lunedì 27 giugno 2016

Effetto Brexit sulla Borse: a Milano raffica di sospensioni. Banche inglesi e sterlina ko

Peggiora ancora la Borsa di Milano con l'Ftse Mib giù del 4,15%. Mps sospesa cede il 12,7% teorico, Mediobanca va giù del 12,5%, Intesa dell'11,8%, Azimut sospesa perde il 10,1%, Yoox lascia il 10,3%. Dopo un'ora di contrattazioni Wall Street accentua le perdite, col Dow Jones che scivola di oltre 250 punti perdendo l'1,51%. Profondo rosso per il Nasdaq che cede il 2,06% e l'indice S&P500 che scivola dell'1,72%. Piazza Affari ha già superato il minimo che questa mattina l'aveva portata ai livelli di luglio 2013.
Si preannuncia una nuova giornata di passione per i listini di Borsa europei dopo il crollo di venerdì scorso a seguito del referendum sulla Brexit. Tra le piazze principali Milano (Ftse Mib -2,38%) continua ad essere la peggiore insieme a Francoforte (-2,13%), Parigi (-2%) e Londra (-2,12%), mentre Madrid (-1,3%) appare più cauta. Sotto pressione Atene (-2,62%) e Stoccolma (-6,3%), chiusa venerdì scorso insieme a Helsinki (-5,79%). Un po' ovunque soffrono i titoli bancari, a partire dalle inglesi Barclays (-15,17%), Lloyds (-9,67%) e Prudential (-8,26%). A Milano, è ancora congelata Intesa, Mps cede l'11,91%, Mediobanca il 9%, Unicredit l'8%, mentre Bpm e Banco lasciano sul campo rispettivamente il 6,95% ed il 6,88%.
ansa

DIRITTI CIVILI - Un milione e mezzo di bambini italiani vive in povertà assoluta


Un milione e mezzo di bambini italiani vive in povertà assoluta: questa notizia tremenda passa quasi inosservata per il clamore suscitato dalle uscite su altri temi di esponenti cattolici: dal Papa, che chiede di garantire l’obiezione di coscienza per chi deve celebrare le unioni civili, a Monsignor Galantino, che invita ad accogliere “tutti gli immigrati” (spingendo a un distinguo perfino il cattolicissimo Alfano) fino al capo del Family Day, Gandolfini, che torna ad annunciare un referendum abrogativo e “per vendetta” crea anche comitati per il no nel referendum costituzionale di ottobre. Come per Snoopy, per Gandolfini “l’importante è partecipare”. 

Al Papa rispondono indirettamente i giudici di diverse parti d’Italia, riconoscendo le stepchild adoption effettuate all’estero. 
A Galantino risponde direttamente e con il consueto garbo Matteo Salvini (“Ha rotto le scatole”). Ma vien fatto di chiedere perché il Vaticano, per accogliere gli immigrati non ci mette del suo (oltre 4 miliardi di proprietà solo a Roma). 

L’avvocato Giulia Bongiorno chiede che per il femminicidio sia previsto in ogni caso il “fine pena mai”. In 4 anni si sono verificati in Italia 500 uccisioni di donne. Dopo anni di giustizia “al maschile” (esemplare, il delitto d’onore) sono necessarie leggi “spudoratamente al femminile”

La Francia vara una legge contro la prostituzione (non è “una professione”, è tratta degli esseri umani e sfruttamento sessuale). Puniti i clienti. Un problema che il Vaticano e i nostri politici clericali – troppo presi a parlare dello “utero in affitto” come reato universale - non si pongono affatto. 

Mario Caballero (sembra un personaggio di Totò) cerca clienti per la sua agenzia di madri surrogate negli USA: Operiamo in Carolina del Nord – spiega - “perché la California è invasa dai cinesi che stanno facendo lievitare i prezzi. Prendono anche tre surrogate contemporaneamente per avere quattro o cinque figli alla volta. Li vogliono tutti rigorosamente maschi”. Siamo rigorosi prima di dire di sì: “A un uomo che aveva 93 anni abbiamo detto di no”. Non è che ‘sto Caballero è un emissario della Lorenzin? 

“L’avevo detto io” (la frase più sfiziosa del mondo): eutanasia per gli Alzheimer (l’avevo proposta nel 2012, nel mio libro “Liberi di morire”, per chi la chiede “ora per allora”). Oggi mi danno ragione studiosi tedeschi ed olandesi. Nemo propheta in patria. 

Ultim’ora: un punto a favore di Bergoglio, che chiede di allontanare i vescovi che proteggono i preti pedofili. Per favore, Santità, fra qualche tempo ci fa conoscere i risultati del suo appello? 
 
IN ITALIA
 
Povertà infantile

Mettendo insieme i dati ISTAT e qualche inchiesta, la realtà italiana che viene fuori è così sintetizzabile.
1.    1,1 milioni di bambini vivono in povertà assoluta; diventano 2 milioni se esaminiamo la povertà relativa (un bambino su 5)
2.    la quota crescente di bambini poveri si accompagna alla diminuzione delle nascite. Nel 2015 sono state 488 mila, 15 mila in meno del 2014
3.    I parametri che si usano per definire la deprivazione sono di tipo materiale (carenza di vestiti, giochi e cibo) e immateriale (possibilità di festeggiare il compleanno o fare almeno una settimana di vacanza l’anno) ma conteggiano, ad esempio, anche lo spazio per poter studiare in casa
4.    Il futuro appare incerto e si fanno meno figli anche per concentrare benessere, cure e risorse su uno solo
5.    L’indice di povertà relativa che tra il 1997 e il 2011 per i minori aveva oscillato su valori attorno all’11-12%, nel 2012 ha superato il 15% e ha raggiunto il 19% nel 2014
6.    I bambini del Sud e quelli che vivono con un capofamiglia che ha frequentato appena le elementari presentano un rischio 4 volte superiore a quello dei residenti al Nord e dei figli di diplomati
7.    Solo il 13% dei bambini tra 0 e 2 anni riesce ad andare al nido e usufruisce di servizi integrativi. I divari tra le regioni sono impressionanti: tra Emilia e Campania/Calabria/Puglia ci sono anche 25 punti di distanza
8.    La nostra spesa sociale è concentrata nella tutela della vecchiaia (nel 2014 equivaleva al 14% del Pil!) e spesso mancano le risorse per altri interventi più lungimiranti
9.    La sinistra che oggi monopolizza il potere è “anzianista” e filosindacale e il renzismo non ha saputo/voluto cambiare marcia.

In generale – ci spiega studio della Fondazione Visentini – l’Italia non figura fra i paesi a più altro rischio  perché la soglia della povertà è fissata a 9.500 euro l’anno, contro livelli più altri negli altri paesi (in Germania, 12.000).

Contrasto alla denatalità 

Il think tank “Volta” (Giuliano da Empoli) ha presentato una serie di progetti per abbattere “il muro della gravidanza”, con maggiore possibilità di scelta per la donna sui periodi in cui assentarsi dal lavoro e coinvolgimento dei mariti/padri.

Unioni civili e stepchild adoption 

Il premier Renzi ha affidato il tema delle adozioni al ministro per le riforme Boschi anziché al ministro Costa, che ha la delega per la famiglia. Polemiche del centro destra. A Costa - che aveva criticato le numerose sentenze che hanno riconosciuto le adozioni da pare di coppie gay - replica Palamara, membro togato del CSM: i magistrati devono poter interpretare le leggi, anche quelle relative alle adozioni. A Milano il candidato del centro destra Parisi annuncia che celebrerà le unioni civili, mentre l’ex sindaco Albertini sostiene che i sindaci non possono rifiutarsi di applicare le leggi. Interviene con decisione il ministro della Giustizia Orlando: la legge dice che il giudice “deve apprezzare il caso concreto”, e non si può non tenerne conto visto che in Italia ci sono migliaia di minori che nessuno adotta. Monica Cirinnà spiega con chiarezza un comma della “sua” legge che richiama la legge sulle adozioni del 1983: questa prevede che l’adozione sia possibile “quando vi sia la constatata impossibilità di un affidamento preadottivo”. E questa “impossibilità” è sempre stata identificata nella circostanza che per il minore non si trovino aspiranti all’affidamento. Sentenza del Tribunale dei Minori di Bologna: per il riconoscimento in Italia delle adozioni ottenute all’estero da coppie omosessuali basta l’anagrafe. Due sentenza a Torino riconoscono il diritto di altrettante coppie di donne sposate all’estero di riconoscere il figlio della compagna. Sono le prime sentenze dopo l’approvazione della legge Cirinnà e si richiamano alla vecchia legge sulle adozioni. La cosiddetta “adozione cogenitoriale” è riconosciuta in tutti i paesi europei che prevedono le unioni gay, eccetto l’Italia, la Repubblica ceca, l’Estonia, la Croazia, la Grecia e Cipro.

Gandolfini come Snoopy: per il referendum di ottobre, l’importante è partecipare

Il presidente del Family Day, il medico ultracattolico Gandolfini, avvia la raccolta firme per un referendum abrogativo della legge Cirinnà. La richiesta è di abrogare solo la prima parte della legge, che aprirebbe la strada alle adozioni da parte di coppie gay.

Gandolfini ha costituito anche il comitato delle famiglie per il no al referendum costituzionale di ottobre. Motivo: fermare la deriva autoritaria di Palazzo Chigi. Gandolfini aveva annunciato la sua vendetta subito dopo la approvazione della legge Cirinnà: “Il popolo che ha detto no senza se e senza ma ai matrimoni gay presenterà il suo conto. Oggi si consuma uno strappo che avrà le sue conseguenze evidenti fra sei mesi”. Cosa c’entrino le unioni civili (per lui sono “matrimoni gay”, come per i clericali la maternità surrogata è “utero in affitto”) con la riforma del Parlamento o l’abolizione delle province Gandolfini non lo dice: per lui, come per Snoopy, “l’importante è partecipare”. 

Ma le reazioni non sono incoraggianti. Da un lato il Governatore della Banca d’Italia Visco assicura che le banche porranno grande attenzione ai temi della inclusione e della diversità. In particolare, daranno piena attuazione a quanto previsto sul piano economico dalla legge sulle unioni civili. Dall’altro la CEI, per una volta, è prudente e rifiuta di mettere il cappello sulle iniziative di Gandolfini, mentre i suoi comitati per il no al referendum costituzionale di ottobre si rivelano un flop.

L’ingerenza del Papa e del Vaticano

Dopo aver detto più volte che la Chiesa non deve ingerirsi nelle cose dello Stato, il Papa afferma, a proposito delle unioni civili, che l’obiezione di coscienza deve essere garantita perché è un diritto, e questo vale anche per il funzionario pubblico, che é “una persona umana”. Torna poi a chiedere ai preti semplicità e povertà, ma si guarda bene dal tagliare i privilegi e lo sfarzo dei Cardinali (vedi l’attico di Bertone e la sua ristrutturazione, pagata con i soldi dei piccoli malati del Bambini Gesù).  Intanto escono i dati sulle proprietà immobiliari della Chiesa nella sola Roma: oltre 4 miliardi. Agli alti prelati che vanno in pensione attici panoramici a 1.000 euro al mese.

E Bergoglio sfida anche la Francia, in una intervista al quotidiano cattolico “La Croix”: “Lo stato deve essere laico, gli stati confessionali finiscono male, ma la Francia è troppo laica”.
Sulla stessa linea del Papa, ma più virulento (da ex cappellano militare con pensione dello Stato italiano) il Cardinale Bagnasco, che dà per scontato “il colpo finale” dell’utero in affitto. Riemerge anche Ruini, che parla confusamente di “derive”. Ma perfino il ministro Alfano prende le distanze: “Il pensiero di Bagnasco non corrisponde alla legge sulle unioni civili”. E Mattarella richiama “il pieno rispetto dei diritti fondamentali di ognuno, non solo come singolo ma anche nelle formazioni sociali (ndr: sinonimo di unioni civili) in cui si realizza la sua personalità”.

Amnistia e indulto. Carceri in vendita?

Luigi Manconi – senatore PD e presidente della Associazione “A Buon Diritto” - ha proposto, “in omaggio a Pannella”, di ridurre il quorum necessario per approvarle dai due terzi alla maggioranza assoluta.  I due provvedimenti non sono “figli di un Dio minore” – ha dichiarato - ma previsti dalla Costituzione. Riguardano gli autori di reati minori e servono a ridurre l’affollamento carcerario. Non hanno effetti negativi, come dimostra il fatto che dopo l’indulto del 2006 la recidiva fu del 34,1%, mentre è del 68% per i detenuti che scontano la pena fino al termine della stessa.
Fa discutere la proposta del ministro Orlando di vendere alla Cassa Depositi e Prestiti le principali carceri poste nei centri urbani (San Vittore, Regina Coeli e Poggioreale) e costruirne di nuove in periferia. Fra i contrari, Manconi e Sala, fra i favorevoli, Parisi. Per Marco Cappato c’è il rischio che tutto si riduca ad una speculazione edilizia.

Aborto e obiezione

L’Ospedale San Camillo ha deciso di assumere due ginecologi che si dichiarano non obiettori. Secondo Margherita de Bac – che sul “Corriere della Sera” segue costantemente questa tematica – il provvedimento potrebbe suscitare reazioni negative, visto che il ministro della Sanità Lorenzin ha detto in Parlamento che queste sono forme “discriminatorie” di assunzione del personale medico. Eppure il problema esiste ed è grave, come dimostra il fatto che nel Lazio la percentuale di ginecologi obiettori è di 8 su 10 (a livello nazionale, 7 su 10), cui si aggiungono 7 anestesisti su 10 e la metà del personale non medico. La riprova giunge dal Consiglio d’Europa che – accogliendo un ricorso della CGIL Nuovi Diritti – ancora una volta ha accusato l’Italia di rendere difficile l’aborto. La questione viene riassunta in modo antitetico dal ministro Lorenzin (il numero degli aborti scende e quindi i medici non obiettori bastano) e dalla dottoressa Agatone, presidente della Associazioni ginecologi non obiettori (il cado degli aborti è solo apparente: l’insufficienza di medici abortisti fa di nuovi aumentare il ricorso all’aborto clandestino).

Femminicidio

Dopo la vicenda della ragazza romana uccisa e bruciata dal fidanzato, l’avvocato Giulia Bongiorno chiede che per il femminicidio sia previsto in ogni caso il “fine pena mai”. In 4 anni si sono verificati in Italia 500 uccisioni di donne. Dopo anni di giustizia “al maschile” (esemplare, il delitto d’onore) sono necessarie leggi “spudoratamente al femminile”

Immigrati

II segretario della CEI Galantino critica il governo per la mancanza di una politica organica sugli immigrati ed invita ad “accoglierli tutti”. Definisce Salvini (che aveva detto “il signor Galantino ha rotto le scatole”) “un piazzista da quattro soldi”. In questo clima arroventato il presidente dell’INPS dà ragione a Galantino sottolineando il fatto che i contributi previdenziali versati dagli immigrati (che quasi mai arriveranno a recuperarli con la pensione) valgono quasi un punto di PIL, mentre i 2,4 milioni di lavoratori stranieri producono l’8,8% della ricchezza nazionale. In un paese in cui presto un italiano su 4 sarà over 65, senza apporto degli immigrati si rischia il collasso del sistema previdenziale. Ma l’appello del Papa (ogni parrocchia accolga una famiglia) è caduto praticamente nel vuoto: ad oggi si conta un immigrato ogni 4 parrocchie. Perché nessuno dice a Bergoglio di farsi obbedire dai parroci o di aprire le migliaia di edifici semivuoti della Chiesa?
 
NEL MONDO
 
Francia, contrasto alla prostituzione

Dopo molti altri paesi europei, la Francia ha approvato una legge che contrasta la prostituzione con una contravvenzione di 1.500 euro a carico del cliente (3.750 più l’obbligo di un corso di educazione sessuale in caso di recidiva). Le motivazioni della legge: 1) una società civile non può tollerare la vendita dei corpi umani; 2) l’idea dei “bisogni sessuali incontenibili” dei maschi appartiene a una concezione arcaica e degradante della sessualità che favorisce lo stupro; 3) la prostituzione non può in alcun modo essere considerata un’attività professionale, a motivo dello stato di costrizione che per lo più è all’origine dell’ingresso in essa, e si configura invece come tratta degli esseri umani e sfruttamento sessuale.

Maternità surrogata: l’America cerca clienti in Italia

A Roma, in un albergo a 5 stelle, Mario Caballero, direttore e fondatore dell’agenzia Extraordinary Conceptions, incontra le coppie che vogliono ricorrere all’utero in affitto, una pratica vietata dalla legge 40.
Caballero assicura che non ci saranno problemi legali e cita maldestramente il caso di Nichi Vendola: i vostri figli avranno il passaporto americano e voi sarete segnati come loro genitori.
Operiamo in Carolina del Nord – spiega - “perché la California è invasa dai cinesi che stanno facendo lievitare i prezzi. Prendono anche tre surrogate contemporaneamente per avere quattro o cinque figli alla volta. Li vogliono tutti rigorosamente maschi». Siamo rigorosi prima di dire di sì: “a un uomo che aveva 93 anni abbiamo detto di no”.
E le madri surrogate? “Per tutta la gravidanza le madri vengono seguite da una psicologa “perché devono capire che questo è un business , non devono essere emotive devono pensare al business”. Costo dell’operazione: tra i 130 mila e i 160 mila dollari, da pagare in quattro rate, al netto dei regali previsti, ma non obbligatori, per le madri surrogate.

Demenza ed eutanasia

“BioEdge” sintetizza lo studio di un gruppo di studiosi olandesi e tedeschi apparso sul “Journal of medical ethics”: l’opinione prevalente è che la volontà espressa quando si é lucidi di ottenere l’eutanasia qualora si cada in condizioni di demenza deve essere rispettata.
Una piccola gratificazione personale perché – almeno in Italia – credo di essere stato il primo a sostenere nel 2012, nel mio libro “Liberi di morire”, la possibilità di chiedere l’eutanasia, ora per allora, in caso di Alzheimer o altre forme di demenza.

MicroMega

Spagna: vince la conservazione, nessuna spallata da Podemos


Fortemente condizionate dalla Brexit e dalla paura del cambiamento, dalle urne iberiche esce un netto successo della destra di Rajoy. Il Psoe giunge secondo, a conferma della vittoria dell’establishment. Podemos al 21% paga l’accordo elettorale con la sinistra radicale di IU. Ma la partita è ancora aperta e la forza di Iglesias, dall’opposizione, potrà dire la sua.

di Steven Forti e Giacomo Russo Spena

Gli exit poll avevano illuso. I dati reali ci conducono ad un’altra dura verità. La faccia di Pablo Iglesias, alle ore 23, la dice lunga. Funerea. Nessuna spallata. Nessun sorpasso di Podemos ai danni dei socialisti del PSOE. Anzi, il voto spagnolo ci evidenzia come il sistema abbia tenuto. La governabilità è ancora complicata in Spagna, nessun partito ha raggiunto la maggioranza assoluta, ma si preannuncia una grande coalizione PP-PSOE o un governo in minoranza dei popolari con l’astensione dei socialisti. Se ormai si può affermare in maniera conclamata che lo storico bipartitismo iberico, che si è alternato al potere dalla caduta di Franco in poi, è definitivamente tramontato grazie alla presenza di Podemos – stabile sopra al 20 per cento – e in parte di Ciudadanos, anche se in calo, dall’altro la “vecchia politica” non viene scardinata dalle forze del cambiamento. Le elezioni di ieri segnano il successo dell’establishment. Questo il primo dato da analizzare delle elezioni iberiche.

La storia non si è ripetuta. La Spagna del 2016 non è la Grecia del 2015. Unidos Podemos non è riuscito nell’impresa di superare i socialisti e di trasformarsi nel secondo partito nelle Cortes di Madrid. Il PSOE non è il PASOK, ma un partito più strutturato che, per quanto stia vivendo una profonda crisi, regge e perde soltanto 120 mila voti. E il PP non è Nea Democratia. Mariano Rajoy vince con un ampio margine, migliorando i risultati di dicembre. Non è “El triunfo de Rajoy”, come titola il quotidiano di destra La Razón, ma poco ci manca. A sorpresa, siamo forse di fronte al suo capolavoro. Il premier spagnolo era considerato un cadavere politico – con il PP travolto da vari scandali di corruzione – e invece rimane in sella, potendo anche sperare di presiedere il nuovo governo. E soprattutto – come già sottolineato – il bipartitismo non crolla, ma si rafforza: dal 50% dei voti di dicembre passa a quasi il 56%. Gli elettori si rifugiano nei partiti tradizionali in un momento di tensioni e grandi incertezze segnate dal referendum sulla Brexit. 

Secondo elemento da tenere in considerazione: la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha fortemente condizionato il voto iberico. Sarebbe curioso sapere come sarebbe finita la competizione elettorale spagnola se si fosse votato prima del voto a Londra. Ci rimarrà il dubbio. Di certo, dopo la Brexit a Madrid è montato il timore per la "terra incognita", quindi la maggior parte degli spagnoli si è riparato dietro il vecchio establishment. Nessun cambiamento, nessun “salto nel buio”. Troppa paura. Si tenga presente poi che l’elettorato spagnolo è fortemente europeista. Il voto conservatore è apparso l’unico rimedio, anche per porre fine all’ingovernabilità che ha accompagnato la Spagna negli ultimi 6 mesi. “Meglio l’usato garantito” avranno pensato molti spagnoli mettendo nelle urne la croce sul simbolo del PP. Il “voto utile” di centro-destra, chiesto ripetutamente da Rajoy in campagna elettorale, va tutto al PP a discapito di Ciudadanos.

Ma guardiamo più dettagliatamente i dati. Il PP si conferma primo partito con il 33% dei voti e 137 deputati. Vince in 40 delle 50 province spagnole. Rispetto a sei mesi fa guadagna 700 mila voti (sfiorando quota 8 milioni), il 4,3% e 14 deputati. Non è poco, affatto. Soprattutto per un partito colpito ripetutamente da casi di corruzione e da scandali come il recente “Fernández Díaz Gate”, cha ha visto coinvolto l’attuale ministro degli Interni. 

I socialisti, dal canto loro, tirano un sospiro di sollievo: si mantengono come seconda forza nel Parlamento. Perdono comunque 5 deputati (da 90 a 85) e 120 mila voti rispetto a dicembre, ma, tenendo conto dell’aumento dell’astensione (dal 26,8 al 30,1%), passano dal 22 al 22,6%. Per Pedro Sánchez è una boccata d’ossigeno. Ora bisognerà capire se lo obbligheranno alle dimissioni o se lo lasceranno traghettare il partito in un momento complicato. Alla sua principale avversaria dentro il PSOE, Susana Díaz, presidente dell’Andalusia, non è andata meglio: nella sua regione è stata superata dai popolari, dopo anni di egemonia socialista. Non è nella condizione di forza per chiedere la testa di Sánchez. Di certo, si aprirà un serrato dibattito interno perché non si capisce ancora quale posizioni avrà il PSOE nei confronti del PP: appoggio esterno, opposizione o larghe intese?
 
Per Ciudadanos si tratta invece di una cocente sconfitta. Il partito guidato da Albert Rivera perde 400 mila voti e ben 8 deputati (da 40 a 32), penalizzato anche dal sistema elettorale spagnolo. Diventa una forza non ancora residuale (ha comunque ottenuto più di 3 milioni di voti), ma che potrebbe diventarlo, come è successo nel recente passato per Unión Progreso y Democracia (UPyD) o negli anni Ottanta per il Centro Democrático y Social (CDS) di Adolfo Suárez. E soprattutto non è più indispensabile per un accordo di governo. Il finto cambiamento, la Podemos di destra, sembra già essere così una meteora del panorama spagnolo e molti voti sono andati persi a favore del PP che ha aumentato i consensi anche in Catalogna.

Torniamo alla sinistra e alla mancata spallata. Per Unidos Podemos non è una sconfitta, ma la delusione è grande. “Il risultato non è buono” ha commentato Iglesias. “Ci aspettavamo dei risultati differenti. È il momento di riflettere. La 'confluencia' si è comunque rivelata la strada corretta”. L’accordo con Izquierda Unida (IU) ha portato una perdita di circa un milione di voti e lo stesso numero di deputati (71) che le due formazioni avevano ottenuto separatamente a dicembre. E l’alleanza ora è sul banco degli imputati. Dal 20,6% ottenuto da Podemos sei mesi fa e dal 3,7% di IU si è passati al 21,1%, pari a oltre 5 milioni di voti. Non è poco, questo è certo, ma è molto meno di quel che ci si aspettava e che avevano rilevato i sondaggi e gli exit poll. Il sorpasso ai socialisti è rimasto un miraggio: ci sono quasi 400 mila voti di differenza. Ad esempio, a Madrid città Unidos Podemos prende meno voti che Podemos da solo a dicembre. Qualcosa non è andato per il meglio. La formazione di Iglesias migliora solo nei Paesi Baschi dove diventa primo partito sia in seggi che in voti, superando il Partido Nacionalista Vasco (PNV) – 5 seggi –, un dato da tenere presente in vista delle elezioni regionali del prossimo autunno. Si mantiene poi come secondo partito a Madrid e in Navarra, ma con un calo dei voti complessivi. Alle Canarie retrocede dalla seconda alla terza posizione. 

A mente fredda all’interno di Podemos si aprirà un forte dibattito interno proprio sulla scelta dell’alleanza con Izquierda Unida, soprattutto dopo il precedente scontro tra il leader Pablo Iglesias e il vice Íñigo Errejón. Il primo, da vero stratega e tattico della politica, aveva voluto fortemente questa 'bicicletta' con la sinistra radicale pensando che quei 3 o 4 punti percentuali di IU fossero stati sufficienti per scalzare il PSOE. Ma in politica 1 + 1 non fa sempre 2. Anzi, quasi mai. Errejón, il volto “populista” di Podemos, e studioso del post marxista Ernesto Laclau era contrario al ticket con l’Izquierda Unida ripulita e ringiovanita di Alberto Garzón. Le sommatorie, ancora una volta, non sembrano aver funzionato perché di sommatoria si trattava, non di un processo di confluenza – nato dal basso – come quello costruito dalla sindaca Ada Colau a Barcellona. 

Ci vorrà tempo per capire e sarebbe sbagliato dare sentenze definitive, andrà analizzato anche l’aumento del tasso di astensionismo, però Podemos ha chiaramente cambiato linea politica rispetto al passato. Se prima IU veniva considerata parte del problema, non la soluzione, perché appartenente alla “vecchia politica” incapace di rappresentare e incanalare la rabbia dei giovani e delle piazze indignate, adesso è diventata improvvisamente un alleato elettorale. Un riposizionamento che forse non tutti gli spagnoli hanno compreso. Soprattutto chi aveva sostenuto Iglesias perché “nuovo” e capace di rompere con le culture novecentesche. Altro fattore: Podemos, in quanto voto di rottura contro un sistema, era percepito come molto eterogeneo, in grado di pescare consensi a destra come a sinistra. L’essersi caratterizzato come forza di sinistra ha fatto perdere sicuramente il voto dei moderati. Dall’altra, molti attivisti di IU non hanno visto di buon occhio l’alleanza con Podemos (considerata troppo poco di sinistra) e soprattutto le costanti apertura al PSOE nell’idea di un governo delle sinistre, simile a quello portoghese in carica. In ogni caso, como segnala Fray Poll su Ctxt, “al di là del risultato avverso, è evidente che, in relazione al sistema elettorale, l’alleanza ha funzionato e che è stata una strategia razionale. Un’altra cosa sono le possibili conseguenze per quanto riguarda la fedeltà degli elettori e la loro mobilità”.

Anche le alleanze legate a Podemos che si sono presentate in diverse regioni non hanno fatto l’exploit che ci si aspettava. In Catalogna, dove gli indipendentisti catalani di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) e Convergència Democràtica de Catalunya (CDC) tengono con, rispettivamente, 9 e 8 deputati, En Comú Podem – formato da Barcelona en Comú, Podemos, ICV-EUiA ed Equo – si conferma primo partito, con 12 deputati, ma perde circa 100 mila voti. A Valencia, la coalizione “A la Valenciana”, formata da Compromís, Podemos e IU, si mantiene come secondo partito (9 deputati), ma aumenta la distanza con il PP (13 deputati). Anche nelle Baleari gli equilibri non cambiano: Units Podem Més, che riunisce Podemos, IU e i nazionalisti di sinistra di Més, non ha migliorato i risultati di dicembre (2 deputati), mentre in Galizia, En Marea – formata da Podemos, IU, i nazionalisti di sinistra di Anova e le liste municipaliste che governano a La Coruña e Santiago de Compostela – viene superata dai socialisti, diventando terzo partito, e perde un deputato (da 6 a 5). 

E adesso che succederà? I risultati di ieri ancora una volta non garantiscono la governabilità del Paese iberico, ma nessuno vuole andare a nuove elezioni a dicembre prossimo. Si tratterebbe delle terze elezioni in un anno, un’assurdità. Le prossime saranno settimane chiave, dunque, per capire che governo avrà la Spagna. Il 19 luglio si formerà il nuovo Parlamento. I partiti non aspetteranno fino ad allora – come era successo a dicembre – per cercare di mettersi d’accordo, anche perché le pressioni dei mercati e delle istituzioni europee peseranno. Si tenga presente che a inizio luglio la Commissione Europea deciderà se multare la Spagna con 2 miliardi di euro per il deficit di bilancio del 2015. Si potrebbe avere un nuovo governo prima della pausa di agosto. È l’opzione che caldeggiano Rajoy e il PP.

Sono sfumate due ipotesi valide fino a ieri pomeriggio: quella di un governo di centro (PSOE e Ciudadanos) e quella di un governo delle sinistre (PSOE e Unidos Podemos). In realtà, quest’ultima opzione sarebbe teoricamente possibile visto che PSOE e Unidos Podemos sommano 156 seggi. Avrebbero però bisogno dei voti degli indipendentisti catalani e dei nazionalisti baschi (22 deputati in totale) per superare quota 176, che è la maggioranza assoluta nelle Cortes di Madrid. Ma il referendum catalano è inaccettabile per i socialisti che tra l’altro non ne vogliono proprio sapere di avere Iglesias al governo.

Rimangono varie declinazioni di un governo di grande coalizione o di “concentrazione”. Potrebbe trattarsi di un governo in minoranza del PP grazie ad un astensione dei socialisti o di un governo alla tedesca, con popolari e socialisti al governo. Rimane da capire se i popolari vorranno anche Ciudadanos in un eventuale governo di larghe intese o se preferiranno lasciarlo all’opposizione per eliminare l’unico possibile avversario che hanno nel centro-destra. La grande questione è poi capire se i socialisti chiederanno la testa di Rajoy: lo hanno ripetuto continuamente, ma il leader del PP ora può trattare da una posizione di forza. Sullo sfondo rimane ancora la possibilità di un governo Monti alla spagnola. E qui Podemos, forse, potrà dire ancora la sua. La storia infatti non appare per niente finita. Íñigo Errejón nel discorso di ieri – fatto davanti a migliaia di persone convocate nella piazza del Museo Reina Sofia di Madrid – ha tenuto a specificare che il cammino è ancora lungo: “La nostra posizione è determinante e sarà decisiva per il cambiamento, ma in alcune occasioni questo non si produce nei tempi e nei modi che si vorrebbe”.

E’ tutto in divenire. Intanto il PP non ha ottenuto la maggioranza assoluta e Podemos consolida il suo blocco. E, soprattutto, va ribadito che la Brexit ha condizionato il voto, al di là delle strategie e delle alleanze con Izquierda Unida. In tal senso, fuori luogo appaiono le dichiarazioni di Manlio Di Stefano, deputato grillino e responsabile esteri, che rivendica la scelta del M5S di non scendere a patti e compromessi con altri partiti: “Per quale motivo – ha detto - un elettore dovrebbe affidarsi ad un partito nuovo, che si propone come rivoluzionario e alternativo, ma si presenta in coalizione con l’estrema sinistra di Izquierda Unida? Se devo votare una finta novità per essere poi tradito come i greci con Tsipras, allora preferisco votare direttamente per i vecchi partiti almeno so cosa mi aspetta. La storia non lascia scampo in questi casi”. Fermo restando le differenze tra Podemos e M5S, lo stesso M5S alle scorse Europee doveva dare una spallata al PD. Così non è stato. Poi è successo che il M5S di Grillo ha avuto la capacità di rilanciarsi alle recenti amministrative e ora in chiave nazionale. La partita per il cambiamento è ancora aperta e Podemos, dall’opposizione, potrà dire la sua. Chi non vorrebbe perdere ottenendo il 21 per cento dei consensi e 5 milioni di voti? 

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