martedì 9 agosto 2016

Divieto di satira. «Niente battute su Renzi, niente politica, niente satira...». Le regole per la ripartenza di «Mamma non Mamma» e il casino scoppiato dopo un post su Facebook

È scoppiato un prevedibile casino per un post che ho scritto su Facebook, annunciando la ripartenza del programma Mamma Non Mamma su Radio2. O meglio, la partenza di un altro programma con lo stesso titolo e le stesse autrici e conduttrici: attrice e imitatrice Federica Cifola, autrice satirica io. (E altre cose, che preferisco saper fare dieci cose male piuttosto che una sola bene, ma a Radio2, quando mi hanno chiamato nel 2008, non mi hanno voluto per scrivere i romanzi, mi hanno voluto per fare la satira, che faccio ogni giorno in pillole a Un giorno da pecora. Facevo, che a settembre Un giorno da pecora trasloca su Radio1). Ecco il post: «Ricapitolando: niente battute su Matteo Renzi, niente politica, niente satira, niente personaggi, niente imitazioni, niente copioni, niente ‘scenette’ qualunque cosa siano, niente comicità e che altro… ah, niente battute sul fatto che non si può dire ‘comunista’. Quel che resta – il mio imbarazzo e il bene che ci vogliamo io e Federica Cifola – va in onda ogni sabato e domenica in diretta su radio2, dalle 18 alle 19.30».
L’ho scritto per correttezza nei confronti dei nostri ascoltatori, che si sarebbero domandati – e si sono domandati – ma come mai non fate più le imitazioni? Ecco perché: ci hanno chiesto di fare un programma diverso. Diverso da quello che aveva funzionato benissimo anche in termini di ascolti, cosa per la quale si era complimentata con noi la direttrice Paola Marchesini due anni fa, dopo la prima edizione del programma. Poi, sono cominciati i paletti. Lo scorso annoMamma Non mamma è tornato in palinsesto ma «Con una satira più attenta agli aspetti atropologici». Eh? Senza la mamma di Matteo Renzi. «Ma ha senso non fare la mamma di Renzi e fare quella di Alfano?!» Domando. Ovviamente no, e allora niente mamme dei politici e nemmeno politici, niente più Paola Taverna o Michaela Biancofiore.
Andiamo in onda facendo comunque satira politica (mica ho capito come si distingue quella antropologica da quella politica, ma è un limite mio), ad esempio con il personaggio di Angela Merkel che imponeva le riforme strutturali alla Grecia come scusa per incontrare ai vertici l’allora ministro delle finanze Varoufakis («Varoufakis, se non vieni qui subito vi chiudo le banche e vi spremo tutte le olive del Peloponneso!» «Ma gliele avete fatte chiudere veramente le banche!» «Ma era una scusa per vederlo! Non ti sei accorta che le mie erano tutte richieste senza senso?! Me ne inventavo di tutti i colori così lui era costretto a precipitarsi da me! E gli privatizzavo le autostrade, e gli tagliavo le pensioni… con questo nuovo ministro non mi diverto perché non si accorge che scherzo. “Tsakalotos! Taglia le pensioni!” E lui lo fa. “Tsakalotos, se vuoi restare nell’euro scrivi la seguente riforma strutturale: da domani in tutta la Grecia il Sirtaki parte veloce e finisce lento…» «Ma è una riforma senza senso!» «E perché, invece privatizzare il Pireo ti pare sensato?! Ma dai, siamo seri, è come se io privatizzo il Reno!»). O con la direttrice del Fmi Christine Lagarde, mamma così severa che ai figli non dava la paghetta: gli faceva un prestito.
Quest’anno ci chiedono di andare di nuovo in onda senza fare satira politica («Sì, come l’anno scorso», penso. E mi ricordo di un aneddoto che girava molti anni fa su come aggirare la censura in Rai: metti nel copione una bestemmia, una scena di sesso e la battuta sul politico che vuoi far passare. Il funzionario ti toglie la bestemmia e tu protesti. Ti toglie la scena di sesso e tu protesti. A quel punto, convinto di averti censurato abbastanza, ti lascia la battuta sul politico… era un aneddoto di molti anni fa, che oggi la scena di sesso se non c’è te la fanno aggiungere).
Mi metto a scrivere i nuovi copioni del mio personaggio preferito, il capo dell’ufficio del personale che ci chiama in diretta per piazzare i raccomandati: «Ma a cosa mi serve uno scenografo alla radio?!» «Fornario, questo deve lavorare perché è stato raccomandato da presidente del Consiglio in persona!» «Da Renzi?!» «Seh, magari! Con i tempi della burocrazia Rai dobbiamo ancora piazzare i raccomandati da Mussolini nel 1923!» «Ma se non c’era ancora la Rai!» «Certo, quella Mussolini l’ha creata apposta per piazzare i raccomandati. Che infatti prima si chiamava Eiar, Ente Italiano Raccomandati e Amici. Poi Rai, Raccomandati Italiani…».
Ma no, stavolta – ci spiegano – non solo niente satira politica su Renzi o sulla bambola gonfiabile di Salvini: proprio niente personaggi. Niente imitazioni, niente copioni, niente “scenette”. «Ma non possiamo rifare Mamma Non Mamma svuotandolo di tutto – osservo – perché verrebbe fuori un programma banale». (Inoltre, sarebbe stato utile sapere che queste erano le condizioni per lavorare prima di rifiutare altri lavori, ma così è la vita: il tempismo non è mai stato la mia specialità). E allora proviamo a dare un senso di servizio – di servizio pubblico! – al programma, facendolo diventare un’altra cosa. Resto convinta che sapessi assolvere meglio al compito facendo quello che so fare meglio, e il perché la satira sia un servizio pubblico, nel caso ci fosse bisogno di spiegarlo, lo lascio spiegare a Groucho Marx: «La prima cosa a sparire quando un paese viene trasformato in uno stato totalitario è la commedia e i comici. Poiché le persone ridono di noi, non credo che capiscano davvero quanto siamo essenziali per la loro salute mentale».
Nell’ultima puntata, ad esempio, abbiamo provato a dare un senso di servizio pubblico parlando dei libri per bambini che ti cambiano di un poco in meglio la vita, come La guerra del burro del Dr. Seuss (scriverne è anche un modo per dare un senso dfinitivo a questo pezzo). Questo senza però rinunciare a spigare perché il programma prima era una cosa e poi un’altra: che secondo anche questo è un servizio pubblico, anche spiegarlo. Se tutti i colleghi che mi hanno scritto in privato dicessero in pubblico le cose che mi hanno scritto sarebbe evidente, ma non possono farlo perché vivono di questo lavoro e non possono rischiare di perderlo come l’ho perso io. Per mia scelta, eh, che stamattina, quando il post ha cominciato a circolare, ho ricevuto una telefonata della capostruttura, molto risentita perché avevo tradito la sua fiducia e dimostrato in questo modo la gratitudine per tutti i soldi che mi aveva fatto guadagnare in questi anni. Le ho spiegato, pacatamente, che non le devo nessuna gratitudine perché in questi anni ho lavorato con ottimi risultati e sono stata pagata per le mie prestazioni professionali, che si comprano quelle ma le persone no, o almeno non questa. Non ci sono quindi più le condizioni per fare satira politica su Radio2 e nemmeno più – per quel che mi riguarda – quelle per lavorare serenamente a un programma diverso, di servizio pubblico.
Ma c’è sempre La guerra del burro da leggere e un mondo fuori da raccontare da qualche altra parte, con qualche altro mezzo. A cominciare da questo, che ora avrò di nuovo tempo per scrivere sul manifesto! Oh, mi sa che ho armato questo casino apposta.
di Francesca Fornario in ilmanifesto.info

Pubblica amministrazione, riforma per 30 mila dirigenti. Addio soft a carta

Il Governo lavora senza sosta alla riforma della dirigenza pubblica, con novità su tutti i fronti dalla durata degli incarichi alla licenziabilità. Cambiamenti in arrivo quindi per oltre 30 mila 'capi', dislocati tra ministeri, agenzie fiscali e Regioni. Il decreto, che attua la delega Madia, dovrebbe approdare in Consiglio dei ministri in settimana insieme a un'altra serie di provvedimenti targati P.a, compreso il nuovo Codice dell'amministrazione digitale, in cui saranno definiti i paletti per un addio soft alla carta.
Con tutta probabilità sarà reso meno perentorio il termine del 12 agosto come data ultima per lo switch off al formato elettronico. Tornando ai dirigenti pubblici, si tratta di una riforma nella riforma, perno su cui deve girare l'intera macchina dello Stato. Tra i punti fermi: la durata degli incarichi di due anni, dopo di che bisogna ripassare per una selezione. Ma l'esperienza può finire prima, infatti se non si raggiungono i target fissati scatta la revoca o salta la retribuzione di risultato (-80%). Soprattutto non si è dirigenti a vita e se si resta privi di incarico dopo un certo periodo, l'ipotesi è quella di sei anni, c'è la "decadenza" dal ruolo, che letta fuori da tecnicismi significa licenziabilità (le bozze parlano anche di una decurtazione dello stipendio). La riforma regola anche l'accesso alla dirigenza: non basta passare il concorso, per essere confermati occorre superare un periodo di prova di tre anni, altrimenti c'è il declassamento a funzionari. Inoltre diventa obbligatoria la laurea specialistica e per chi viene chiamato, senza concorso, si va verso un tetto unico del 10%.
Altro caposaldo della riforma: eliminazione della fasce ed unificazione dei ruoli, il dirigente è dirigente della Repubblica e non di una singola amministrazione. A vigilare su tutto saranno tre commissioni, una per ogni livello (statale, regionale e locale). Si sta poi valutando una disciplina 'rafforzata' per i posti a rischio corruzione, con la possibilità di rimozione anche in presenza di condanne non definitive da parte della Corte dei Conti. Verso il Cdm, le date in ballo sono mercoledì 10 e giovedì 11, anche il nuovo Codice dell'amministrazione digitale, che tra l'altro prevede il domicilio elettronico, lo sblocco ai micropagamenti via sms, l'incentivo allo smartworking, l'istituzione di un commissario ufficiale all'Agenzia digitale.
Non solo, nel testo dovrebbe essere inserita una clausola che congela le ormai vecchie regole per la formazione dei documenti informatici, svolta per chiudere con la carta nella P.a. Si tratterebbe di uno stop di sei mesi, necessario per aggiornare il quadro e permettere ai ritardatari di recuperare. Di certo per la fine della settimana sarà legge il provvedimento 'taglia partecipate': già confezionato, aspetta solo l'ultimo vaglio da palazzo Chigi. Figli della delega Madia, pressoché pronti per il Cdm, anche i decreti sul processo contabile, il riordino delle Camere di commercio e degli enti di ricerca. Se qualcosa dovesse restare fuori c'è già una data di riserva: il 25 agosto. Insomma la P.a. non va in vacanza.
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