giovedì 11 febbraio 2016

Unioni civili e libertà di coscienza. La partita a scacchi di Beppe Grillo. La libertà di coscienza non è mai una posizione sbagliata

È difficile restare indifferenti di fronte al post di Beppe Grillo. Sembrava tutto deciso e avviato sui binari - giusti - del sì al ddl Cirinnà sulle unioni civili. Poi il post, e lo sfogo degli elettori sul web: “suicidio”, “democristiani”, “vi siete venduti al Vaticano”. Si tratta davvero di un tradimento? No. Non c’è passaggio dal “sì” al “no” alla Cirinnà. Si lascia libertà di coscienza. La libertà – di pensiero, di parola, di coscienza – non è mai una posizione sbagliata.
Poi, certo, ci sono le considerazioni politiche. Se Alfano gioisce (“Ora può saltare la legge”), Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno sbagliato, dicono in molti. Può darsi. E se fosse invece una mossa azzeccata? Recuperare il malcontento e i voti moderati che guardano ai 5Stelle non è questione secondaria se si ha lo sguardo lungo e si pensa al governo – obiettivo realistico – del Paese.
Su questo punto crollano i sofismi degli avversari di Grillo, e le sottigliezze degli amici del Movimento (penso ad Andrea Scanzi: “perché su alcune scelte il Movimento contempla la votazione online e in altri casi no?”). Osservazione giusta nel merito. E tuttavia dividere gli elettori su questioni di coscienza – mentre le contraddizioni esplodono nel campo renziano – significa fare un regalo al premier. È una scelta “oggettivamente democristiana”, si dice. Che vuol dire?
La Democrazia Cristiana non era un blocco compatto. E poi: è democristiano il clientelismo e una certa propensione al “do ut des”. Vero. Ma al netto degli aspetti negativi, che appartengono alla storia, gli interpreti migliori della Dc – da De Gasperi a Moro – hanno guardato Oltretevere (e agli elettori moderati), con forte senso della realtà. E della Storia. Ne sapeva qualcosa Montanelli che si turava il naso, è vero, ma votava Democrazia Cristiana.
Il realismo politico di Grillo nel post del 6 febbraio (“In seguito alle tante richieste… su questo tema etico si lascia libertà di coscienza…”) è democristiano nel senso più alto del termine. C’è da augurarsi che non sia un fatto tattico, ma strategico, un confrontare – continuo – i progetti politici (i programmi e gli ideali) coi numeri, le cifre, e i voti necessari per realizzali.
Insomma. Molti sono preoccupati e la loro posizione è nobile: “il rischio è quello di affossare un ddl sacrosanto” – dicono – “e tagliarsi gli zebedei per far dispetto alla moglie.” Giusto. C’è tuttavia la preoccupazione politica (e per niente trascurabile) di perdere – irrigidendosi sulla Cirinnà – gli elettori moderati, fondamentali per conquistare Palazzo Chigi e dare una vera svolta al Paese. Il conflitto è tra i principi (i diritti civili) e il realismo politico che invita alla prudenza, all’accortezza, a non diventare strumento di giochi altrui. La politica è una partita a scacchi complessa. Bisogna perdere qualche pezzo (cedere su qualcosa) per dare scacco matto al re. Il sovrano sta giocando su troppi forni. Adesso ne ha perso uno. E’ più debole. Il Movimento è uscito dalla posizione scomoda di stampella del renzismo. Leggo che il post di Grillo “ha indebolito il Direttorio” (la Repubblica, 7 febbraio). Non è così. Grillo non ha detto “no” al disegno di legge Cirinnà. Ha sparigliato le carte. E posizionato il Movimento al centro del gioco, con le mani libere, in attesa delle mosse finali: elezioni amministrative e politiche, dove – sondaggi alla mano – è pronto a sfidare il Partito democratico nel ballottaggio. Nel merito del ddl i parlamentari sono liberi e faranno la scelta giusta.
La libertà di coscienza non è mai una posizione sbagliata. Ricordo che Mussolini, nel Congresso di Reggio Emilia, ne teorizzò la soppressione in nome della rigida disciplina di partito: “I deputati debbono ubbidire alla Direzione… l’autonomia del gruppo è altamente pericolosa.” Sappiamo come andò a finire. No, la libertà di coscienza non è uno sbaglio. Nel caso specifico non è nemmeno una posizionepolitica errata.
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La prova provata della scarsa attitudine al pensiero logico nel nostro paese

Tutto questo bailamme sulle adozioni per le coppie omosessuali (e non adozioni gay, perché le adozioni non non hanno un orientamento sessuale) è la prova provata della scarsa attitudine al pensiero logico nel nostro paese. Dunque l'adozione del figliastro NON è l'adozione in generale, ma un particolare istituto che garantisce a un bambino che è cresciuto con qualcuno di non vedere scomparire quel qualcuno dalla sua vita. Dire sì all'adozione del figliastro NON vuol dire automaticamente dire sì alle adozioni tout court.
Però c'è chi sostiene: se noi consentiamo al compagno del genitore biologico di adottare il figlio di quest'ultimo sosteniamo indirettamente la gravidanza surrogata, perché – sapendo che poi il genitore non biologico potrà adottarlo – molte più coppie gay saranno indotte a ricorrere alla surrogata. Insomma, il divieto dell'adozione del figliastro come deterrente alla gravidanza surrogata. Ossia: il diniego di diritti a bambini già esistenti per evitare che ne nascano altri con un metodo che non si ritiene accettabile. Una logica che viene semplicemente smentita dai fatti: già oggi che l'adozione del figliastro NON è consentita sono comunque diversi, piaccia o non piaccia, i bambini nati con la surrogata. Quali sono questi studi che dimostrerebbe che se si approvasse l'adozione del figliastro questi numeri aumenterebbero?
Ma il paradosso dei paradossi è che logica vorrebbe, invece, che proprio chi teme una escalation del ricorso alla surrogata dovrebbe sostenere con forza le adozioni tout court: il vero deterrente al ricorso alla surrogata sarebbe, infatti, proprio quello di consentire alle coppie gay di adottare un bambino. Esattamente come gli antiabortisti dovrebbero essere i primi a fare campagne sulla contraccezione che, come sanno anche i sassi, è l'unica vera ed efficace prevenzione dell'aborto. Questo se si vuole essere pragmatici e si hanno a cuore le vite concrete delle persone, e dei bambini. Ma pare non sia questo il caso.
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