venerdì 22 gennaio 2016

Papa Francesco rivoluzionario a rischio se non sarà sostenuto si ritroverà come Celestino V

Luca Kocci
il manifesto, 31 dicembre 2015
Il 2015 è stato l’anno anche di papa Francesco. Il terzo del suo pontificato, quello più denso di eventi, almeno finora.
A maggio la beatificazione di mons. Romero – il vescovo di San Salvador ucciso nel 1980 dagli squadroni della morte della giunta militare per il suo impegno per la giustizia – dopo oltre 30 anni di ostracismi e boicottaggi da parte della curia romana e dell’episcopato conservatore che temevano, insieme a Romero, la legittimazione dell’odiata teologia della liberazione. A giugno l’enciclica socio-ambientale Laudato si’, ispirata da Francesco d’Assisi e anche dalle tesi altermondialiste. A settembre il viaggio nelle Americhe, passando da Fidel e Raul Castro ad Obama e il Congresso Usa, testimonianza del disgelo ormai avvenuto ma non ancora concluso, anche per l’ostinato mantenimento del bloqueo contro Cuba. Ad ottobre la conclusione del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, ancora in attesa di un pronunciamento ufficiale papale che apra (forse) le porte che il Sinodo ha preferito tenere socchiuse. A novembre il primo viaggio in Africa, con l’apertura della prima “porta santa” giubilare a Bangui (Repubblica centrafricana) ma il silenzio assoluto sulle leggi che discriminano (e condannano all’ergastolo) le persone omosessuali. L’8 dicembre, infine, l’inizio solenne del Giubileo dedicato alla misericordia, a San Pietro, riaffermando, nei fatti, la centralità romana.
Un anno importante quindi, da leggere in chiaroscuro: la novità di papa Francesco o la svolta che ancora non c’è? Dario Fo propende decisamente per la prima ipotesi: quello di Bergoglio è un pontificato rivoluzionario. «Papa Francesco – spiega – è un uomo di grande coraggio, ha il coraggio di dire la verità e di dirla in faccia. Quando parla fa nomi e cognomi, e quando non li fa esplicitamente, tutti capiamo di chi parla e a chi si rivolge. Inoltre chiede perdono, chiede perdono per la Chiesa, ammettendo quindi che nella Chiesa ci sono cose indegne. Altrimenti perché chiederebbe perdono?».
Chiede perdono per alcune colpe storiche della Chiesa…
«La Chiesa ha commesso atti infami, illegali, crimini, e papa Francesco chiede perdono. Pensa se un nostro dirigente di Stato chiedesse perdono per i propri errori, per esempio per quello di pochi giorni fa».
Cosa è successo?
«Il nostro presidente della Repubblica ha firmato la grazia per i due agenti della Cia coinvolti nel rapimento di Abu Omar».
L’imam egiziano rapito a Milano nel 2003 in collaborazione con i nostri servizi e la polizia?
«È la prova che siamo un Paese senza nessuna autonomia, perché gli agenti della Cia possono venire da noi, rapire chi vogliono, portarlo via dal luogo in cui vive, poi si fa il processo, vengono condannati, ma alla fine arriva il presidente della Repubblica che dice: nessuna condanna, liberi tutti. E non solo, perché veniamo a sapere che la nostra polizia e i nostri servizi segreti coprivano i rapitori, cioè evitavano che ci fossero delle interferenze. È un’infamia, e noi siamo un popolo senza autorità e senza dignità. Queste cose non le fanno mica in Svezia o in Danimarca. Se poi fosse successo negli Usa, sarebbe scoppiata l’ira di Dio! Dovrebbero dire: scusate, ci vergogniamo, abbiamo tolto la potestà al nostro popolo, ci siamo venduti a chi è più forte, abbiamo ceduto a chi ha autorità mentre noi non ne abbiamo».
Torniamo a papa Francesco. A quale richieste di perdono per le colpe della Chiesa si riferisce? Alle parole sulla corruzione presente anche nella Chiesa? Al fatto che l’istituzione ecclesiastica ha rinunciato alla povertà e ha abbracciato ricchezza e potere?
«A tutto. Papa Francesco ha parlato della dignità, ha detto che non esiste dignità se non c’è giustizia, ha denunciato l’equilibrismo dei governanti tale che i furbi e i potenti abbiano la possibilità di muoversi come vogliono, che il ricco può tutto e il povero deve pagare. Ha parlato anche delle banche, e pensiamo a quello che accade in questi giorni».
Su altri temi caldi, che riguardano più da vicino la Chiesa – le persone e le coppie omosessuali, il ruolo delle donne –, però Francesco pare più timido.
«Guarda che lui ha detto fin dall’inizio: quest’uomo vuole sposarsi con un altro uomo, che autorità ho io per impedirglielo? È omosessuale, e io cosa devo dirgli, che non si fa? Quale autorità, che diritto ho io di impedirlo?»
Veramente si è limitato a dire «chi sono io per giudicare un gay».
«E allora? Basta questo. Cosa vuoi di più?»
Che alle parole, nuove ed importanti, seguano anche dei fatti, delle riforme che intervengano sulla struttura ecclesiastica e sulla disciplina canonica, altrimenti il rischio è che passato Francesco nulla sia cambiato e tutto rimanga uguale.
«Ma se per “farlo fuori” si sono inventati che ha un cancro alla testa, benigno per carità! Tentano di far vedere che è malato alla testa, quindi non può essere sereno, lineare e logico in quello che dice. Quando si arriva a dei gesti di questo genere, puoi aspettarti di tutto, anche che lo ammazzino. Cosa vuoi di più da uno che si espone fino a far impazzire i vescovi, i cardinali, tutti coloro che nei secoli hanno goduto di privilegi e vantaggi? Non dobbiamo perdere mai di vista gli equilibri, perché sennò andiamo avanti a fare chiacchiere. È intervenuto anche perché fosse dichiarato beato il vescovo che difendeva i diritti dei poveri, ucciso in America latina».
Monsignor Romero?
«Sì. L’altro papa invece, Wojtyla, si è messo in ginocchio sulla sua tomba, ma non ha fatto nulla».
Alcuni gesti e parole del papa rimandano al tema della Chiesa povera e dei poveri…
«Ma certo, del resto si chiama Francesco. Il papa lo ha detto: nel momento in cui mi chiamo Francesco, io scelgo di essere Francesco. E chi è Francesco? È uno a cui, 40 anni dopo la sua morte, hanno deciso di cambiargli completamente la vita. Hanno preso la sua vita e ne hanno scritta un’altra, inventando miracoli che non aveva compiuto e cancellando tutte le cose straordinarie che aveva fatto».
Francesco d’Assisi è stato riportato all’ordine, trasformato in una sorta “santino” dal potere ecclesiastico, perché fosse meno scomodo.
«Certo. Gli hanno cambiato i connotati, gli hanno dato un’altra faccia, un altro modo di vivere. E allora un papa che ha il coraggio di prendere quel nome, che la Chiesa ha falsificato e ha buttato via, è un gigante».
Molte scelte individuali di papa Francesco – abitare a Santa Marta, rinunciare ad abiti sfarzosi, muoversi con semplici automobili – stanno rendendo il papato più “normale”?
«No, non è normale, è fuori dalle regole!»
Normale nel senso che ridimensionano la “sacralità” e la “potenza” del papato costruite attraverso i secoli…
«Questa è una scelta rivoluzionaria, che nella Chiesa non c’è mai stata. Altri ci hanno provato, hanno fatto dei bei discorsi, ma quando hanno cercato di mettere a posto le cose, si sono dovuti dimettere, come Celestino V. Perché papa Celestino aveva una bella idea, ma glie l’hanno fatta passare subito e l’hanno tolto di mezzo: o te ne vai o ti ammazziamo».
Oltretevere è scoppiato un nuovo Vatileaks: fuga di documenti riservati, episodi di corruzione, notizie false, come appunto il tumore di cui sarebbe affetto il papa. Cosa ne pensa?
«È la solita tecnica del potere: il potere sputtana. Il potere cerca di farti passare per scemo. Quando non ha a disposizione altri mezzi, il potere deve cercare di convincere la gente che dici delle cose giuste, che fanno impressione, ma che sono dette da uno che non è sano, da uno che è via di testa».
La Chiesa cambierà? L’istituzione ecclesiastica tornerà al Vangelo?
«Solo se nella Chiesa si creerà un movimento forte capace di imporre il Vangelo a tutti i furbacchioni. Perché questi personaggi che hanno l’abitazione all’ultimo piano che costa come una cattedrale, fin quando vivranno tranquillamente e avranno qualcuno che li sosterrà, non sarà mica vinta la battaglia, la battaglia va avanti».
Quindi papa Francesco deve essere sostenuto dalla base?
«Sì, perché se non sarà sostenuto si ritroverà come Celestino V».

L’idraulico Verdini e il voto a Renzi per interposta persona

“Affiliato” non è una bella parola, in italiano. Non è colpa del vocabolario, ma della storia: “affiliato” sa di società segrete, di club non proprio commendevoli, di patti oscuri. Dunque diciamo che Denis Verdini, che maneggia bene quasi tutto – finché non lo beccano – lascia un po’ a desiderare per quanto riguarda le scelte lessicali: “Non saremo una componente del Pd, ma qualcosa che si affilia”. E ancora: “Andremo per conto nostro ma affiliati”. Insomma, una sottomarca, un farmaco generico: vuole l’aspirina? Oh, no, l’aspirina no, mi dia una cosa uguale ma con un altro nome. Et voilà Verdini y los Verdinos. Spesso il linguaggio giornalistico è pigro e si ferma al primo canone, e quindi Verdini y los Verdinos diventano “stampella” di Renzi, del suo governo, delle sue riforme eccetera eccetera, una specie di pronto intervento, di squadra di emergenza che aspetta col motore acceso, e se qualcuno del pd dovesse fare i capricci e battere i piedi, ecco che arriverebbero loro – magari con le sirene e i lampeggianti – a risolvere la questione: è bello avere degli amici, pardon, degli affiliati.
Denis Verdini usa immagini più ficcanti e fantasiose: “Sono l’idraulico di Renzi”. Nel senso che se il rubinetto del Pd a sinistra perde un po’ (mugugni e grida), lui fa la valvola di sicurezza a destra: Perdite? Infiltrazioni? Fastidiosi sgocciolamenti? Niente paura c’è l’idraulico Verdini, pronto intervento servizio accurato, lavoro ben fatto. Sarebbe interessante sapere i prezzi, e se fa la fattura.
Se l’idraulico affiliato Pd parlasse solo della situazione parlamentare – quando non avete in numeri al Senato arrivo io – la cosa non sarebbe poi così strabiliante: un governo nato con una manovra di palazzo non si scandalizzerà certo per l’arrivo di una pattuglia che lo sostiene, e la sensazione è che se votassero le riforme potrebbero affiliarsi anche i venusiani, i seguaci di Pol Pot e i reduci della prima guerra mondiale. Ma Verdini va oltre, non parla solo di eletti, ma di elettori, con un ragionamento assai semplice: qualcuno avrà dei problemi a votare Renzi, perché è del Pd, allora voterà per noi, e noi porteremo a Renzi i suoi voti.
Un voto per procura, insomma, una cosa tipo: senti, fammi un favore siccome mi sta sulle palle il panettiere vai tu a comprarmi il pane. Verdini è convinto in questo modo – affiliandosi – di portare a casa trenta-quaranta parlamentari, quanto basterebbe per il pronto intervento idraulico nel caso il rubinetto a sinistra perdesse, pur in presenza di un premio di maggioranza mostruoso come quello previsto dall’Italicum.
Il discorso quindi si sposta: non il povero Verdini y los Verdinos, ma il povero elettore ignoto che vuole votare Renzi, ma anche non vuole, è incerto, dilaniato, non sa che fare, vacilla, tentenna, teme di finire per votare “i comunisti” (ahah) e allora sai che fa: vota Verdini e ci pensi lui. Non è solo una lezione sul cinismo della politica, ma un saggio sulla confusione mentale.
Anche perché non si capisce cosa possa frenare un elettore di destra nel dare il suo voto a Renzi. Una questione di principio? Un dogma religioso? Un tabù alimentare? Un voto alla Madonna? Sia come sia, l’idraulico affiliato Verdini vede laggiù, pronti ad andare alle urne, molti italiani che vogliono mangiare la torta renziana, che – essendo di destra – la ritengono buona e nutriente, ma non vogliono andare a comprarla al negozio. Mandano Denis, servizievole e disponibile. Affiliato. Sulla cerimonia di affiliazione, poi, sarebbe bello sapere: una cosa alla buona coi grembiulini e i compassi? O una di quelle cerimonie con patto di sangue e giuramento? Chi lo sa. Intanto vale quello che diceva Woody Allen: “Non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico alla domenica”. Uff, mica è difficile, basta “affiliarlo”.
Alessandro Robecchi - MicroMega

I soldi nascosti dei politici














Finanziamenti milionari anonimi. Intrecci con banchieri, costruttori e petrolieri. Società fantasma senza controlli. Da Renzi a Gasparri, da Alfano a Alemanno, da Quagliariello a D'Alema, ecco cosa c'è nei conti delle fondazioni.

di Paolo Biondani Lorenzo Bagnoli, da L'Espresso

Il senatore, i petrolieri e i re del mattone. Il ministro delle grandi opere e l'imprenditore-prestanome. Il premier di sinistra e le cooperative rosse. Il capo del governo e il suo pensatoio-cassaforte. L'onorevole sindaco e le società in odore di mafia...
Il mondo delle fondazioni è una terra di mezzo dove si incrociano i big della politica e i soldi delle aziende private. Il loro ruolo è sempre più importante: con la crisi o la scomparsa dei partiti storici, da almeno vent'anni il potere in Italia si concentra attorno a personalità forti. E i programmi non vengono più discussi dalla base degli elettori, ma in circoli ristretti (think-tank o pensatoi) che riuniscono politici, imprenditori, professionisti e cattedratici di area. Organizzati in fondazioni o associazioni che sono ormai diventate i bacini di reclutamento della classe di governo. "L'Espresso", che aveva dedicato un anno fa un'inchiesta di copertina al proliferare di questi enti di diritto privato, ora ha provato a misurare il livello di controllo della legge su questi nuovi centri di potere. Cosa viene comunicato dalle fondazioni alle autorità pubbliche? I rappresentanti dello Stato, almeno loro, possono conoscere i conti, i beneficiari delle spese e i nomi dei finanziatori?

Il codice prevede che gli enti di rilievo nazionale vengano registrati e vigilati dalle prefetture, mentre le regioni dovrebbero sorvegliare quelli che si dichiarano "locali". In entrambi i casi, il controllo risulta minimo. All'inizio di questa inchiesta "l'Espresso" ha scritto un'email ai prefetti di Milano, Torino, Bologna, Verona, Lecco, Roma e Napoli con un'istanza per consultare i registri di 17 fondazioni di primo piano. Il prefetto della capitale, Franco Gabrielli, l'ha accolta dopo appena due ore: «È un vostro diritto, gli atti sono pubblici». Tempestive anche le risposte da Torino e Bologna. Dalle altre prefetture, silenzio. Dopo nove giorni, "l'Espresso" ha mandato un sollecito evidenziando il via libera di Gabrielli. A quel punto hanno risposto tutti, scusandosi per non aver proprio visto la precedente email. I risultati dell'inchiesta sono sconcertanti. Visto che depositare i bilanci non è obbligatorio, poche mostrano i conti, comunque scarni e datati. E anche tra le più famose, nessuna comunica neppure allo Stato la lista completa dei finanziatori.

Il controllo di legalità può diventare una cosa seria solo quando si muovono le procure, se un'azienda finanziatrice viene incriminata e purché abbia annotato da qualche parte i versamenti alla politica. La vigilanza pubblica, insomma, funziona solo in situazioni patologiche, quando ormai il danno è fatto. Ma a quel punto le fondazioni spariscono.

LA NUOVA ITALIA DI ALEMANNO

Costituita l'11 marzo 2003, ai tempi d'oro della destra romana sembrava un ascensore per il potere: dei 13 soci promotori, tutti legati all'ex Msi o An, almeno nove hanno ottenuto incarichi dal ministero dell'agricoltura o dal comune capitolino. All'inizio Gianni Alemanno e sua moglie Isabella Rauti figurano solo nel listone dei 449 «aderenti» chiamati a versare «contributi in denaro». Dopo l'ex parlamentare Antonio Buonfiglio, l'ex sindaco diventa anche formalmente presidente, con la consorte consigliere.

I primi soci sborsano il capitale iniziale di 250 mila euro, ma nessun atto registrato in prefettura quantifica i singoli finanziamenti né quelli degli anni successivi. Neppure se a versarli sono aziende sostenitrici come Finasi spa, Immobil-Gi e altre. Tra gli iscritti compaiono tutti i fedelissimi poi indagati o arrestati, come Franco Panzironi, segretario e gestore, Riccardo Mancini, Fabrizio Testa, Franco Fiorito e altri. Lo stesso Alemanno è stato rinviato a giudizio per un'accusa collegata di corruzione: 125 mila euro versati alla sua fondazione dalle cooperative rosse di Salvatore Buzzi, il presunto complice del boss nero Massimo Carminati.

"L'Espresso" ha scoperto che oggi la Nuova Italia non esiste più: il 23 novembre scorso la prefettura di Roma ne ha decretato lo scioglimento. Nel triste «atto di estinzione» si legge che «la fondazione nell'ultimo anno non ha svolto alcuna attività», tanto che «le raccomandate inviate dalla prefettura alla sede legale e all'indirizzo del presidente sono tornate al mittente con la dicitura sconosciuto».

Gli atti documentano, in compenso, che un gruppo di ex sostenitori di Alemanno, mentre esplodeva Mafia Capitale, sono saliti sul carro della Lega. Il più in vista è Giacomo Ciriello, uno dei «promotori» della fondazione, che oggi è il capo di gabinetto di Roberto Maroni. Il governatore lombardo è imputato a Milano per presunti favori pubblici a due amiche raccomandate proprio tramite Ciriello.

IL MINISTRO E I SOLDI DEL MOSE

Il senatore ex missino Altero Matteoli, già ministro dell'Ambiente e delle Infrastrutture, ha creato la "Fondazione della libertà per il bene comune" il 22 dicembre 2009 a Roma. Tra gli undici fondatori che lo nominano «presidente a vita» spiccano politici di destra come Guglielmo Rositani (ex parlamentare e consigliere Rai), Eugenio Minasso, Marco Martinelli e Marcello De Angelis. A procurare i primi 120 mila euro, però, sono anche soci in teoria estranei alla politica, come l'ex consigliere dell'Anas Giovan Battista Papello (15 mila), il professor Roberto Serrentino (10 mila) e un imprenditore, Erasmo Cinque, che versa 20 mila euro come Matteoli. Cinque è il titolare della Socostramo, la società che ha incamerato oltre 48 milioni per la bonifica incompiuta di Porto Marghera, assegnata allo stesso consorzio del Mose di Venezia.

La fondazione, gestita dal tesoriere Papello, pubblica i bilanci: tra il 2010 e il 2011, in particolare, dichiara di aver incassato 374 mila euro dai «soci fondatori», altri 124 mila di «contributi liberali» e solo duemila dalle proprie attività (convegni e pubblicazioni). Gli atti della prefettura però non spiegano quali benefattori li abbiano versati e in che misura.

La stella di Matteoli si spegne a Venezia nel 2013, quando i manager del Mose confessano di aver comprato il ministro, che respinge ogni accusa, con 550 mila euro. E con un nuovo metodo di corruzione: Erasmo Cinque sarebbe stato addirittura il prestanome di Matteoli. La bufera giudiziaria non ha sfiorato gli altri fondatori. Ad esempio Giovanni Fiori, il professore di economia che nel 2009 versò 5 mila euro alla fondazione diventandone revisore, oggi vigila su un'istituzione: dal 2013 è sindaco, cioè controllore dei conti, della Banca d'Italia.

D'ALEMA, LE COOP E I FONDI BENEMERITI

La fondazione ItalianiEuropei viene creata a Roma il 9 novembre 1999 da un'associazione privata nata nel 1998. Il primo rappresentante è l'ex premier Giuliano Amato, gli altri tre fondatori sono tutti imprenditori: il costruttore romano Alfio Marchini, il presidente della Lega Cooperative, Ivano Barberini, e il finanziere esperto in derivati Leonello Clementi.

Il capitale iniziale è di un miliardo di lire (517 mila euro), quasi totalmente versati da aziende o uomini d'affari: 600 milioni di lire da varie associazioni di cooperative rosse, 50 ciascuno da multinazionali come Abb ed Ericsson, la Pirelli di Tronchetti Provera, l'industriale farmaceutico Claudio Cavazza, oltre che da Marchini (50) e Clementi (55). Tre politici sborsano quote simboliche, tra 500 e mille euro. Negli anni la fondazione associa decine di parlamentari, manager e professori che lanciano «molte proposte recepite nell'attività legislativa e di governo», come spiega, in un verbale del 2012, il suo presidente D'Alema, lamentando che con la crisi sono calate le donazioni.

ItalianiEuropei deposita regolari bilanci e ha autorizzato la prefettura di Roma a mostrarli. L'ultimo pubblicato è del 2013. Dopo le polemiche legate alla scoperta di contributi versati da aziende inquisite, D'Alema aveva risposto così alle richieste di trasparenza: «ItalianiEuropei è una fondazione riconosciuta, sottoposta al controllo delle prefetture. La lista dei finanziatori è per il 90 per cento pubblica. Per gli altri, il 10 per cento, esiste una legge sulla privacy: non posso pubblicare i nomi, o commetto un reato». Le percentuali però non sembrano il suo forte.

Gli atti depositati identificano solo i finanziatori iniziali del 1998. A quei 517 mila euro, però, se ne sono aggiunti altri 649 mila sborsati da «nuovi soci», non precisati. Nei bilanci inoltre compare una diversa categoria di «contributi alle attività» o «per l'esercizio»: 662 mila euro nel 2008, 365 mila nel 2009, 410 mila nel 2010, 314 mila nel 2011, 128 mila nel 2012, 33 mila nel 2013. In totale, solo in questi sei anni, i finanziamenti annuali ammontano a un milione e 912 mila euro. Negli atti inviati in prefettura non c'è il nome di nessuno di questi benefattori.

RENZI, IL PENSATOIO-CASSAFORTE

Open è il nome della fondazione che riunisce gli intimi del premier Matteo Renzi. Nel consiglio direttivo, in carica fino al 2017, siedono l'amico che ne è presidente Alberto Bianchi, ora consigliere dell'Enel, il sottosegretario Luca Lotti, il braccio destro Marco Carrai e il ministro Maria Elena Boschi. Direttore scientifico è il saggista Giuliano Da Empoli, che già annuncia un nuovo think-tank: «Si chiamerà Volta».

Gli studiosi citano la fondazione di Renzi come l'unico caso di trasparenza dei finanziamenti. Il sito di Open in effetti pubblica centinaia di nomi, con le cifre aggiornate al maggio 2015. Ma la fondazione «non pubblica i dati delle persone fisiche che non lo hanno autorizzato esplicitamente».

Il patrimonio iniziale di 20 mila euro, stanziato dagli amici fondatori, si è moltiplicato di 140 volte con i contributi successivi: in totale, 2 milioni e 803 mila euro. Sul sito compaiono solo tre sostenitori sopra quota centomila: il finanziere Davide Serra (175), il defunto imprenditore Guido Ghisolfi (125) e la British American Tobacco (100 mila). Molto inferiori le somme versate da politici come Lotti (9.600), Boschi (8.800) o il nuovo manager della Rai, Antonio Campo Dell'Orto (solo 250). Tirando le somme, i finanziamenti conosciuti ammontano a un milione e 849 mila euro.

La trasparenza però è solo apparente per i 45 mila euro versati da due società fiduciarie: schermi legali che coprono i veri interessati. E soprattutto restano misteriosi i donatori che si trincerano dietro il presunto diritto alla privacy. A conti fatti, si tratta di 934 mila e 514 euro: come dire che un terzo dei finanziatori di Renzi sono anonimi.

ALFANO, I TESORI DC E I BILANCI SEGRETI

È intitolata al più grande statista democristiano, ha come presidente onorario sua figlia Maria Romana, ma oggi fa capo al ministro Angelino Alfano. La storia della fondazione Alcide De Gasperi è uno specchio della vecchia Dc e della diaspora degli ex centristi. Viene creata nel 1982 da Flaminio Piccoli, Ciriaco De Mita e Vittorino Colombo, ma l'intero capitale, 400 milioni di lire dell'epoca, è versato dal partito, tramite l'allora tesoriere Filippo Micheli. Morta la Dc, il denaro resta ai successori. Per anni il dominus è Giulio Andreotti. Poi la fondazione, come molti ex dc, trasmigra nel centrodestra. Quando la presidenza passa da Franco Frattini ad Alfano, che rompe con Berlusconi, anche il tesoriere Lorenzo Malagola trasmigra in Ncd.

La fondazione è riconosciuta dallo Stato, ma il tesoretto della Dc è a tutt'oggi l'unico finanziamento conoscibile: l'ente ha infatti «espresso il suo dissenso» alla richiesta di vedere i bilanci. Per una fondazione presieduta dal ministro dell'Interno, la trasparenza non esiste.

Nell'attuale direttivo, accanto a politici di area, s'incrociano professionisti e imprenditori. Come Fouad Makhzoumi, l'uomo più ricco del Libano, titolare del colosso del gas Future Pipes Industries. Tra gli italiani, dopo l'addio del romano Panzironi, c'è Vito Bonsignore, l'ex politico che dopo una condanna per tangenti è diventato un ricco uomo d'affari. Un posto nella fondazione lo conservano anche il banchiere Giovanni Bazoli, il marchese Alvise Di Canossa, il manager Carlo Secchi, l'ex dc Giuseppe Zamberletti, l'ex presidente della Compagnia delle Opere Raffaello Vignali, l'avvocato Sergio Gemma e il professor Mauro Ronco. Ma tutti i contributi alla causa di Alfano sono top secret.

QUAGLIARIELLO, LIGRESTI E GARRONE

La fondazione Magna Carta viene costituita il 28 gennaio 2004 dal suo presidente, Gaetano Quagliariello, da un altro politico, Giuseppe Calderisi, e da un banchiere di Arezzo, Giuseppe Morbidelli, ora numero uno della Cassa di risparmio di Firenze. Gli altri fondatori sono tre società di capitali: l'assicurazione Sai-Fondiaria, impersonata da Fausto Rapisarda che rappresenta Jonella Ligresti; la Erg Petroli dei fratelli Garrone; e la cooperativa Nuova Editoriale di Enrico Luca Biagiotti, uomo d'affari di Campi Bisenzio legato a Denis Verdini.

La particolarità di questa fondazione è che il capitale iniziale di 300 mila euro è stato interamente «versato dalle tre società in quote uguali». I politici non ci hanno messo un soldo, ma la dirigono insieme ai finanziatori: Paolo Ligresti, Edoardo Garrone e Biagiotti. Il primo atto è la nomina del senatore Marcello Pera a «presidente onorario».

La sede è in un prestigioso palazzo di Roma, in piazza san Lorenzo in Lucina. Nel 2013, con la bancarotta dell'ex re del mattone, i Ligresti escono dal consiglio, dove intanto è entrata Gina Nieri, manager di Mediaset. L'ultimo verbale (giugno 2015) riconferma l'attrazione di Magna Carta verso le assicurazioni, con il manager Fabio Cerchiai, e il petrolio, con Garrone e il nuovo consigliere Gianmarco Moratti.

La fondazione di Quagliariello pubblica i bilanci, ma non rivela chi l'ha finanziata dopo la nascita. Negli ultimi rendiconti si legge solo che, tra il 2012 e il 2013, Magna Carta ha incassato 575 mila euro da «fondatori e aderenti», 154 mila da «altre erogazioni liberali», 274 mila da «contributi su progetti» e 110 mila da «contratti con enti pubblici». Per un totale, in soli due anni, di oltre un milione di fondi anonimi.

GASPARRI, LA RUSSA E IL VATICANO

La fondazione Italia Protagonista nasce a Roma, il 2 agosto 2010, per volontà di due leader della destra: Maurizio Gasparri, presidente, e Ignazio La Russa, vicepresidente. Tra i fondatori, che versano 7 mila euro ciascuno, c'è un ristretto gruppo di politici e collaboratori, ma anche un manager, Antonio Giordano. Che all'epoca era socio con il 17 per cento della finanziaria Quintogest insieme alla moglie di La Russa (34) e alla Sai-Fondiaria di Salvatore Ligresti (49). Dopo la fine di An, però, La Russa e i suoi uomini escono dalla fondazione, che resta un feudo dell'ex ministro Gasparri.

La sede è in piazza Borghese, la finalità dichiarata è difendere «i valori delle civiltà europee e dell'Occidente cristiano». Non è un proclama generico: come direttore della fondazione compare un missionario della confraternita che s'ispira al beato La Salle, Amilcare Boccuccia, e come vice un suo confratello spagnolo. Tra i soci di Italia Protagonista viene ammesso anche Alvaro Rodriguez Echeverria, esperto e uditore del sinodo 2012 in Vaticano, nonché fratello dell'ex presidente del Costarica.

La fondazione di Gasparri ha autorizzato la prefettura a pubblicare i bilanci. L'ultimo rendiconto riguarda il 2013, quando il capitale, dai 100 mila euro iniziali, è ormai salito a 231 mila. Le donazioni di quell'anno, 56 mila euro, non sono bastate a coprire le spese, con perdite finali per 63 mila, però in banca ci sono 156 mila euro di liquidità. Ma sui nomi dei benefattori, zero informazioni.

LE ASSOCIAZIONI FUORI CONTROLLO

Per molte fondazioni anche i perfetti si sono rivelati senza poteri.In primis c'è una categoria di enti sottratti al controllo statale perché registrati nelle regioni. Al senatore Roberto Formigoni, ad esempio, fa capo una fondazione che si chiama "Europa civiltà", ma si dichiara soltanto lombarda. Per cui è vigilata solo da funzionari locali, che fino a ieri dipendevano dall'ex governatore.

Ma il problema più grave è che molte fondazioni non risultano registrate né dalle prefetture né dalle regioni competenti (in base alla sede dichiarata). Farsi riconoscere e controllare non è obbligatorio. Quindi, tra le fondazioni collegate a politici nazionali, almeno 17 hanno veste di «associazioni non riconosciute», come le bocciofile o i circoli di quartiere. Un barista, un panettiere, qualsiasi lavoratore con la partita Iva ha obblighi e controlli molto più severi.

La Free Foundation dell'ex ministro Renato Brunetta, ad esempio, precisa di essere «una libera associazione senza scopo di lucro». Nel sito pubblica una partita Iva, come se fosse la sua. In realtà appartiene a una certa Full Contract srl, che ha sede allo stesso indirizzo della fondazione, in piazzale Clodio a Roma, ma è una società commerciale, nata per farsi pagare «consulenze aziendali». Il titolare, Canio Zampaglione, è un fiscalista di fiducia di Brunetta.
I-think, il laboratorio di idee dell'ex sindaco di Roma Ignazio Marino, non riporta nel suo sito alcun dato legale, nemmeno lo statuto o l'indirizzo della sede.

Perfino Italiadecide, l'istituzione trasversale di Luciano Violante, che è riuscita a riunire personalità come Carlo Azeglio Ciampi, Mauro Moretti, Gianni Letta e Giulio Tremonti, si classifica nello statuto come «associazione non profit». E così, niente registrazione né controlli. Allo stesso modo, dal Veneto alla Campania, le autorità pubbliche nulla possono e nulla sanno di decine di comitati-salvadanai di sindaci, assessori, governatori, parlamentari e ministri. Benvenuti in Italia, la nazione che è uscita da Tangentopoli inventandosi le casseforti anonime della politica.