mercoledì 18 maggio 2016

«Lgbt umiliati e uccisi» Diritti negati. 104 aggressioni e quattro morti in un anno. Ma legge contro l’omofobia è ferma al Senato da tre anni

E’ un reato che non esiste, eppure non c’è praticamente giorno che non venga commesso. Quando va bene volano insulti, più o meno volgari, rivolti alla vittima in strada ma anche nelle aule scolastiche, nelle palestre, nei posti di lavoro, allo stadio e in tutti quei luoghi dove il branco si sente forte e impunito. Quando va male a volare sono invece calci e pugni, a volte in maniera addirittura mortale. Secondo un dossier messo a punto dall’Arcigay sono almeno quattro le persone negli ultimi dodici mesi uccise o spinte al suicidio per il loro orientamento sessuale. Perché nell’Italia che a fatica e dopo trent’anni riesce ad approvare una legge sulle unioni civili una persona può anche morire perché omosessuale o transessuale. E se non muore, viene comunque aggredita, offesa, umiliata.
Nell’ultimo anno, da maggio dell’anno scorso a oggi sempre secondo l’Arcigay – che ieri ha presentato i risultati dello studio in occasione della giornata internazionale contro l’omofobia – nel nostro paese si contano 104 episodi di omotransfobia, un conto fatto principalmente sulla base degli articoli di giornale e che quindi si può considerare come la punta di un iceberg. «Di omofobia e transfobia in Italia si muore ancora», conferma il segretario nazionale di Arcigay Gabriele Piazzoni. «Non solo: le persone lgbt sono socialmente fragili, esposte a pericoli peculiari della loro condizione: bersagli privilegiati di rapine, pestaggi, stupri. E quando sono costrette a nascondere il proprio orientamento sessuale diventano bersagli di ricatti ed estorsioni».
«E’ inaccettabile che l’orientamento sessuale diventi il pretesto per offese e aggressioni», ha detto ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella celebrando così la giornata contro l’omofobia e la transfobia. «Sulla capacità di respingere ogni forma di intolleranza si misura la maturità della nostra società», ha proseguito il capo dello Stato. Parole sacrosante, che il Quirinale dovrebbe però rivolgere soprattutto al parlamento dove la legge sull’omofobia è è ferma al Senato dal 2013 dopo essere stata approvata dalla Camera. E dove giace in commissione Giustizia sepolta da migliaia di emendamenti. Ieri i senatori Pd Sergio Lo Giudice e Giuseppe Lumia hanno chiesto alla presidenza della commissione di riprendere al più presto la discussione sul testo di legge. Che molti senatori vorrebbero modificare almeno in un punto, là dove è previsto che non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, le opinioni espresse all’interno di organizzazioni politiche, sindacali, culturali, sanitarie o religiose.
Difficilmente il ddl vedrà la luce in questa legislatura. Sia perché, al di là delle tante dichiarazioni di circostanza di ieri, in questi mesi la maggioranza dei parlamentari si è guardata bene dal mettere mano alla legge. Sia perché in caso di modifiche, il testo dovrebbe tornare alla Camera per una terza lettura. Nel frattempo in Italia si potrà tranquillamente continuare a discriminare le persone lgbt, contando anche su fatto che solo una piccola parte delle violenze commesse verrà denunciata. Stando infatti a un altro rapporto, presentato questa volta dal Gay Center, tra i giovani con meno di 25 anni vittime di omofobia solo 1 su 20 pensa di poter denunciare una violenza subita, percentuale che sale a 1 su 10 per le persone con più di 30 anni.
«Inoltre – spiega il portavoce di Gay Center Fabrizio Marrazzo – la parola “omofobia” non compare quasi mai nelle denunce, perché il reato non è previsto dalla legge e quindi in sede di denuncia viene solitamente scritto altro». Nei suoi dieci anni di attività Gay Help Line, la linea verde antiomofobia, ha raccolto le richieste di aiuto di 200 mila persone e di queste almeno il 30/40% ha denunciato episodi di violenze fisiche o verbali subite. Chi chiede aiuto, prosegue Marrazzo, lo fa per varie ragioni: per chiedere un aiuto sostegno psicologico, legale o medico. Oppure consigli su come fare coming out, come comunicare alla famiglia e agli amici le proprie scelte sessuali, ma anche per chiedere informazioni sulle malattie sessualmente trasmissibili. Infine per chiedere assistenza legale per i casi di violenza e discriminazione.
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Il presidente della Cei Angelo Bagnasco attacca di nuovo la legge sulle unioni civili «equiparate al matrimonio». E si inventa la minaccia di un provvedimento a favore dell’utero in affitto

Disoccupazione, aumento della povertà, calo della natalità: sono questi i «problemi veri del Paese», sui quali «la gente vuole vedere il Parlamento impegnato» senza soste. Non si capisce, quindi, perché invece perda tempo sulle unioni civili.
Il cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, è intervenuto ieri mattina, nella seconda giornata dell’assemblea generale della Cei – dopo che lunedì papa Francesco l’aveva aperta con un discorso contro le «ambizioni di carriera e di potere» e le tentazioni dei beni economici da parte delle istituzioni ecclesiastiche – e ha affondato la legge sulle unioni civili approvata giovedì scorso.
«Non si comprende come così vasta enfasi ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a esigenze, già per altro previste dall’ordinamento giuridico, ma a schemi ideologici», ha detto Bagnasco nella sua relazione, entrando poi nel merito. «La recente approvazione della legge sulle unioni civili – ha precisato il presidente della Cei – sancisce di fatto una equiparazione al matrimonio e alla famiglia, anche se si afferma che sono cose diverse: in realtà, le differenze sono solo dei piccoli espedienti nominalistici, o degli artifici giuridici facilmente aggirabili, in attesa del colpo finale, così già si dice pubblicamente, compresa anche la pratica dell’utero in affitto, che sfrutta il corpo femminile profittando di condizioni di povertà». Per rafforzare il suo pensiero, ha citato la dichiarazione congiunta sottoscritta a febbraio a L’Avana da papa Francesco e da Kirill, patriarca ortodosso di Mosca: «La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e una donna. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione». E ha anche richiamato le parole del papa sulla «teoria del gender», «uno sbaglio della mente umana».
Una posizione netta e già nota quella del cardinal Bagnasco, il quale alla vigilia del Family day di gennaio aveva salutato la manifestazione al Circo Massimo contro l’allora ddl Cirinnà come un’iniziativa «condivisibile» e dalle finalità «assolutamente necessarie». Che però coincide più con quella degli integralisti cattolici alla Adinolfi e Gandolfini – promotori appunto del Family day – o degli atei devoti alla Quagliariello e Ferrara, che con quella dell’intero episcopato italiano, non più allineato come una falange macedone con le posizioni della presidenza della Cei, come sembrava accadere ai tempi di Camillo Ruini. Al punto che persino Avvenire, all’indomani dell’approvazione delle unioni civili, aveva preso le distanze dalla proposta di referendum abrogativo lanciato dai crociati del centro destra. «Non appaiono utilmente creative la prospettiva, evocata da alcuni, di una battaglia referendaria per abolire totalmente la nuova legge né quella di fare appello all’obiezione di coscienza di quanti saranno chiamati a registrare le unioni civili previste e regolate dalla legge», scriveva venerdì scorso sul quotidiano della Cei Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione giuristi cattolici italiani.
La relazione di Bagnasco – pronunciata nella Giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, in cui in decine di parrocchie cattoliche e comunità protestanti si celebrano veglie di preghiera in ricordo delle vittime delle discriminazioni – ha affrontato anche altri temi sociali e di politica internazionale, come le violenze contro i cristiani in Medio Oriente e un forte richiamo all’Europa perché accolga i migranti.
Per quanto riguarda l’Italia, i problemi si chiamano soprattutto disoccupazione e povertà, che non accennano a diminuire. Poi la diffusione incontrollata del gioco d’azzardo – soprattutto per la «devastante» diffusione delle slot machine negli esercizi commerciali – e il calo della natalità, che richiede misure energiche a favore della famiglia: si vedono «segnali positivi di sostegno e promozione della famiglia» che però «hanno bisogno di essere incentivati» e «diventare strutturali», ha detto in proposito Bagnasco, chiedendo «una manovra fiscale coraggiosa che dia finalmente equità alle famiglie con figli a carico».
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