mercoledì 19 aprile 2017

Bianco, liquoroso, naturale: il vino da messa è un business

Prodotto da conventi ma anche da cantine private, deve rispettare le rigide regole del diritto canonico
C'è un vino «naturale» che andava di moda molto prima che la nicchia dei prodotti «bio» esplodesse.
È il vino da messa, un settore molto particolare dell'enologia italiana che pochi giorni fa ha celebrato a Verona la sua «liturgia», il Vinitaly.
Mentre i vini comuni deve rispettare le regole imposte dal disciplinare, dal mercato, dalla critica e dalle guide di settore, i vini da messa devono essere realizzati in base alle regole dettate dal Codice di Diritto Canonico derivato dal Pio-Benedettino del 1917 e che ha fatto una messa a punto nel 1983 sotto Giovanni Paolo II. Il canone 924 comma 3 dispone che «vinum debet esse naturale ex genimine vitis et non corruptum». In parole povere non deve contenere niente altro che uva. La genuinità viene garantita con controlli su campioni condotti da un vicario foraneo, cui segue il sigillo della Curia. Solo così è garantita la validità del sacramento dell'eucarestia. Non esiste un colore stabilito, ma negli ultimi decenni il classico rosso sangue (di Cristo) è stato sostituito generalmente dal bianco meno visibile in caso di macchia sui paramenti o sulla tovaglia cagionata da un parroco malcerto o goffo. Più che la simbologia poté la lavanderia. Per un altro motivo pratico, la necessità di conservazione (ogni giorno se ne conservano 30 ml, quindi una normale bottiglia da 750 ml dura in media 25 giorni), spesso si prediligono vini liquorosi, con alta gradazione alcolica. E quindi proprio il Vin Santo, chiamato non a caso in tal modo, e prodotto principalmente in Toscana ma anche in altre regioni dell'Italia Centrale da uve Trebbiano e Malvasia, e anche nel Nord-Est da uve Garganega.
Ma chi produce vino da messa? Il sito Winenews, tra i più importanti del mondo del vino, in occasione del Vinitaly ha fatto un viaggio tra i produttori di vino liturgico. Spesso si tratta di monasteri, conventi, istituzioni religiose, come il Convento di Santa Chiara di Montefalco, da cui proprio grazie al recupero delle barbatelle per la produzione di vino da messa è partito decenni fa il rilancio del Sagrantino, uno dei grandi vini dell'Italia Centrale. O come l'Abbazia di Praglia, nei Colli Euganei, dove i monaci vignerons producono vini dai nomi evocativi come «Hora Prima» e «Sollemnis». O come nel Convento dei Frati Francescani di Mezzolombardo, in Trentino, dove si fa del Teroldego da Eucarestia. O ancora come l'Abbazia di Novacella in Alto Adige, che ha una certa fama anche tra i connoisseur per i vini normali. O ancora come il Monastero «del Moscato» di Santo Stefano in Balbo, dapprima abbandonato dalle suore e poi recuperato da volenterosi produttori locali della celebre uva bianca aromatica. Suggestivi vigneti di monasteri di città si trovano a Roma (Convento francese del Sacro Cuore a piazza di Spagna) e Venezia (Convento dei Carmelitani Scalzi).
Ma a volte a fare il vino sacro sono produttori profani, cantine laiche e private autorizzate a ciò ogni due anni dal vescovo. A Marsala produce vino da messa liquoroso la storica cantina Carlo Pellegrino, da uve Zibibbo. A Cocconato d'Asti Roberto Bava fa un vino bianco liquoroso da Moscato. Altri vini sono il Communio di Dynamis, il Domus e quello dell'azienda siciliana Martinez. Il prezzo? Tra i 6 e i 7 euro per bottiglie che spesso, oltre al tradizionale formato da 750 ml, sono da un litro pieno. La messa è finita, il vino no.

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