compresi gli onnipresenti sondaggi.

In compenso, questi stessi regimi mai hanno prestato così poca attenzione alle arcinote richieste dei cittadini comuni: lavoro, pensioni, servizi, eccetera. Intendiamoci. Nonostante quel che promettono i loro sacri testi e i loro propagandisti, sinceri e insinceri, i regimi democratici non sono stati inventati né per dare voce all’uomo comune, né per trattarlo con particolare benevolenza. Servono a minimizzare i conflitti e a tener buono il cittadino comune. Sono il prezzo che i potenti pagano in cambio della pace sociale. Per fortuna, la competizione democratica lascia qualche spazio (che si è sempre provato in vario modo a ridurre) a chi si fa portavoce del cittadino comune, a condizione che lo si organizzi, come facevano i partiti di una volta.

Se non che, da qualche tempo a questa parte i potenti hanno deciso di cambiare strategia e di abbandonare ogni prudenza. Da un lato adottano misure che favoriscono in modo indecente i ricchi e i potenti e hanno ridotto quelle che favoriscono il cittadino comune. Ritengono meno costoso addomesticarne le sofferenze e il malumore offrendogli quelle che spacciano per maggiori opportunità di decisione. Salvo ridurre le sue scelte a due sole opzioni e investire massicciamente in manipolazione e disinformazione. La democrazia si è pertanto risolta in una drammatica gara a chi manipola meglio e di più. E si dimostra spietata verso il cittadino comune.

Siamo seri. Il cittadino non è uno sciocco. Può di sicuro capire cosa gli conviene tra divorzio sì/divorzio no. Ma orientarsi tra i meandri del Brexit non è alla portata di tutti. Può scegliere un sindaco e un deputato, a condizione che gli si offra un numero decente di alternative. Sono invece democraticamente devastanti le procedure d’investitura diretta della leadership, solitamente ottenute con marchingegni elettorali che promuovono a maggioranze minoranze ristrettissime. Se la scelta è sbagliata (immaginiamo cosa accadrebbe se la spuntasse Trump), è impossibile rimediarvi. Il cittadino comune ha capito il trucco. Non a caso, l’astensione è cresciuta in maniera esponenziale.

Il diavolo, come sempre, fa pentole, ma non coperchi. Così è successo per il Brexit. Cameron ha voluto il referendum imbastendoci sopra una vergognosa speculazione politica. Lo ha voluto per vincere le elezioni, per ricattare i suoi partner europei, per neutralizzare a basso costo il populismo di Farage. Nelle due prime imprese gli è andata alla grande. Al referendum, l’imbonitore ha trovato il suo maestro.

Non sappiamo cosa accadrà. Forse sarà un vantaggio per l’Europa, che non sopporterà più le eccezioni inglesi e non subirà più la concorrenza di quel paradiso fiscale che l’Inghilterra è diventata. Ma è verosimile che i danni per il Regno Unito siano notevoli e che la sua stessa sopravvivenza sia a rischio. Che accidenti di democrazia è comunque quella in cui si sono pronunciati tre elettori su quattro (una quota peraltro altissima) e l’exit ha prevalso di un soffio, avendo messo in lotteria il destino di un popolo, ma anche dei popoli vicini?

C’è da augurarsi che questo evento, quali che siano le sue conseguenze, convinca i potenti che non è opportuno assumere decisioni collettive in maniera tanto avventata. Che possono essere controproducenti anche per loro. Riuscirà la vicenda del Brexit a moderare la loro avidità di potere e di ricchezza, dissipando il micidiale sciocchezzaio di quello che Giovanni Sartori ha chiamato «il direttismo»?
Ci libereremo di idiozie come quella che bisogna restituire al popolo sovrano il suo scettro? Che la sera delle elezioni è giusto che il popolo sappia chi dovrà governarlo? Che la democrazia vince sempre quando il popolo si pronuncia? La democrazia fa dei pronunciamenti popolari il suo fondamento, a condizione però che gli elettori siano istruiti e informati e non manipolati. Non per caso i padri costituenti scrissero che la sovranità popolare si esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla costituzione.

Un secondo insegnamento è che il cittadino comune non lo si può opprimere e spremere più di tanto. Perché alla fine si ribella e lo fa come può. Anche in maniera scomposta. Non solo. Stiamo attenti in special modo agli anziani. Altro che rottamarli, meritano grandi cure e grande rispetto. Sono gli ultrasessantenni che hanno deciso del Brexit.
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Quando capirà la ‘sinistra’ d’establishment che Renzi è l’apoteosi del berlusconismo?

di Paolo Flores d'Arcais - in MicroMega

Parola di Renzi: "è stato un voto per il cambiamento, dunque dobbiamo accelerare con le nostre riforme". Roba da matti! Nemmeno un dadaista in piena forma avrebbe potuto creare un "non sequitur" talmente ciclopico. 

Riflettiamo appena appena (anche Renzi può arrivarci, magari con la sollecitazione di Filippo Sensi): il voto al M5S è stato effettivamente e ovviamente un voto per il cambiamento. Ma rispetto a cosa e a chi? Rispetto alla morta gora del "ventennio che non passa", cioè l'impasto di berlusconismo a destra e inciucio a "sinistra". Mentre le "riforme" di Renzi costituiscono esattamente l'inveramento e il compimento del progetto di regime berlusconiano, delle controriforme del pregiudicato di Arcore, in gran parte fermate per anni dalle lotte della società civile. 

Jobs Act, riforma Rai, aggressione sistematica all'indipendenza della magistratura e edulcoramento di ogni legge anticorruzione a antimafia, leggi bavaglio, e infine controriforma costituzionale, sono berlusconismo puro. È il segreto di Pulcinella, lo ha ripetuto in forma schietta e comprensibile perfino a Serracchiani e Guerini una Pci>Ds>Pd inossidabile, ma alla fine disgustata e perciò lucida, Sabrina Ferilli.

Resta invece sbalorditivo che una verità così lapalissiana e confortata da ogni riscontro empirico (basta fare il confronto fra le leggi e i progetti dell'epoca di Arcore e di quella di Rignano) stenti ancora a farsi strada nelle sinapsi di noti e per definizione autorevoli commentatori, editorialisti e intellettuali della "sinistra" d'establishment. I quali continuano a propinare in articolesse e talk show labirintiche spiegazioni in contraddizione l'una con l'altra (e spesso con se stessa), quasi che decifrare l'evidenza del perché della sconfitta di Renzi sia arduo come la stele di Rosetta prima di Champollion. 

Nulla di più patetico e irrealistico, perciò, degli ammonimenti che qualcuno rivolge a Renzi di cambiare atteggiamento: ricordano quelli ancor più ridicoli rivolti a Berlusconi per vent'anni di realizzare davvero una "rivoluzione liberale" (che sarebbe cosa gobettiana!) anziché far ruotare l'intera politica attorno ai propri interessi privati.

Renzi, a differenza di Berlusconi e dunque più radicatamente di Berlusconi, è berlusconiano per convinzione profonda, anzi, come abbiamo scritto prima ancora che andasse al governo, è berlusconiano e soprattutto marchionnista, crede davvero che modernità siano i manager che guadagnano mille volte il salario di un operaio, e che l'impegno per una crescente eguaglianza sia novecentesco o addirittura ottocentesco. 

Per questo non c'entra nulla con la sinistra, né moderna, né futura né passata. E' un democristiano mannaro ovviamente diventato berlusconiano, che per furbizia tattica ha trovato in un Pd in disarmo e avvitamento da inciucio (Veltroni D'Alema e Bersani sono i "produttori" di Renzi, anche se ora lo detestano) il terreno ideale per una "scalata" che nella destra di Berlusconi gli sarebbe restata preclusa. 

Renzi non è affatto un rottamatore del sistema del privilegio, della Casta e delle cricche, dell'intreccio politico-affaristico con propaggini criminali che fa il bello e il cattivo tempo in Italia in modo crescente da un quarto di secolo. Ne costituisce l'apoteosi: ha rottamato cricche ormai obsolete con la sua Nuova Cricca, tutto qui. 

Il referendum di ottobre sarà perciò lo scontro tra queste due Italie: l'establishment del privilegio e le lotte e le speranze dei girotondi, dell'antimafia, delle piazze contro il bavaglio, del "vaffa" di Grillo che ha saputo diventare forza politica di radicale cambiamento (con contraddizioni che non abbiamo mai nascosto e cui continueremo a non mettere la sordina, ma con una lungimiranza e lucidità nel giudicare l'intero ceto politico che avevamo sottovalutato grandemente e che a noi talvolta sono mancate). 

Gli aedi del renzismo inviteranno al Sì dicendo che il No significa Berlusconi e Salvini anziché Zagrebelsky e Appendino, Raggi e Rodotà, e il meglio del costituzionalismo, e la meglio gioventù, e chi non si piega a rottamare la Costituzione nata dalla Resistenza ma vuole invece realizzarla pienamente (unica prospettiva politica davvero moderna e innovativa). 

Non è così: i Salvini e Berlusconi concioneranno per il No, ma solo "pro domo", per concorrenza con Renzi non per alternativa. E se Renzi sarà sconfitto il futuro a loro sarà precluso, checché si illudano in contrario e checché cerchino di spacciare gli opinionisti d'ordinanza. Il futuro – se a ottobre vince il No – toccherà alla forze che vogliono più giustizia e più libertà, e che oggi come oggi hanno nel M5S il loro cruciale vettore.

lunedì 20 giugno 2016

Comunali: Orgoglio M5s: 'Pronti per governo'. Salvini, 'Italiani non gli credono più'

E' festa M5s per il trionfo delle due donne che hanno corso e vinto ai ballottaggi. Virginia Raggi e Chiara Appendino. Un "risultato storico", gioiscono i vertici del movimento sottolineneando anche la 'prova di maturità' messa in campo: "abbiamo credibilità di governo", sottolineano Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista.
La gioia della Raggi - "Voglio condividere con voi un momento importante. Questa sera hanno vinto i cittadini di Roma, i romani. Voglio ringraziare tutti i romani che mi hanno affidato questo compito importante che porterò aventi per cinque anni". "La prima cosa che sento di dire, che mi viene dal profondo, è che finalmente anche Roma avrà un sindaco donna". "In un momento storico in cui le pari opportunità sono ancora una chimera considero questa una notizia dal valore straordinario". "Sono pronta a governare, ora parte una nuova era". Così Virginia Raggi, neo sindaco di Roma. "Voglio mettere un punto su tutti i toni aspri, sui vili attacchi che ho ricevuto. Si riparte da domani e mi auguro che tutte le forze politiche abbiano il buon sensi di aprire un dialogo su problemi e soluzioni, per mettere al centro i romani. Questo è l'obiettivo che mi sono prefissa", ha concluos Raggi.
"E' un risultato storico. Il pensiero va a mio padre", dice Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto.
Il movimento, tra l'altro si aggiudica 19 BALLOTTAGGI SU 20 nei quali ha corso.
Una "sconfitta netta e senza attenuanti a Roma e Torino contro le candidate M5s" e una "vittoria chiara e forte a Milano e Bologna contro i candidati delle destre". E' l'analisi del Pd ai ballottaggi. Facciamo tesoro anche delle sconfitte": così il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini ha commentato i risultati delle amministrative nei Comuni italiani parlando al comitato elettorale di Giuseppe Sala a Milano. "Vinciamo in maniera netta contro la destra - ha aggiunto - ma in altre città come Torino e Roma paghiamo un dazio perché l'elettorato del centrodestra ha deciso di votare il candidato dei 5 Stelle". Guerini ha poi espresso il suo dispiacere per il risultato di Torino dove "un buon sindaco come Piero Fassino non è stato confermato. E' stata una tornata di ballottaggio che ha avuto risultati diversi".
Salvini, italiani non credono più a Renzi - "Dai primi exit poll, che andranno peraltro confermati, emerge tuttavia una verità, quella che gli italiani non credono più a Renzi": lo ha detto all'ANSA il segretario della Lega Matteo Salvini nel suo primo commento sui risultati delle elezioni.
ansa

Amministrative 2016, boom M5s. Raggi e Appendino sindaco. Pd ko ai ballottaggi di Roma e Torino. Sala salva Renzi. Affluenza in calo

Trionfo del M5S a Roma e Torino: Virgina Raggi sarà la prima sindaca della capitale mentre Chiara Appendino conquista il capoluogo piemontese scippandolo a Piero Fassino. Le urne mostrano una sconfitta dei candidati Pd con l'eccezione di Bologna dove Merola è pronto a diventare il primo cittadino della città, lasciando indietro il centrodestra.
L'alleanza Berlusconi-Salvini non sembra riuscire neanche nell'impresa di Milano dove Beppe Sala, dopo un iniziale testa a testa con Stefano Parisi, conquista la vittoria, facendo tirare un sospiro di sollievo ai Democratici. Senza sorpresa invece Napoli, dove si conferma la vittoria di De Magistris.
I cinque stelle si confermano così una ''macchina da ballottaggi'', come sono stati definiti dall'Istituto Cattaneo. Raggi conquista il Campidoglio doppiando il rivale Roberto Giachetti, che riconosce per primo la sconfitta assumendosene le "responsabilità" e annunciando un'opposizione "costruttiva ma determinata". Il M5s non viene dunque penalizzato da un'affluenza in calo rispetto al primo turno un po' ovunque: nella capitale il dato ufficiale si attesta al 50,19% contro il 57,02% del 5 giugno.
Dati simili anche a Torino, Milano, Bologna mentre a Napoli la percentuale scende addirittura al 35%. Ed è ovviamente festa nella sede del comitato elettorale dei cinquestelle, dove in serata è arrivato David Casaleggio ed è atteso Beppe Grillo. M5S che ora guardano a Palazzo Chigi: "siamo pronti a governare", dice il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio. Se anche Forza Italia e la Lega puntano ad attribuire un valore nazionale alle elezioni amministrative con Mara Carfagna (portavoce dei deputati azzurri) che parla di "fallimento del renzismo" e Matteo Salvini che dice che gli italiani "non credono più a Renzi", i Democratici invece scelgono ovviamente la cautela: "A Roma - dice subito Ettore Rosato dopo la chiusura delle urne - pagano il disincanto degli elettori Pd".
E poi assicura che il governo sarà vicino alla neosindaca, perché la priorità è il buongoverno della città. Ma il risultato, viene evidenziato in più occasioni dal capogruppo Pd, "non deve avere ricadute sul governo".
ansa

domenica 19 giugno 2016

Caro Fini, l’incitamento all’odio razziale non può essere tollerato


Massimo Fini è un giornalista e scrittore di qualità. Lucido. Acuto. Controcorrente. Sempre documentato e capace di argomentare con sottigliezza, mi accade spesso di condividere le sue tesi. Stavolta tuttavia nel suo articolo – Il “Mein Kampf” va pubblicato, “il Fatto”, 15 giugno – c’è qualcosa che non mi convince, lo segnalo per amore della verità. 

Solo la libidine di servilismo da cui sono soggiogati i gruppi dirigenti di CGIL CISL UIL può aver fatto sì che questi considerassero interessante il progetto del governo


Solo la libidine di servilismo da cui sono soggiogati i gruppi dirigenti di CGIL CISL UIL può aver fatto sì che questi considerassero interessante il progetto del governo sul prestito bancario ventennale, necessario per poter andare in pensione un po’ prima. Del resto il confronto con la Francia mostra ogni giorno come i grandi sindacati confederali in Italia siano parte del disastro che è precipitato addosso al mondo del lavoro, cioè siano tra i problemi e non tra le soluzioni. 

venerdì 17 giugno 2016

Prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti

In un’intervista rilasciata a “il Giornale” il primo aprile 2010 uno dei maggiori esperti europei di crimini contro i minori, il procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno, spiegò come nessuno aveva fatto fino ad allora su un organo di stampa italiano cosa significa l’abuso sessuale da parte di un sacerdote: «Il discorso viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. 

La fede incisa, sui corpi e nelle menti

Nelle scorse settimane una diciassettenne è morta in Egitto a causa di un’infibulazione finita male: benché sia vietata dalla legge, la pratica è comunque diffusa (e, nel caso specifico, effettuata in una clinica). Non si faccia però l’errore di pensare che vicende del genere sono circoscritte a un paese lontano, ritenuto magari anche arretrato e incivile. A casa nostra, a Torino, un neonato figlio di migranti ghanesi è morto pochi giorni fa dopo una circoncisione praticata da un saldatore, pagato cento euro per la sua prestazione. La difesa si appella ora al “libero esercizio della fede religiosa”. Nel frattempo, sempre a Torino, un bambino figlio di migranti marocchini è stato salvato per un soffio da un’altra circoncisione improvvisata.

L’Islam contro l’omosessualità, un reato dall’Iran alla Nigeria

di Tahar Ben Jelloun, da Repubblica, 15 giugno 2016
Nessuna delle tre religioni monoteiste accetta la pratica dell’omosessualità. Per quanto riguarda l’islam, questa è condannata da quattro versetti in tre Sure che la qualificano come un’aberrazione, un crimine, una turpitudine punita molto severamente. Alla giustizia esercitata dagli uomini verso gli omosessuali si aggiunge quella di Dio: l’omosessuale è maledetto, reietto, Dio non poserà gli occhi su «quel peccatore e quel criminale » e nessuna misericordia sarà accordata a chi va contro la legge di Dio.