domenica 26 giugno 2016

La paura del «Renxit» e l’incognita di ottobre

Sfiammare il referendum costituzionale, disinnescare quell’effetto domino che potrebbe essersi innescato in tutta Europa con il voto per la Brexit, e cioè la contestazione popolare – e democratica – dei governi del rigore. Matteo Renzi si trova a un bivio: dopo aver chiamato il plebiscito su di lui e messo la sua testa (politicamente parlando) sul voto di ottobre, tutto e tutti consigliano di abbassare i toni, per evitare di fare la fine del primo ministro inglese Cameron. Ieri sul Corriere della Sera il presidente emerito Giorgio Napolitano era esplicito: «Occorrerà restituire al confronto sulla riforma costituzionale la sua oggettività e, dal punto di vista degli sviluppi politici futuri, la sua neutralità».

Ma come? Ieri pomeriggio Matteo Renzi è volato a Parigi per una cena informale con il presidente Hollande, di fatto è un prevertice in vista della riunione della « cellula di crisi» domani a Berlino, con Merkel più i due grandi paesi fondatori rimasti, ai quali si aggiungerà Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo. Il fronte esterno della crisi del Brexit è delicatissimo. Ma per l’Italia si intreccia a un fronte interno non meno delicato. Quello che ormai i media chiamano «Renxit».

Le vicende del Regno unito, tanto più che sono arrivate all’indomani della disfatta del Pd alle amministrative, hanno acceso l’allarme rosso a Palazzo Chigi. Il rischio di perdere la prossima consultazione popolare cresce. I nemici lo promettono, gli amici lo mettono sull’avviso. «Penso che Renzi ormai abbia capito che il referendum non passa. L’era di Renzi è finita, ci stiamo preparando al dopo, ce la giocheremo con i 5 stelle», ha detti ieri il leghista Salvini a Parma annunciando per metà settembre una Pontida tutta per il no «perché è un referendum che cancella ogni tipo di autonomia locale». Resta di verificare se i 5 stelle abbiano la stessa determinazione, che al momento però non è pervenuta.
Dal fronte opposto, e cioè dallo stesso fronte del premier, ieri Gianni Cuperlo ha riunito la sua corrente Sinistradem a Bologna, e lì ha chiesto una modifica dell’Italicum che «renderebbe molto più semplice gestire il passaggio ad oggi piuttosto complicato del referendum».

Ma se per ora Renzi non vuole sentire ragioni sulla modifica dell’Italicum, presto dovrà decidere i tempi con cui il governo dovrà deliberare il referendum. E che al momento non abbia le idee chiare lo dimostrano le sue stesse dichiarazioni da un giorno all’altro. Ieri in un retroscena del Corriere firmato da Maria Teresa Meli, la cronista più esplicita sugli interna corporis di Palazzo Chigi, il premier dichiarava ai fedelissimi: «Lo convocherò quando più ci conviene». Peccato che il giorno prima alla Stampa aveva dichiarato, senza ricevere obiezione, l’esatto contrario smentendo l’ipotesi di un rinvio della consultazione: «Il referendum avrà la tempistica prevista dalla Cassazione. Punto e basta. Di che parliamo?», aveva detto.

Ma le cose non stanno precisamente così, basta leggere l’articolo 15 della legge 352 del 1970, come spiega il giudice presso la Corte di Cassazione Domenico Gallo: «Se entro il 15 luglio, questo è il termine, andassero a buon fine le raccolte delle firme popolari, la Cassazione avrebbe un mese di tempo per verificarne la validità, quindi dovrebbe decidere entro il 14 agosto. A quel punto il governo ha sessanta giorni per deliberare il referendum, che poi sarà indetto dal presidente della repubblica. Referendum che si deve svolgere in una domenica compresa fra il cinquantesimo e il settantesimo giorno dal momento dell’indizione. Se invece entro il 15 luglio né la raccolta di firme del Pd né quella dei cittadini che invece si oppongono alla riforma dovessero raggiungere quota 500mila, resterebbe valida la richiesta di referendum dei parlamentari. In questo caso i sessanta giorni utili al governo per deliberare partono lo stesso 15 luglio». Dunque se il governo volesse temporeggiare, potrebbe spingere il referendum fino ai primi di dicembre, almeno in via teorica. Comunque sia, Renzi mente alla Stampa, o per lo meno non la dice tutta, altro che «punto e basta»: la Cassazione ha un ruolo nella individuazione della data, ma alla fine deciderà il governo se convocare presto o tardi le urne. Tanto più che il 4 ottobre la Consulta si riunirà per affrontare il vaglio dell’Italicum sul premio di maggioranza, sulle liste bloccate e sulla stessa procedura di approvazione della legge. La Corte potrebbe esprimersi il giorno stesso o aggiornarsi. E anche questo conterà nella scelta del giorno del voto.
ilmanifesto.info

Fanno il referendum ma non ascoltano i cittadini

C’è un paradosso nei regimi democratici contemporanei: massimizzano le opportunità per i cittadini comuni di decidere direttamente e minimizzano l’ascolto. Mai le democrazie si sono mostrate tanto disponibili a dar voce al popolo sovrano, sgombrando il campo delle mediazioni proprie della rappresentanza e dei partiti, tramite referendum, investiture dirette, primarie, consultazioni on line e non, ivi compresi gli onnipresenti sondaggi.

In compenso, questi stessi regimi mai hanno prestato così poca attenzione alle arcinote richieste dei cittadini comuni: lavoro, pensioni, servizi, eccetera. Intendiamoci. Nonostante quel che promettono i loro sacri testi e i loro propagandisti, sinceri e insinceri, i regimi democratici non sono stati inventati né per dare voce all’uomo comune, né per trattarlo con particolare benevolenza. Servono a minimizzare i conflitti e a tener buono il cittadino comune. Sono il prezzo che i potenti pagano in cambio della pace sociale. Per fortuna, la competizione democratica lascia qualche spazio (che si è sempre provato in vario modo a ridurre) a chi si fa portavoce del cittadino comune, a condizione che lo si organizzi, come facevano i partiti di una volta.

Se non che, da qualche tempo a questa parte i potenti hanno deciso di cambiare strategia e di abbandonare ogni prudenza. Da un lato adottano misure che favoriscono in modo indecente i ricchi e i potenti e hanno ridotto quelle che favoriscono il cittadino comune. Ritengono meno costoso addomesticarne le sofferenze e il malumore offrendogli quelle che spacciano per maggiori opportunità di decisione. Salvo ridurre le sue scelte a due sole opzioni e investire massicciamente in manipolazione e disinformazione. La democrazia si è pertanto risolta in una drammatica gara a chi manipola meglio e di più. E si dimostra spietata verso il cittadino comune.

Siamo seri. Il cittadino non è uno sciocco. Può di sicuro capire cosa gli conviene tra divorzio sì/divorzio no. Ma orientarsi tra i meandri del Brexit non è alla portata di tutti. Può scegliere un sindaco e un deputato, a condizione che gli si offra un numero decente di alternative. Sono invece democraticamente devastanti le procedure d’investitura diretta della leadership, solitamente ottenute con marchingegni elettorali che promuovono a maggioranze minoranze ristrettissime. Se la scelta è sbagliata (immaginiamo cosa accadrebbe se la spuntasse Trump), è impossibile rimediarvi. Il cittadino comune ha capito il trucco. Non a caso, l’astensione è cresciuta in maniera esponenziale.

Il diavolo, come sempre, fa pentole, ma non coperchi. Così è successo per il Brexit. Cameron ha voluto il referendum imbastendoci sopra una vergognosa speculazione politica. Lo ha voluto per vincere le elezioni, per ricattare i suoi partner europei, per neutralizzare a basso costo il populismo di Farage. Nelle due prime imprese gli è andata alla grande. Al referendum, l’imbonitore ha trovato il suo maestro.

Non sappiamo cosa accadrà. Forse sarà un vantaggio per l’Europa, che non sopporterà più le eccezioni inglesi e non subirà più la concorrenza di quel paradiso fiscale che l’Inghilterra è diventata. Ma è verosimile che i danni per il Regno Unito siano notevoli e che la sua stessa sopravvivenza sia a rischio. Che accidenti di democrazia è comunque quella in cui si sono pronunciati tre elettori su quattro (una quota peraltro altissima) e l’exit ha prevalso di un soffio, avendo messo in lotteria il destino di un popolo, ma anche dei popoli vicini?

C’è da augurarsi che questo evento, quali che siano le sue conseguenze, convinca i potenti che non è opportuno assumere decisioni collettive in maniera tanto avventata. Che possono essere controproducenti anche per loro. Riuscirà la vicenda del Brexit a moderare la loro avidità di potere e di ricchezza, dissipando il micidiale sciocchezzaio di quello che Giovanni Sartori ha chiamato «il direttismo»?
Ci libereremo di idiozie come quella che bisogna restituire al popolo sovrano il suo scettro? Che la sera delle elezioni è giusto che il popolo sappia chi dovrà governarlo? Che la democrazia vince sempre quando il popolo si pronuncia? La democrazia fa dei pronunciamenti popolari il suo fondamento, a condizione però che gli elettori siano istruiti e informati e non manipolati. Non per caso i padri costituenti scrissero che la sovranità popolare si esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla costituzione.

Un secondo insegnamento è che il cittadino comune non lo si può opprimere e spremere più di tanto. Perché alla fine si ribella e lo fa come può. Anche in maniera scomposta. Non solo. Stiamo attenti in special modo agli anziani. Altro che rottamarli, meritano grandi cure e grande rispetto. Sono gli ultrasessantenni che hanno deciso del Brexit.
ilmanifesto.info

Quando capirà la ‘sinistra’ d’establishment che Renzi è l’apoteosi del berlusconismo?

di Paolo Flores d'Arcais - in MicroMega

Parola di Renzi: "è stato un voto per il cambiamento, dunque dobbiamo accelerare con le nostre riforme". Roba da matti! Nemmeno un dadaista in piena forma avrebbe potuto creare un "non sequitur" talmente ciclopico. 

Riflettiamo appena appena (anche Renzi può arrivarci, magari con la sollecitazione di Filippo Sensi): il voto al M5S è stato effettivamente e ovviamente un voto per il cambiamento. Ma rispetto a cosa e a chi? Rispetto alla morta gora del "ventennio che non passa", cioè l'impasto di berlusconismo a destra e inciucio a "sinistra". Mentre le "riforme" di Renzi costituiscono esattamente l'inveramento e il compimento del progetto di regime berlusconiano, delle controriforme del pregiudicato di Arcore, in gran parte fermate per anni dalle lotte della società civile. 

Jobs Act, riforma Rai, aggressione sistematica all'indipendenza della magistratura e edulcoramento di ogni legge anticorruzione a antimafia, leggi bavaglio, e infine controriforma costituzionale, sono berlusconismo puro. È il segreto di Pulcinella, lo ha ripetuto in forma schietta e comprensibile perfino a Serracchiani e Guerini una Pci>Ds>Pd inossidabile, ma alla fine disgustata e perciò lucida, Sabrina Ferilli.

Resta invece sbalorditivo che una verità così lapalissiana e confortata da ogni riscontro empirico (basta fare il confronto fra le leggi e i progetti dell'epoca di Arcore e di quella di Rignano) stenti ancora a farsi strada nelle sinapsi di noti e per definizione autorevoli commentatori, editorialisti e intellettuali della "sinistra" d'establishment. I quali continuano a propinare in articolesse e talk show labirintiche spiegazioni in contraddizione l'una con l'altra (e spesso con se stessa), quasi che decifrare l'evidenza del perché della sconfitta di Renzi sia arduo come la stele di Rosetta prima di Champollion. 

Nulla di più patetico e irrealistico, perciò, degli ammonimenti che qualcuno rivolge a Renzi di cambiare atteggiamento: ricordano quelli ancor più ridicoli rivolti a Berlusconi per vent'anni di realizzare davvero una "rivoluzione liberale" (che sarebbe cosa gobettiana!) anziché far ruotare l'intera politica attorno ai propri interessi privati.

Renzi, a differenza di Berlusconi e dunque più radicatamente di Berlusconi, è berlusconiano per convinzione profonda, anzi, come abbiamo scritto prima ancora che andasse al governo, è berlusconiano e soprattutto marchionnista, crede davvero che modernità siano i manager che guadagnano mille volte il salario di un operaio, e che l'impegno per una crescente eguaglianza sia novecentesco o addirittura ottocentesco. 

Per questo non c'entra nulla con la sinistra, né moderna, né futura né passata. E' un democristiano mannaro ovviamente diventato berlusconiano, che per furbizia tattica ha trovato in un Pd in disarmo e avvitamento da inciucio (Veltroni D'Alema e Bersani sono i "produttori" di Renzi, anche se ora lo detestano) il terreno ideale per una "scalata" che nella destra di Berlusconi gli sarebbe restata preclusa. 

Renzi non è affatto un rottamatore del sistema del privilegio, della Casta e delle cricche, dell'intreccio politico-affaristico con propaggini criminali che fa il bello e il cattivo tempo in Italia in modo crescente da un quarto di secolo. Ne costituisce l'apoteosi: ha rottamato cricche ormai obsolete con la sua Nuova Cricca, tutto qui. 

Il referendum di ottobre sarà perciò lo scontro tra queste due Italie: l'establishment del privilegio e le lotte e le speranze dei girotondi, dell'antimafia, delle piazze contro il bavaglio, del "vaffa" di Grillo che ha saputo diventare forza politica di radicale cambiamento (con contraddizioni che non abbiamo mai nascosto e cui continueremo a non mettere la sordina, ma con una lungimiranza e lucidità nel giudicare l'intero ceto politico che avevamo sottovalutato grandemente e che a noi talvolta sono mancate). 

Gli aedi del renzismo inviteranno al Sì dicendo che il No significa Berlusconi e Salvini anziché Zagrebelsky e Appendino, Raggi e Rodotà, e il meglio del costituzionalismo, e la meglio gioventù, e chi non si piega a rottamare la Costituzione nata dalla Resistenza ma vuole invece realizzarla pienamente (unica prospettiva politica davvero moderna e innovativa). 

Non è così: i Salvini e Berlusconi concioneranno per il No, ma solo "pro domo", per concorrenza con Renzi non per alternativa. E se Renzi sarà sconfitto il futuro a loro sarà precluso, checché si illudano in contrario e checché cerchino di spacciare gli opinionisti d'ordinanza. Il futuro – se a ottobre vince il No – toccherà alla forze che vogliono più giustizia e più libertà, e che oggi come oggi hanno nel M5S il loro cruciale vettore.