martedì 29 marzo 2016

Se si dovessero spiegare gli eventi solo con la categoria del "a chi giova" le stragi terroriste di questi due anni avrebbero un solo beneficiario: l'europeismo guerrafondaio

Samuel Johnson alla fine del 1700 affermò: Il patriottismo è l'ultimo rifugio dei mascalzoni. Oggi penso che il peggiore e più pericoloso dei nazionalismi sia il patriottismo europeista. Ne stanno spargendo a piene mani tutti i governi e le élites del potere europeo dopo la strage di Bruxelles. Dopo anni nei quali l'Europa era apparsa solo come il vincolo feroce che faceva sprofondare nella fame la Grecia, dopo le miserie e le infamie sui migranti, dopo i colpi a tutti i diritti sociali e alle costituzioni democratiche sferrati nel nome dell'Euro, quasi non pare vero che si possa di nuovo proclamare la santità dell'Europa.
Le stragi terroriste sono contro l'Unione Europea, proclamano i governanti. La nostra civiltà è minacciata aggiungono tutti i componenti del coro. Guai a votare contro l'Europa minaccia un ministro britannico.
La malafede di tutte queste affermazioni è però mostrata da tutte le proposte che seguono subito dietro ai proclami. Ci vuole una polizia europea, ci vogliono carceri europee, ci vuole un esercito europeo, ci vuole una guerra europea. L'escalation delle proposte europeiste va in una sola direzione, quella del ferro e del fuoco. Non c'è un solo accento autocritico verso tutte le guerre terroristiche che l'Europa ha scatenato nel mondo. Non c'è una sola richiesta di maggiore democrazia e giustizia sociale. Anzi l'europeismo guerrafondaio spiega ai popoli del continente che per avere sicurezza a qualche diritto bisognerà pure rinunciare, qualche altro intervento militare lo si dovrà pure fare. L'europeismo vuole bruciare le tappe per diventare come gli  Stati Uniti, ma di quel paese pare invidiare soprattutto Guantanamo e i droni. E naturalmente le multinazionali.
Se si dovessero spiegare gli eventi solo con la categoria del "a chi giova" le stragi terroriste di questi due anni avrebbero un solo beneficiario: l'europeismo guerrafondaio. Ma anche se non si volesse leggere lo stragismo europeo con le stesse lenti con cui alla fine abbiamo visto quello italiano. Se anche si considerassero irripetibili su scala europea quei legami tra terroristi fascisti, servizi segreti, poteri occulti che hanno tracciato la via delle stragi italiane, da piazza Fontana alla stazione di Bologna. Se anche davvero non ci fossero mai stati rapporti tra il terrorismo jihadista, L'Isis e le potenze occidentali ed europee, in ogni caso la reazione europeista alle stragi è un aggravamento del male.
Le nazioni si forgiano nel sangue, dicevano i nazionalisti dell'800. È certo che questo superstato europeo privo di qualsiasi vera democrazia finora non ha certo scaldato i cuori dei suoi sudditi. Ora le stragi potrebbero cambiare il quadro e finalmente si potrà chiedere di amare la Troika.
Non so se ci sia un disegno occulto e se tutte le affermazioni siano in malafede, ma so che il terrorismo jihadista sta stabilizzando la peggiore Europa, quella che sta distruggendo la sua democrazia e il suo stato sociale.
Il nazionalismo del passato ha trascinato l'Europa nella catastrofe, ora l'europeismo ripropone la stessa avventura. Non si esce dalla spirale guerra terrorismo senza una rottura, e questa rottura va fatta proprio contro il sistema di potere europeo, che è al centro di quella spirale.
Giorgio Cremaschi
MicroMega

Ripensare l'economia: se la crisi finanziaria diventa crisi d'identità

di Alberto Battaglia
A distanza di anni dalla peggiore crisi dal 1929 non è ancora chiaro se le massicce contromisure messe in atto per risollevare l'economia globale abbiano centrato l'obiettivo o siano solo servite a prendere tempo. “La politica monetaria da sola non riesce a promuovere una crescita bilanciata”, si legge nella dichiarazione finale del G20 di Shanghai, teatro nel quale lo scorso febbraio le grandi potenze si sono riunite per coordinare le proprie mosse di politica economica a fronte del rallentamento dell'economia. Lo sforzo collettivo dovrebbe promuovere “l’uso flessibile della politica fiscale per rafforzare la crescita, l’occupazione e la fiducia”. A prima vista sembrano le consuete dichiarazioni d'intenti, ma le tonalità, rispetto al passato, stanno cambiando in modo sostanziale. 

Lo sviluppo degli ultimi anni, infatti, è stato segnato da una serie ritornelli che non sono mai usciti dall'attualità del dibattito pubblico: quantitative easing, riforme, austerità. Ad essi si è aggiunto, in tempi più recenti, un altro termine che appariva ormai desueto: deflazione. Otto anni dopo l'inizio della Grande Recessione si discute ancora sul come rivitalizzare un'economia che, forse, non è mai veramente ripartita, soprattutto in Europa. Che la scienza economica abbia mostrato qualche limite nell'indicare la corretta via d'uscita lo ha riconosciuto anche uno dei più noti studiosi del modello teorico dominante, quello mainstream. 

«Sarebbe stato intellettualmente irresponsabile e politicamente poco saggio, pretendere che la crisi non cambiasse le nostre visioni riguardo al modo in cui funziona l'economia», scriveva lo scorso agosto Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo monetario internazionale, nonché autore del più diffuso manuale di macroeconomia, «Perciò, ripensare, o espandere i limiti dell'economia non è stata una scelta, ma una necessità». Ad interrogarsi sull'efficacia dei modelli economici comunemente insegnati oggi non è solo il più studiato fra i suoi fautori: anche moltissimi studenti, da alcuni anni, si stanno organizzando per riformare l'insegnamento di questa materia. Rethinking economics è un elemento importante di questa virata culturale, figlia della generazione cresciuta al suono dei leitmotiv del 2008. Dopo la prima favilla baluginata nel Regno Unito, il network studentesco si è diffuso nelle università di numerosi paesi del mondo, con un obiettivo primario: restaurare il pluralismo nell'insegnamento dell'economia. 

«Il genere di pluralismo che promuove Rethinking economics è triplice: teorico, metodologico e interdisciplinare. Il fine ultimo è quello di modificare i curriculum universitari; in qualche caso è già avvenuto, anche se non in Italia», dice Nicolò Fraccaroli, cofondatore del gruppo italiano di Rethinking economics. Nicolò non è nuovo agli interessamenti da parte dei media: già due anni fa, quando il network era ai nastri di partenza nel nostro Paese, era stato raggiunto dal Financial Times. Un tempo data per scontata, la dialettica fra diverse scuole del pensiero economico si è ormai diradata, se non completamente dissolta, in favore dell'approccio mainstream. Fraccaroli tiene a precisarlo: reintrodurre tale dialettica non significa altro che ripristinare una dignità paritaria ad altre scuole, come quella austriaca, post-keynesiana, behaviorista, o marxista. La realtà attuale, al contrario, vede il percorso universitario dello studente di economia spesso carente di stimoli storici, anche negli esami opzionali. 

Il bisogno d'interpretare la realtà al di fuori dal modello mainstream, però, non è solo culturale: per gli studenti di Rethinking economics la sete di pluralismo è cresciuta assieme all'insoddisfazione nel vedere insufficiente corrispondenza fra i teoremi dei libri di testo e gli accadimenti di questi anni. «Un punto che spinge gli studenti a criticare il mainstream proviene dalla storia: nell'immediato, la crisi del '29 venne affrontata nello stesso modo della crisi del 2008», afferma Enrico Turco, coordinatore di Rethinking economics dell'università Cattolica di Milano, «allora gli economisti erano convinti che attraverso la riduzione dei tassi d'interesse e dei salari gli investimenti sarebbero ripartiti. Ma ciò non si è verificato». Pochi giorni dopo il nostro colloquio, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, allargava ulteriormente il piano di politica monetaria espansiva e il taglio dei tassi, nel tentativo di scongiurare il rischio-deflazione nell'Eurozona con la stessa arma che inizialmente è servita a far rientrare gli spread dei debiti sovrani. «C'è un punto fallace nella chiave di lettura di ora e di allora», prosegue Enrico, «è il legame fra tasso d'interesse e investimenti». Per gli economisti mainstream rendere meno caro il credito è un incentivo in sé sufficiente per la ripresa della domanda di denaro per gli investimenti. Ma, ricorda Enrico, in tempi di crisi le aspettative di profitti futuri da parte delle imprese diminuiscono indipendentemente, o quasi, dal costo del denaro; col risultato che l'economia stenta a ripartire anche coi tassi d'interesse sottozero. Questa, del resto, era la tesi che John Maynard Keynes, uno degli economisti di sicuro più apprezzati nell'ambiente di Rethinking, propugnava durante la Grande Depressione. 

Non è un caso che l'Economist, per descrivere l'attuale situazione d'incertezza internazionale, che ha pesantemente colpito le borse quest'anno, abbia parlato di banche centrali “a corto di munizioni”: nonostante gli sforzi «le riprese sono ancora deboli e l'inflazione è bassa». Per questo, una delle proposte risolutive citate dal newspaper britannico ribalta il corrente modello di svalutazione salariale: ovvero l'idea di «generare aumenti delle retribuzioni su tutta la linea, magari usando incentivi fiscali, per indurre la spirale salari-prezzi che negli anni Settanta i policy makers cercavano di evitare». Se si andasse davvero in questa direzione il cambio di modello economico sarebbe radicale. Per comprenderlo è sufficiente una breve digressione. 

La teoria mainstream, spiega il professor Enrico Bellino, ordinario di economia politica presso l'università Cattolica, applica a quello del lavoro lo stesso criterio valido in altri mercati: se il prezzo è quello di equilibrio, la domanda incontra sempre l'offerta; il salario, in questa prospettiva, è «il prezzo che rende compatibili la domanda e l'offerta di lavoro». Più il lavoro è flessibile, più è facile che la disoccupazione diminuisca attraverso un aggiustamento verso il basso dei salari. I continui richiami alla flessibilizzazione del lavoro, segue tacitamente questo modello. Un approccio che non soddisfa il professore, che si definisce di scuola ricardiana e post-keynesiana. «Il pezzo teorico che l'impostazione neoclassica non riesce a vedere», argomenta Bellino, «è che il salario nel breve periodo può essere, sì, visto come il compenso del lavoro, ma è al tempo stesso il reddito dal quale le famiglie traggono il potere d'acquisto per esprimere la domanda dei beni». Quella stessa domanda che, ultimamente, è diventata una delle priorità nell'agenda suggerita dal Fmi in vista del summit delle principali economie industrializzate a Shanghai. Se dall'ultimo G20 qualcosa di nuovo è emerso, infatti, ciò è proprio la ritrovata enfasi sulle “misure dal lato della domanda”, messe da tempo fra parentesi tanto dalla politica e quanto dalla teoria economica dominante. 

Il fermento di Rethinking economics è sicuramente il prodotto di una gioventù che non si accontenta, pur con diverse sfumature interne, di un pensiero eccessivamente unilaterale. Un'esigenza sentita anche in realtà come quella dell'università Bocconi, dalla quale sono uscite le menti più fulgide del pensiero economico ortodosso, come Alberto Alesina o lo stesso Mario Monti che, nel 2011, ha portato la “tecnica” alla guida del Paese. Lo scorso 8 marzo, infatti, Rethinking Bocconi ha dato vita al suo primo incontro aperto agli studenti. A essere discussa è stata la forte matematizzazione della materia, che ha penalizzato l'apertura verso una mentalità critica. «L'economia è da sempre plurale al suo interno e così andrebbe presentata», chiosa con fermezza Enrico Turco, «perché, come diceva Joan Robinson, si studia economia proprio per non farsi fregare dagli economisti».
MicroMega

Fisco: 730 precompilato con 14,5 mld di sconti sulla sanità

La dichiarazione dei redditi precompilata avrà quest'anno una "dote" di 14,5 miliardi di sconti relativi alle spese sanitarie. L'operazione, che quest'anno si estende dal 730 precompilato anche ad una platea di 10 milioni di contribuenti con il modello Unico, si è arricchita di quasi 700 milioni di dati in più: 520 milioni per le spese sanitarie, circa 173 milioni per gli altri oneri. Tra le novità anche l'indicazione delle spese universitarie, funebri e i dati della previdenza complementare.

   L'Agenzia delle Entrate metterà a disposizione la dichiarazione dei redditi precompilata 2016 per circa 30 milioni di contribuenti a partire dal 15 aprile.
    Dietro le quinte, comunque, l'operazione è già avviata e il fisco ha già ricevuto i dati relativi a premi assicurativi, interessi passivi sui mutui, contributi previdenziali, spese mediche, rimborsi delle spese sanitarie, certificazioni uniche, previdenza complementare, spese funebri e spese universitarie. La novità più importante riguarda appunto le spese sanitarie: si tratta di 520 milioni di informazioni che saranno inseriti nella ''precompilata'': 400 milioni - spiega l'Agenzia delle Entrate - sono state recuperate direttamente dal Sistema Sanitario Nazionale, per un valore di 1,5 miliardi di euro, mentre i 120 milioni di documenti rimanenti sono stati attinti dall'Agenzia direttamente dal sistema Tessera Sanitaria e valgono 13 miliardi di euro. In totale sono 14,5 miliardi di spese da indicare nello spazio per le detrazioni. Il fisco, in pratica, scatta così un'istantanea delle spese mediche di 50 milioni di cittadini, ''un dato significativo - spiega l'agenzia delle Entrate - da cui restano escluse le sole spese sanitarie per i farmaci da banco, privi della prescrizione medica". Dall'estensione della ''precompilata'' anche ai contribuenti Unico all'arrivo di Spid, il nuovo pin unico della P.A, la dichiarazione porta con se quest'anno anche altre novità. Eccole:
   Non solo 730, c'è anche Unico: Quest'anno l'operazione precompilata 2016 interesserà una platea potenziale di 20 milioni di pensionati, lavoratori dipendenti e assimilati, cui si aggiungono 10 milioni di contribuenti che compilano il modello Unico. Un applicativo guiderà il contribuente fin dal primo accesso al sistema orientandolo, attraverso alcune domande e risposte, sul modello che maggiormente risponde al suo profilo.
 
   Arriva Spid: Per accedere al modello occorre utilizzare le credenziali rilasciate per i servizi telematici dell'Agenzia compreso il codice Pin. Le credenziali possono essere richieste sul sitowww.agenziaentrate.gov.it, presso gli uffici territoriali delle Entrate o mediante l'App dell'Agenzia. A queste possibilità vanno aggiunti anche: un percorso semplificato per i possessori di Smart Card / Cns, la possibilità di accedere tramite il Pin Inps (dal sito dell'Istituto) e l'arrivo di Spid, il nuovo sistema pubblico di Identità digitale che permette ai cittadini di accedere con credenziali uniche a tutti i servizi online delle pubbliche amministrazioni e delle imprese aderenti.
   L'Agenzia delle Entrate è tra le prime amministrazioni che hanno scelto di aderire. Infine i dipendenti delle pubbliche amministrazioni che hanno aderito al sistema NoiPA possono accedere con le credenziali dispositive tramite il portale NoiPA. In alternativa a questa griglia di opzioni predisposte per accedere direttamente è comunque sempre possibile delegare il proprio sostituto di imposta disponibile ad effettuare l'assistenza fiscale, un Caf o un professionista abilitato.
   Precompilata disponibile da metà aprile: A partire dal 15 aprile saranno online i due modelli in versione precompilata. Il lavoratore dipendente o il pensionato può accettare il modello 730 così com'è oppure può agevolmente modificarlo o integrarlo e trasmetterlo al Fisco, dal 2 maggio al 7 luglio, direttamente dal proprio PC o delegando il sostituto d'imposta che presta assistenza fiscale, un Caf o un professionista. Se il 730 precompilato viene accettato direttamente così com'è o modificato tramite un Caf o un professionista abilitato, si chiude così la partita con il Fisco. Infatti in quest'ultimo caso i controlli documentali sono effettuati direttamente nei confronti dei Caf e dei professionisti ai quali i cittadini si affidano. I coniugi possono unire le proprie dichiarazioni precompilate e presentare il modello 730 congiunto direttamente online. Il contribuente che presenta il modello Unico precompilato può modificarlo o integrarlo e trasmetterlo al Fisco, direttamente dal proprio PC, dal 2 maggio al 30 settembre.
   Cosa c'è dentro - La dichiarazione precompilata si basa sulle certificazioni dei sostituti d'imposta per redditi di lavoro dipendente e assimilati, pensioni e compensi per attività occasionali di lavoro autonomo. Il modello contiene, inoltre, le informazioni presenti in Anagrafe tributaria relative alle spese di ristrutturazione edilizia e di risparmio energetico, ai versamenti effettuati con il modello F24, alle compravendite immobiliari, ai contratti di locazione registrati e alla dichiarazione dei redditi dell'anno precedente. Sono inoltre disponibili anche i dati trasmessi da altri soggetti, che riguardano alcuni oneri detraibili e deducibili sostenuti dai contribuenti tra cui gli interessi passivi sui mutui, premi assicurativi, contributi previdenziali, spese funebri, spese mediche e universitarie.
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