lunedì 8 febbraio 2016

Fermate Grillo, di grazia! Consapevoli che il tempo delle gag è finito

Quando si era sparsa la notizia che Beppe Grillo, stufo di un decennio consacrato alla militanza, aveva deciso di tornare a calcare i palcoscenici da comico, un intelligente amico Cinquestelle mi aveva detto sottovoce: “che bella notizia!”. Nella consapevolezza che l’unico soggetto politico alternativo a Renzi e al partito della Nazione, oggi in campo, non può giocare la propria partita liberamente fino a quando non conquista la necessaria autonomia; una volta pagati i debiti politici e affettivi maturati nei confronti dei padri fondatori. Ovvero liberarsi dai condizionamenti di chi controlla – attraverso la proprietà del marchio, i canali di costruzione del pensiero collettivo e non solo – i meccanismi che determinano il pensiero pensabile. Con i rischi di conformistizzazione più volte rilevati; il controllo costante del vertice – e non di rado secondo criteri arbitrari – sulle espressioni collettive.
Finalmente sembrava che il lungo patriarcato fosse giunto al termine e la seconda generazione del Movimento potesse iniziare a muoversi con le proprie gambe. Poi c’è stata ieri l’inattesa irruzione del guru, sovvertendo le posizioni acquisite su un punto qualificante e sensibile quale lo stepchild (la possibilità di adottare il figlio del partner di uguale sesso). Scelta di civiltà, che si faceva forte del consenso altamente maggioritario degli iscritti e, sino a quel momento, ribadita dal gruppo parlamentare con un’affermazione perentoria: “non votiamo la legge Cirinnà se solo viene toccata  una virgola”. Il “liberi tutti” parlamentare di Grillo dice alcune cose su cui i quadri del Movimento dovrebbero riflettere, per poi invitare il padre padrone a prendersi una pausa di riflessione (e mollare la presa):
1. L’appello alla “libertà di coscienza”, nel suo gergo paleo-democristiano, è – in effetti – un tacito accantonamento di ogni disciplina di gruppo che rende ulteriormente esposti i parlamentari 5S alle manovre e alle pressioni (dei Bagnasco con o senza gonna) per far fallire nella sua interezza una legge da Paese evoluto. Difatti Angelino Alfano è immediatamente ringalluzzito, intravedendo spazi di manovra prima preclusi;
2. L’avversione implicita nei confronti dello stepchild rivela sia il calcolo – pura politica politicante – di catturare un elettorato bigotto e reazionario, in base ai confusi criteri di marketing elettorale omnibus, già lasciati trapelare altre volte (ad esempio sulla cittadinanza ai nati extracomunitari), quanto la vera cultura politica di Grillo; il quale – dietro il giochino “non esiste distinzione tra destra e sinistra” – conserva il bagaglio culturale da bar sport (machista, omofobo, xenofobo) e piccolo borghese (anti-operaio). Un mix retrò, che ai fedeli più fanatizzati sembra il massimo del post-moderno;
3. Giustificando con la propria marcia indietro quella di Renzi, si dà – inconsciamente? – una bella accelerata alla fondazione del Partito della Nazione, accreditando con la ritirata dei Cinquestelle l’idea che la governabilità non può fare a meno dei Verdini (e dei Cuffaro). Fermo restando che questo non sia un effetto voluto, anche se parrebbe che i Fondatori non vogliano vincere né a Roma e né a Milano. Magari giustificandosi con la barzelletta alla De Coubertin per cui “non conta vincere ma partecipare”: la palese smentita delle promesse fatta agli elettori chiedendo loro il voto;
4. La svalutazione di principi e valori, ridotti a formalismi presunti salvifici (tipo quello secondo cui il meglio piazzato a vincere a Roma non deve candidarsi per statuizioni astratte) di un catechismo annichilente, che si presume il massimo della nuova politica ed è solo la rivisitazione della regola gesuitica; secondo cui i seguaci di Ignazio de Loyola dovevano rinunciare a pensare per un’obbedienzaperinde ac cadaver. Quando la politica è adattabilità al contesto coniugata con l’intransigenza sui fini ultimi. Non il Talmud.
    Ripeto, mentre Renzi perde credibilità e mantiene la presa elettorale solo per carenza di alternative, occorrerebbe che l’unica opposizione si liberasse delle zavorre sviluppando appieno buona politica per l’alternativa al regime (a partire dal dialogo e dalla partnership con pezzi di società, anch’essi contrari al regime ma non disponibili a diluirsi nel Movimento). Consapevole che il tempo delle gag è finito.
    fonte: Micro Mega

    L’assassinio di Regeni e l’ipocrisia di Renzi



    di Paolo Flores d'Arcais

    La parola “orgoglio” associata a “Italia” è stata sproloquiata da Matteo Renzi in tutte le occasioni possibili e inimmaginabili: dall’Expò di Milano all’inaugurazione dello Skyway sul Monte Bianco, dalla vittoria di Paltrinieri nei 1500 stile libero nei mondiali di nuoto (“strepitoso Gregorio, orgoglio Italia” è il twitter palazzochigiesco) al premio Oscar di Sorrentino, dal “decreto banche” al volo in Perù, dal Golden Globe per Morricone agli Us Open tennistici di Pennetta e Vinci, dalla festa dell’Unità di Milano al Job act agli impianti elettrici in Cile alle dighe in Etiopia e a qualsivoglia opera di imprenditori italiani all’estero …

    Se di tutto questo orgoglio nazionale sventagliato e twitterato da Renzi urbi et orbi e coram populo come cosa propria c’è una sola oncia che non sia chiacchiera propagandistica per gonzi e giornalisti a bacio di pantofola, la cartina di tornasole sarà (è, ormai da giorni) l’orrenda fine di Giulio Regeni, torturato per giorni in modo efferato nell’Egitto di Al-Sisi e ucciso spezzandogli l’osso del collo.

    Vogliamo anzi esigiamo la verità, tutta la verità, e altro bla bla bla è stata la giaculatoria che sotto la regia di Renzi le autorità italiane stanno biascicando da giorni. Ma quella verità, al netto di qualche dettaglio (i nomi degli esecutori) è lapalissiana, la scrive il Corriere della Sera, la scrive la Stampa, la scrive la Repubblica, la sanno anche i bambini e la capiscono i sassi, gli scherani di Al Sisi in forma di polizia politica del regime dittatoriale egiziano sono gli autori dei mostruosi giorni di tortura lenta e inenarrabile per strappare al collaboratore del Manifesto i nomi dei suoi contatti nei sindacati indipendenti invisi ai militari al potere.

    Ora, un governo che possieda orgoglio nazionale, dopo aver mandato i suoi inquirenti in Egitto, al primo depistaggio di Al Sisi richiama l’ambasciatore, al secondo rompe le relazioni diplomatiche, altrimenti vuol dire che per orgoglio intende chinare il capo al giogo della presa per il culo, giogo che non può essere tollerato come gioco. E il primo di depistaggio c’è già stato, con la pantomima oscena dell’arresto di due criminali comuni (seguirà confessione) dopo aver inizialmente parlato di incidente d’auto, il secondo è in pieno corso col muro di gomma ormai in atto.

    Del resto Renzi il reato di tortura si è ben guardato dall’introdurlo nell’ordinamento italiano. Non gli faremo il torto di ricordare l’adagio “cane non morde cane” perché sappiamo che i morti per tortura di polizia in Egitto si contano a centinaia e forse migliaia, in Italia sulle dita di una mano.

    Dirà qualcuno: ma a rompere le relazioni diplomatiche si rovinano gli affari (opulenti, com’è noto: 30 mila pistole Beretta alle polizie di Al Sisi, tanto per cominciare). Allora si smetta di parlare di orgoglio nazionale, e meno che mai di diritti umani, e la politica renziana dichiari papale papale i suoi principi non negoziabili: in nome del profitto tutto è lecito a chiunque, e chi si mette in mezzo pace all’anima sua, se l’è cercata.

    da MicroMega