lunedì 17 aprile 2017

Turismo esperienziale e culturale, 610 mln in 10 giorni


(di Cinzia Conti) (ANSA) - ROMA, 17 APR - Un tesoro di 610 milioni di euro in 10 giorni, in crescita del 3,5% rispetto allo scorso anno e destinato a crescere ancora se sfruttato nel modo giusto. E' il valore che avrà - durante il super ponte di primavera tra sabato 22 aprile e lunedì 1 maggio - il fatturato del turismo legato all'immenso patrimonio artistico e culturale d'Italia ma anche quello, altrettanto variegato e ricco, del turismo "esperienziale". Insomma ben vengano Colosseo, Torre di Pisa e Canal Grande ma partecipare alla vendemmia, cucire un vestito da sogno in un'antica sartoria, mozzare la pasta filata dal latte di bufala o andare a caccia di tartufi con un esperto non valgono certo di meno per chi visita l'Italia. A certificarlo è un'indagine Cna secondo cui il turismo culturale, al cui interno è in vistosa crescita il settore esperienziale, ha un'incidenza di un terzo sul totale del Pil turistico. E per questo settore i vacanzieri spenderanno in media 80 euro al giorno, con il traino dei turisti stranieri che ne investiranno addirittura 90. 

Sempre più rilevanti diventano, dunque, nell'individuazione delle mete, non solo il territorio e le sue bellezze naturali e paesaggistiche (l'elemento più importante per la scelta della località per il 40% dei turisti), ma anche l'organizzazione dei servizi e l'accessibilità (35%). 

Un posto di rilievo nel turismo delle esperienze, in cui la vacanza ruota attorno ai sogni e ai bisogni del turista che non è più solo un consumatore ma un curioso esploratore, è occupato dalla gola: oltre il 60% si lascia sedurre dai prodotti agroalimentari di eccellenza. A trainare la graduatoria del gusto i laboratori artigiani e le botteghe di salumi e formaggi (25%) e vini e liquori (25%). Al 20% si piazzano i prodotti da forno e pasticceria. Al 15% le paste e poi il miele, le conserve, le salse e le marmellate. 

Molto consistente, e quasi tocca la metà delle opzioni attestandosi intorno al 40%, è anche la scelta del grande artigianato. Il settore più gettonato è quello dei manufatti in metallo, vetro e ceramica (35%), tallonati dall'abbigliamento e ricami (30%); a seguire prodotti in cuoio e pelle (15%), oggetti e arredi in legno (10%) e gli altri prodotti artigianali (10%). 

Infine secondo la Cna il 45% dei turisti si costruisce la vacanza in autonomia, svincolata dalle offerte, spesso organizzandola a ridosso della partenza, compatibilmente con le proprie disponibilità. Il 40% sceglie percorsi e pernottamenti esclusivamente sul web, mentre il rimanente 15% compra i pacchetti, offerte uniche costruite da professionisti comprensive di pernottamenti ed esperienze. 

Il 35% punta su località in aree costiere e più o meno la stessa quota sceglie zone di montagna, colline, laghi e fiumi. Il residuo 30% preferisce centri d'arte e cultura. Disaggregando le preferenze per macro aree geografiche, nelle regioni del Nord Ovest si dirige il 25% dei turisti (+5% rispetto al 2016), il 20% preferisce Nord Est (+4%), Centro (+3%) e Mezzogiorno (+3%) e il rimanente 15% opta per Sardegna e Sicilia (+2%). (ANSA).

La scuola buona, a cinquant’anni da Lettera a una professoressa

A questo punto mi occorre spiegare il problema di fondo di ogni vera scuola. E siamo giunti, io penso, alla chiave di questo processo perché io maestro sono accusato di apologia di reato cioè di scuola cattiva. Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona. La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi.
Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici
Nel maggio del 1967 esce per la piccola casa editrice fiorentina LEF un libro dal titoloLettera a una professoressa. L’hanno scritto don Lorenzo Milani e gli alunni della scuola di Barbiana, una canonica del Mugello a pochi chilometri da Firenze. Un luogo sperduto dell’Appennino, afflitto, ancora negli anni del miracolo economico, dalla miseria e dall’arretratezza. Un luogo di esilio dove don Milani è arrivato il 7 dicembre del 1954, a 31 anni. Niente acqua, né luce, né una strada per arrivarci. Ci vivevano quaranta anime.
Eppure in pochi anni, grazie a questo prete, Barbiana diventa un luogo conosciuto da tutti, e non solo in Italia. Nasce lì, nel 1958, Esperienze pastorali, visto da molti come concreto e profetico contributo al Concilio Vaticano II, immediatamente messo all’indice dalla curia romana che, pur non vietandolo ufficialmente, ne impedisce la pubblicazione. Da Barbiana, nel 1965, parte un invito alla disobbedienza rivolto ai parroci militari. Un testo, pubblicato dal periodico comunista Rinascita e ricordato come L’obbedienza non è più una virtù, che porterà in tribunale don Milani e gli causerà addirittura una condanna dopo la morte.
E sempre a Barbiana nasce il testo più noto di don Milani e della sua scuola, Lettera a una professoressa, autentico livre de chevet di una generazione. “Libretto rosso” del movimento del sessantotto italiano, vademecum di ogni insegnante democratico per anni. Visto oggi come anello centrale di una riflessione sulla necessità di riformare il sistema educativo, che sfocerà nelle grandi battaglie per la scuola degli anni settanta. Ma visto, anche, come l’inizio della fine di tutto: dell’autorità degli insegnanti, della voglia di studiare dei ragazzi, dello stare in disparte dei genitori, come l’inizio, insomma, del “donmilanismo”.
“Noi abbiamo costruito negli anni, grazie anche alle idee di don Milani, una scuola che non insegna più nozioni”, ha scritto Paola Mastrocola. E in un articolo di Sebastiano Vassalli si può leggere: “La mitica scuola di Barbiana (…) era in realtà una sorta di pre-scuola (o di dopo-scuola) parrocchiale, dove un prete di buona volontà aiutava come poteva i figli dei contadini a conseguire un titolo di studio, e se non ci riusciva, incolpava i ricchi”.
Un invito a organizzarsi
Lettera a una professoressa è dunque diventato un libro manifesto, ma non nel modo auspicato dai suoi autori. Eppure il libro è cristallino: non è, né vuole essere, un testo scritto per i ragazzi che vanno all’università, né per i loro genitori, ma per i genitori di chi, all’università, non ci arriverà mai. La lettera è un invito a organizzarsi. Perché la scuola pubblica, così come l’hanno conosciuta i ragazzi di Barbiana e non solo, è una scuola per ricchi, per i “Pierini d’Italia”. La riforma delle scuole medie del 1963 non aveva modificato questa situazione. La scuola di don Milani è una denuncia nei confronti di governi cattolici che per tutto il dopoguerra hanno occupato il ministero della pubblica istruzione (6 ministri laici su 34).
Don Milani sa bene che il suo non è un progetto di riforma ma una testimonianza, scritta in prima persona plurale, con un noi che ha nomi e cognomi. “So che a voi studenti queste parole fanno rabbia”, scrive alla giovane Nadia Neri in una delle sue lettere più belle, “che vorreste ch’io fossi un uomo pubblico a disposizione di tutti, ma forse è proprio qui la risposta alla domanda che mi fai. Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola (e questo l’hai capito anche te). Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio”. E ancora:
La scuola non può essere che aconfessionale e non può essere fatta che da un cattolico e non può esser fatta che per amore (cioè non dallo Stato). In altre parole la scuola come la vorrei io non esisterà mai altro che in qualche minuscola parrocchietta di montagna oppure nel piccolo di una famiglia dove il babbo e la mamma fanno scuola ai loro bambini.
Il suo, dunque, non è neppure un modello da imitare, come in molti ancora oggi pensano. Eppure, nella sua esemplare essenzialità, questo piccolo esperimento pedagogico che si traduce in una scuoletta di montagna e nella pubblicazione di un libro, poco più di un opuscolo, diventa la scintilla di una rivoluzione. E ancora oggi mobilita il ricordo, innesca passioni, divide e fa litigare, si fissa nella memoria collettiva come un punto di passaggio epocale quando si parla di scuola ma anche di giovani, generazioni, movimenti.
Questo perché fin da pochi mesi dopo la sua pubblicazione il libro acquista una vita completamente autonoma, Lettera a una professoressa è, infatti, il risultato di anni di lavoro e riflessione sulle storture del sistema scolastico italiano e per questo è un libro degli anni sessanta, ma si pone anche l’obiettivo di dire basta con questo ritardo nell’adempimento del dettato costituzionale che vorrebbe il diritto allo studio uguale per tutti. Per questo viene subito adottato dal movimento studentesco.
Su Lettera a una professoressa si fanno seminari in tutte le università occupate; alla Biennale di Venezia del 1968 diventa uno spettacolo teatrale contro l’autoritarismo. Gli insegnanti lo usano per sperimentare nuove forme di didattica; a Roma, all’acquedotto Claudio, don Sardelli fonda una scuola popolare ispirata all’esperienza di Barbiana. Viene definito un libro maoista. Gianni Rodari e il Movimento di cooperazione educativa gli dedicano scritti e riflessioni. Tutti coloro che hanno a cuore il problema dell’educazione si confrontano con Lettera a una professoressa.
Il ruolo di maestre e maestri
In molti dimenticano che il libro riguarda la scuola dell’obbligo e non il liceo o l’università. La questione dell’obbligo scolastico è più di ogni altra la cartina di tornasole di ogni sistema che voglia dirsi democratico. A fine anni sessanta è ampiamente disattesa, dalle famiglie ma anche dallo stato che consente un doppio binario scolastico, per chi ha tutte le parole a casa, può fare ripetizioni, e chi non può.Lettera a una professoressa diventa il vademecum dei primi, ma per fortuna ha ricadute importantissime anche sulla vita dei secondi.
Questo grazie alle maestre e ai maestri che trasformano la scuola primaria italiana, e grazie ai linguisti che colgono l’originalità radicale dell’esperienza di Barbiana: il cuore della lettera e di tutto l’insegnamento di don Milani non sta nel non bocciare, o nel disobbedire, quanto nel ben più impegnativo dare tutti gli usi della parola a tutti. La lingua non è mai statica, né unica né definita o definibile una volta e per sempre: strati e stati si accavallano e convivono; quando uno di essi vince (quando cioè l’innovazione da eterodossa viene accolta come ortodossa), i puristi si sforzano di conservarlo, i grammatici di descriverlo, i maestri di insegnarlo.
Lettera a una professoressa va oltre tutto questo perché coniuga la questione della lingua, che è questione antica, ai cambiamenti della società postindustriale nella quale un analfabeta, come dice un vecchio contadino alla Rai degli anni sessanta, “è cieco”. “La scuola siede tra il passato e il futuro”, scrive don Lorenzo Milani, “e deve averli presenti entrambi”.
Scrive Oronzo Parlangeli, filologo, nel lontano 1969:
È colpevole e stupida l’omertà di chi fa dipendere la propria fama dalla percentuale, o dalla massa, dei promossi e non invece dal livello della preparazione dei promossi. Coloro i quali bocciano solo per il gusto di bocciare sono criminali pericolosi e sadici, ma altrettanto pericolosi sono coloro i quali (o per far carriera o per pecoronismo gerarchico o per smania di passar pernovatores) promuovono tutti e pretendono che tutti siano promossi: anche per costoro dovrebbe esserci un’azione penale o il manicomio.
Eppure i ragazzi della scuola di Barbiana hanno scritto:
Gli onorevoli costituenti credevano che si patisse tutti la voglia di cucir budella o di scrivere ingegnere sulla carta intestata (…) Tentiamo invece di educare i ragazzi a più ambizione. Diventare sovrani! Altro che medico o ingegnere”. Il fatto, continua il filologo, è che abbiamo confuso il sacrosanto diritto allo studio con lo stupido diritto alla laurea. Persino la rivolta degli studenti che era e dovrebbe essere generosa contestazione giovanile contro le ipocrisie e i vaniloqui, rischia di adulterarsi o si è già adulterata in uguali ipocrisie e vaniloqui (anche se di segno contrario) e in una perniciosa ricerca del diciotto, quale… minimo sindacale garantito. E i riformatori politici, che già tremavano sotto l’impeto della violenta, ma sacrosanta protesta di chi non è integrato nel sistema (e perciò dice ciò che pensa), ebbene, possono tornare a baloccarsi con esiziali alchimie partitocratiche.
Amen. Bastano queste poche righe per raccontare l’impatto del libro, i suoi fraintendimenti, lo svuotamento dell’aspetto più radicale del suo messaggio, la strumentale sovrapposizione delle sue tesi con quelle di una parte del movimento studentesco. Oggi la sua rilettura viene fatta in nome dell’antisessantottismo e assume una funzione antidemocratica. I primi a mettere in discussione l’utilità della lettera sono stati proprio i professori “democratici” che l’hanno letta e usata per anni: letta, usata e non capita. Nel 1978 un articolo sul Manifesto pone il problema: come comportarsi con i ragazzi del 1977? Bisogna bocciarli. Quindi don Milani aveva torto…
Consapevole di queste strumentalizzazioni, nel 1982 padre Ernesto Balducci si chiede: “Ha ancora un senso riproporre all’attenzione pubblica Lorenzo Milani?”. E ancora: “Il limite di fondo della proposta milaniana è oggi più visibile: non è possibile chiedere alla scuola-istituzione quel che invece può offrire una scuola spontanea animata da un maestro ‘carismatico’. In quanto è un servizio reso a tutti i cittadini, secondo le regole oggettive dello stato di diritto, la scuola di stato non può essere progettata facendo affidamento sulla eventualità della ricchezza soggettiva degli educatori”.
Ma, aggiunge, la contrapposizione fittizia creatasi tra l’umanità della scuola di Barbiana e la disumanità della scuola istituzionale è una balla, la riforma del 1974 risponde proprio all’idea milaniana che la scuola debba essere l’espressione della comunità civile in tutte le sue componenti, un invito ai genitori a organizzarsi, appunto, dentro la scuola pubblica: “Ecco perché la scuola di Barbiana, se vezzeggiata come un modello ideale, può favorire inerzie utopistiche o fughe nel privato. Essa non è un modello, è un messaggio, e il messaggio non si imita mai, è sempre un appello a nuove creazioni”.
Giovanni Miccoli, scomparso da poco e tra i più efficaci interpreti del priore di Barbiana, ha scritto:
Parlare o scrivere di don Milani è estremamente difficile. C’è il pericolo di appiattirne l’immagine, di semplificarne i contorni, assimilandolo frettolosamente all’una o all’altra delle grandi contrapposizioni che segnavano allora, e in parte segnano ancora oggi, la società italiana.
Appiattirne l’immagine, semplificarne i contorni per ridurlo a fenomeno comprensibile, catalogabile, replicabile. Come poi, puntualmente, è stato fatto, e continua ad essere fatto.
Viene in mente, pensando a don Lorenzo Milani, quanto scriveva Alberto Arbasino su Pier Paolo Pasolini in un articolo pubblicato su Il Giorno nel 1964: “Una larga sezione della nostra cultura gli ha deferito questo incarico, di rischiare a nome di tutti: perché è vero che chi scandalizza i puri di cuore va sacrificato a nome della collettività (che è rimasta a casa a godere a soffrire)”. Don Milani rischia davvero a nome di tutti. La sua stessa vita viene sacrificata sull’altare dello scandalo quando scrive Esperienze pastorali, in anni nei quali ai parroci è chiesto soltanto di leggere commenti alla scrittura, riassunti del catechismo e poi via a dir messa in latino.
Lui, invece, sceglie la parola, la lettura, insegna a vagliare, criticare, stabilire confronti, a scegliere la fonte, il documento. Al fine di sentirsi ognuno responsabile di tutto, come è scritto nella Lettera ai giudici:
Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto. Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande I care. E il motto intraducibile dei giovani americani migliori. ‘Me ne importa, mi sta a cuore’. E il contrario esatto del motto fascista ‘Me ne frego’.
Viene in mente, pensando a Lorenzo Milani, quello che scrive Alex Langer di Ivan Illich: “Qualcuno ne rimane deluso e lo trova ‘poco organico’, altri ne ricavano spunti decisivi per orientare la propria visione del mondo”. E allora il tentativo di renderlo sistematico, comprensibile, di decifrarlo, e farlo diventare di volta in volta un marxista in nuce, un proto sessantottino, la voce profetica della rivolta, ma anche appunto l’istigatore di risentimento sociale, l’invidioso, lo sciatto. L’icona, il martire, il folle, il presuntuoso, il più grande intellettuale italiano del novecento. Che fatica.
A don Milani invece dobbiamo molto, moltissimo, in termini di categorie analitiche, negli anni della “buona scuola”, del ritorno alla bocciatura, della farsa dei crediti formativi, della selezione non più di classe ma altrettanto spietata tra vincenti e perdenti (oggi si chiama meritocrazia), in termini di contributo alla riflessione, di contestualizzazione storica di fenomeni che appaiono immutabili.
Nessuna nostalgia
Tornare a don Milani, a Lettera a una professoressa e ai ragazzi di Barbiana ha un senso niente affatto nostalgico. Ben poco di affascinante c’è nella figura di un prete, burbero e autoritario, borghese e anti intellettuale, profondamente critico nei confronti della scuola pubblica. Ma non si tratta di questo. Nessuno oggi vuole fare l’errore di chi salì a Barbiana nel 1967 con la Lettera ai giudici in una mano e Herbert Marcuse nell’altra, sperando di trovare un guru, inventandosi di averlo trovato. Scoprendo in Lettera a una professoressa il viatico per la rivoluzione.
Bisogna rileggere Lettera a una professoressa a partire dalle proprie domande e dalle proprie esperienze, inserendola però all’interno di un contesto troppo spesso messo in ombra, da una lettura miope della figura di don Milani, essendo la sua eredità assolutamente non mediata dalla sua voce, ma solo da quella dei suoi eredi. Don Milani è morto infatti a 44 anni nel giugno del 1967, un mese dopo l’uscita del volume, alla fine di una lunga e dolorosissima malattia.
Si tratta, come suggerisce don Luis Corzo, di riprendere in mano Lettera a una professoressa e collocarla nel tempo, e poi rileggerla partendo dalla propria esperienza personale: “Far ricorso alla propria esperienza leggendo la sua, avvicinarsi a essa con le risposte e le domande che già ci incombono dentro, decisi a confrontare con lui le nostre ragioni più autentiche e profonde, quelle che cerchiamo in lui. Tali ragioni non sono né idee né consegne intransigenti, ma crivelli, filtri per l’azione, punti di vista e, in definitiva, libere opzioni”.
Crivelli, filtri per l’azione, punti di vista e, in definitiva, libere opzioni. Come ha scritto Gianni Rodari: “Tutti gli usi della parola a tutti. Mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”.
internazionale.it

MIGRANTI: ALTRI 8 MORTI IN MARE, SALVATE 2MILA PERSONE

SIRIA, 68 I BIMBI UCCISI AD ALEPPO. PAPA: FERMARE L'ORRORE Circa 2mila i migranti tratti in salvo ieri nel canale di Sicilia; 8 i cadaveri recuperati. A Catania è previsto oggi lo sbarco di 1.100 persone. A Reggio Calabria arrivati in 650, alcuni con segni di torture. Almeno 68 bambini e 13 donne tra le vittime dell'attentato contro i bus profughi di Aleppo. Ieri nuovo appello del Papa contro l'orrore in Siria e in favore del soccorso a quelli che ha definito i 'nuovi schiavi'. 
ansa

COREA NORD, PENCE: ERA PAZIENZA STRATEGICA E' FINITA

VICEPRESIDENTE USA VISITA ZONA CONFINE DEMILITARIZZATA "L'era della pazienza strategia è finita" con la Corea del Nord: così il vicepresidente americano Pence, aggiungendo che gli Usa useranno "qualsiasi mezzo necessario" per proteggere la Corea del Sud. Pence ha visitato la zona di confine demilitarizzata tra le coree e in giornata vedrà il premier sudcoreano Hwang. La Cina sta lavorando con gli Usa per risolvere "il problema" nordcoreano, afferma intanto Trump. 
ansa

F1: GP BAHRAIN; VINCE LA FERRARI DI VETTEL, RAIKKONEN 4/O

CALCIO: OGGI 36/MA GIORNATA SERIE B, SPAL OSPITA TRAPANI La Ferrari di Vettel vince il Gran premio di Formula 1 del Bahrein, precedendo le Mercedes di Hamilton e Bottas; quarto l'altro ferrarista Raikkonen: "buona Pasqua, grazie mille; oggi l'auto è stata un piacere", ha festeggiato Vettel in italiano. Calcio: oggi in campo la 36ma giornata di Serie B: Spal ospita il Trapani, il Frosinone il Novara e il Verona il Cittadella. (ANSA).

COREA NORD, USA: STIAMO VALUTANDO UNA SERIE DI OPZIONI

PENCE A CONFINE DEMILITARIZZATO, OGGI PREMIER SUDCOREANO Gli Usa stanno valutando "una serie di opzioni" in risposta a quello che considerano uno schema provocatorio della Corea del Nord, afferma il consigliere per la Sicurezza nazionale McMaster. Il vicepresidente americano Pence ha visitato il confine demilitarizzato tra le coree e in giornata vedrà il premier sudcoreano Hwang. La Cina sta lavorando con gli Usa per risolvere "il problema" nordcoreano, afferma intanto Trump.
ansa

USA: UCCIDE ANZIANO PER STRADA IN DIRETTA FB, RICERCATO

FOLLIA A CLEVELAND,37ENNE: HO COMMESSO ANCHE ALTRI 12 OMICIDI La polizia di Cleveland è a caccia di un uomo che ha pubblicato su Facebook l'omicidio in diretta in strada di un 74enne e ha affermato di aver compiuto anche altri 12 omicidi. Il ricercato è un afroamericano di 37 anni. Le autorità hanno lanciato un appello affinché si consegni e chiesto ai cittadini di stare in guardia. "Un crimine orrendo" lo ha definito Facebook, che ha però cancellato il video e il profilo dell'uomo solo dopo circa tre ore dall'accaduto. 
ansa

TURCHIA: ERDOGAN VINCE REFERENDUM DI MISURA, PAESE SPACCATO

DENUNCE DI BROGLI. PRESIDENTE: TUTTI RISPETTINO IL RISULTATO Saranno resi noti non prima di 10 giorni i risultati definitivi del referendum costituzionale sul superpresidenzialismo svoltosi ieri in Turchia, ma la commissione elettorale ha confermato la vittoria del 'sì'. Un successo di misura per Erdogan, con poco più del 51% e un Paese spaccato in due. L'opposizione denuncia brogli sul 3-4% dei voti. Il presidente turco ha parlato di "decisione storica che tutti devono rispettare" e ha annunciato un possibile referendum sulla reintroduzione della pena di morte 
ansa

I santi del 17 Aprile 2017


Santa CATERINA TEKAKWITHA   Vergine
Osserneon (Auriesville), New York, 1656 - Caughnawaga, Canada, 17 aprile 1680
Kateri Caterina Takakwitha è la prima santa pellerossa d'America. La sua breve vita (1656-1680) fu segnata dalla diversità. Era, infatti, figlia di una coppia mista: ...
www.santiebeati.it/dettaglio/49325
MADONNA DELL'ARCO   
www.santiebeati.it/dettaglio/91177
Santi SIMEONE BAR SABBA’E, USTHAZADE E COMPAGNI   Martiri in Persia
Persia, 341-344
San Simeone, detto Bar Sabba’e ossia «figlio del follatore», fu nominato vescovo (catholicos) di Seleucia-Ctesifonte in Persia, in seguito alla deposizione del vescovo precedente n...
www.santiebeati.it/dettaglio/92746
Sant’ ACACIO DI MILITENE   Vescovo
† 435 circa
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San WANDO (VANDONE)   Abate
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Sant' INNOCENZO DI TORTONA   Vescovo
Nasce nel IV secolo da una delle famiglie nobili di Tortona che proteggono i cristiani locali e che vengono sterminate durante la feroce persecuzione dell'imperatore Diocleziano, c...
www.santiebeati.it/dettaglio/91520
Santi PIETRO ED ERMOGENE   Martiri
www.santiebeati.it/dettaglio/49810
San ROBERTO DI MOLESME   Abate di Citeaux
Troyes, Francia, 1024 circa – Molesme, Francia, 21 marzo 1111
San Roberto di Molesme fu come il chicco di frumento che deve morire per portare frutto e la sua “morte” avvenne per mano dei suoi stessi confratelli. Fondata Molesme infatti, si t...
www.santiebeati.it/dettaglio/51350
San PANTAGATO DI VIENNE   Vescovo
475 - 540
www.santiebeati.it/dettaglio/49820
San DONNANO E COMPAGNI   Martiri
www.santiebeati.it/dettaglio/49830
Santi ELIA, PAOLO E ISIDORO   Martiri
www.santiebeati.it/dettaglio/49840
San ROBERTO DI LA CHAISE-DIEU   Abate
m. La-Chaise-Dieu, Francia, 17 aprile 1067
San Roberto, appartenente alla famiglia dei Turlande, o di La-Chaise-Dieu (Casa Dei), nacque nella regione francese dell’Alvernia all’inizio dell’XI secolo. Diven...
www.santiebeati.it/dettaglio/49850
Beato GIACOMO DA CERQUETO   Sacerdote agostiniano
Cerqueto, Marsciano, 1284 c. - Perugia, 1367
Nato a Cerqueto (Perugia) verso l’anno 1284, divenne agostiniano nel convento di Perugia. Ci viene tramandato come religioso di «regolare osservanza, rigorosa astinenza...
www.santiebeati.it/dettaglio/49860
San LANDERICO   Abate
www.santiebeati.it/dettaglio/94431
Beata CHIARA GAMBACORTI   Domenicana
Firenze (?), 1362 - Pisa, 17 aprile 1420
Originaria del potente casato mercantile dei Gambacorti o Gambacorta, che nel Trecento sono diventati per due volte signori in Pisa; nasce nel 1362 forse a Firenze. È conosc...
www.santiebeati.it/dettaglio/90765
Beata MARIA ANNA DI GESù (NAVARRO)   Mercedaria
Madrid, 21 gennaio 1565 - † 17 aprile 1624
Nacque a Madrid il 17 gennaio 1565, consacrata a Dio fin dalla sua fanciullezza, la Beata Marianna di Gesù, fu illuminata sulla via della perfezione dal padre mercedario Giovanni B...
www.santiebeati.it/dettaglio/91295
Beato GIACOMO WON SI-BO   Martire
Hongju, Corea del Sud, 1730 – Cheongju, Corea del Sud, 17 aprile 1799
Giacomo Won Si-bo abbracciò il cattolicesimo in età avanzata e osservò con attenzione tutto quello che gli venne insegnato della nuova fede. Dopo aver rischiat...
www.santiebeati.it/dettaglio/96448
Beato ENRICO HEATH (PAOLO DI SANTA MADDALENA)   Sacerdote e martire
Peterborouyh, Inghilterra, 1599/1600 - Tyburn, Londra, Inghilterra, 17 aprile 1643
Nacque nel 1599 da famiglia protestante. Lui stesso divenne ministro del culto e rimase convinto nella fede fino a quando una folgorante conversione lo portò al cattolicesimo. Deci...
www.santiebeati.it/dettaglio/49870

Beato RODOLFO DI BERNA   Martire
m. 1294
www.santiebeati.it/dettaglio/90856